Andare oltre la resistenza

Manifestazione nella capitale della Georgia, Tbilissi, contro l'ascolto dei telefoni (marzo 2016).
Articolo global
I difensori dei diritti umani e della democrazia sono nel mirino dei regimi autoritari, ma non solo di quelli. È arrivato il momento di sviluppare delle nuove visioni e delle strategie.

Solo pochi anni fa, si aveva l’impressione di essere all’alba di una nuova partecipazione dei cittadini: le rivolte in tutto il mondo arabo, il movimento Occupy, l’impatto radicale delle campagne digitali. Era un periodo ispirante e ottimista. Ma per quelli tra noi che giorno dopo giorno devono affrontare le sfide lanciate alla società civile, quest’alba ha ceduto il passo a dei nuvoloni neri. La repressione sistematica dello spazio civile mette alla prova la nostra volontà e creatività, ci impone quindi di considerare un approccio totalmente nuovo per contrastare delle minacce gravi.

Questa situazione è descritta nel recente CIVICUS Monitor, il quale segue le condizioni per l’azione della società civile nel mondo e rileva dei gravi problemi sistemici dello spazio civile in 109 paesi. E la tendenza è diretta contro di noi. Anche nel corso degli ultimi dodici mesi, gli attacchi contro le libertà civiche fondamentali, sono diventati più chiari, anche nei paesi dove in passato, se ne constatavano raramente. Le minacce alla libertà d’associazione, di riunione e d’espressione non sono più prerogative degli stati fragili e autocratici: la loro comparsa anche in democrazie consolidate è un indicatore inquietante della loro onnipresenza.

Degli ostacoli infiniti

In questo momento le dieci principali violazioni delle libertà civili nel mondo comprendono principalmente: la detenzione di attivisti, gli attacchi contro i giornalisti, la censura, il divieto o il perturbamento delle manifestazioni, l’uso eccessivo della forza, l’intimidazione e le restrizioni burocratiche e legislative che interessano lo spazio civile, e il lavoro delle organizzazioni della società civile (OSC).

Questa repressione è ormai molto diffusa, come testimoniano i tanti esempi forniti dalla nostra rete. In Iran, dozzine di attivisti ambientalisti sono detenuti dall’inizio dell’anno, molti in situazione d’isolamento, senza accesso a una consulenza legale e tutto questo per delle accuse infondate di spionaggio. Dalle grandi manifestazioni di fine 2017, più di 150 studenti sono ancora imprigionati e nel frattempo, le autorità fanno pressioni sulle famiglie affinché condannino loro e le loro azioni, pubblicamente. In Guatemala l’ambiente è sempre più ostile nei confronti dei difensori dei diritti umani. Nel contesto di una legislazione restrittiva, d’intimidazione e di tentativi politici volti a ostacolare il loro lavoro, 18 attivisti sono stati uccisi da gennaio e almeno 135 sono stati sottoposti ad attacchi, soprattutto durante le manifestazioni contro lo sfratto delle comunità vulnerabili dalle loro terre ancestrali.

La Cina, il capogruppo

In Cina, paese considerato un modello di stabilità politica e di successo economico da molto altri paesi del Sud, il ventaglio di violazioni dei diritti della società civile è particolarmente vasto. Una serie di nuove leggi restrittive sulla sicurezza nazionale e contro il terrorismo è sfociata in un aumento costante delle detenzioni di “dissidenti”. L’ultima «National Intelligence Law» conferisce alle autorità ampi poteri di sorveglianza e d’indagine su persone e istituzioni estere o domestiche, mentre la «Law on the Management of Overseas NGO Activities» permette alla polizia di controllare le fonti di finanziamento, il personale e le attività delle OSC. L’incessante ricerca, da parte del governo, degli oppositori ha portato a massicci arresti di giuristi e attivisti, alla chiusura di siti internet che promuovono il dialogo pacifico e a uno spiegamento di servizi di sicurezza atti a contrastare le legittime manifestazioni pacifiche. Tanti altri paesi tentano di imitare il modello cinese. Il fatto che questo modello sia percepito come un successo, ma che si basi su di un rifiuto sempre più diffuso dei diritti più fondamentali del popolo cinese, rappresenta un pericolo reale per lo spazio civico di altri paesi del Sud.

Nonostante questo, la società civile non si perde il senso delle proprie responsabilità ma resiste con determinazione. Solo l’anno scorso, abbiamo visto cittadini di diversi paesi mobilitare i loro connazionali con metodi nuovi, creativi, per difendere le libertà civiche, lottare per la giustizia sociale, i diritti umani e i valori progressisti, chiedere dei servizi appropriati ed esprimersi contro la corruzione, la frode elettorale e il broglio costituzionale. Dei cittadini che fanno fronte comune, con grandissima determinazione, per promuovere un cambiamento positivo.

E numerose sono state le nostre vittorie. Ma ci vorrà più delle azioni quotidiane di resistenza. Per invertire la tendenza di chiusura dello spazio civico, bisognerà opporre delle alternative convincenti e valide alle strutture repressive e ai modelli sconsolanti di governance che ne risultano e mantengono i nostri sistemi smembrati. La società civile dovrà formulare una visione positiva di un mondo diverso e migliore.

Se vogliamo creare questa visione, gli attori della società civile dovranno mettersi in collegamento a livello locale, nazionale e internazionale, unendo l’attivismo della rete all’attivismo offline, trovando una causa comune, formando e lavorando a delle alleanze progressiste. Dovremo rifiutarci di cedere la nostra arena internazionale assediata, sapendo che i problemi attuali non si potranno risolvere con delle piccole soluzioni nazionaliste, ma avranno bisogno di un multilateralismo progressista e basato sulle persone. Dovremo ricostruire le istituzioni democratiche che sono minacciate dalla rinascita del potere personale; canalizzare le voci dei gruppi esclusi e delle comunità locali verso settori della governance che sono stati progressivamente dominati da partenariati governi-settore privato; impegnarci per dei media forti e indipendenti, basati su un bisogno comune di trasparenza e responsabilità, e lottare instancabilmente per una rete web aperta e un mondo digitale dentro il quale i nostri diritti democratici sono protetti e conservati.

In tutte queste lotte individuali e interconnesse, non dobbiamo perdere la visione d’insieme. La nostra sfida principale non è tecnica o a breve termine, impostata a respingere degli attacchi, ma è uno sforzo politico più a lungo termine, nell’ottica di reinventare una democrazia più autentica e partecipativa per un mondo radicalmente cambiato.

Dr. Dhananjayan Sriskandarajah è il Segretario generale di CIVICUS, l’alleanza mondiale della società civile e membro del Gruppo ad alto livello di Nazioni Unite sulla cooperazione digitale, creata recentemente. Dall’anno prossimo dirigerà OXFAM UK

 

Pubblicato l' 8 novembre 2018

Su Il Lavoro

(Traduzione Sonia Stephan)