Fare gli acquisti in modo responsabile

Öffentliches Beschaffungswesen
I vestiti che i soldati dell'esercito svizzero indossano sotto le loro uniformi da combattimento vengono dall'India, dalla Bulgaria e dall'Ungheria.
Articolo global
Ogni anno, la Confederazione, i Cantoni e i Comuni acquistano dei beni e dei servizi per quasi 40 miliardi di franchi. La revisione totale di questa legislazione fornisce l'opportunità di utilizzare questi montanti in modo più responsabili.

Questi 40 miliardi di franchi corrispondono al 6% del prodotto interno lordo (PIL) [1] secondo l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM). Si tratta quindi di un volume significativo per l’economia svizzera.  

È evidente che gli enti pubblici dovrebbero, in qualità di acquirenti, mostrare l’esempio in materia di sviluppo sostenibile. Consumatori importanti, essi esercitano un effetto sulle condizioni di produzione delle aziende e, di conseguenza, sull’ambiente e sulle condizioni di lavoro di numerose persone. La legislazione sugli acquisti pubblici specifica i criteri di consumo dei servizi pubblici. All’insegna dell’obiettivo di un consumo e di una produzione responsabili, l’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile dell’ONU adottata dalla Svizzera contiene un sotto-obiettivo specifico (12.7) in materia di acquisti pubblici: «Promuovere pratiche sostenibili in materia di appalti pubblici, in conformità alle politiche e priorità nazionali». E la Strategia per uno sviluppo sostenibile della Svizzera precisa: «La Confederazione dà il buon esempio e acquista beni (pro­dotti, servizi, edifici) che rispettano standard qualitativi elevati (economici, ecologici e sociali) sul loro intero ciclo di esi­stenza».

Effettuare degli acquisti preoccupandosi dell’ambiente!

L’ipotesi abbastanza diffusa secondo la quale degli acquisti ecologici sarebbero di per sé più cari è di gran lunga errata. Uno studio commissionato dall’organizzazione Pusch (Praktischer Umweltschutz) mostra che tali acquisti si giustificherebbero anche in termini economici, ad esempio nel caso di prodotti alimentari e di illuminazione o veicoli.[2]

Come la Direttiva dell’UE del 2014, anche la revisione totale della legge federale sugli acquisti pubblici (LAPub) presentata dal Consiglio federale nel febbraio 2017 permette di pensare in cicli di vita o di integrare i costi ambientali esterni. È un passo nella buona direzione che non dovrà essere frenato dalle discussioni parlamentari (al più presto nella sessione invernale 2017) ed essere completato da esigenze vincolanti.

Acquistare beni e servizi rispettando l’equità!

Le otto convenzioni fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) sono iscritte nella proposta del Consiglio federale. Esse erano già integrate nella pratica dell’aggiudicazione di commesse pubbliche in corso. In particolare, esse proibiscono il lavoro minorile, il lavoro forzato e la discriminazione in materia di impiego e nelle professioni. Esigono inoltre il rispetto della libertà di associazione e il diritto di negoziazione collettiva.

Tuttavia, queste convenzioni non sono sufficienti a garantire delle condizioni di lavoro dignitose. Alcuni paesi, ad esempio, mantengono il loro salario minimo a un livello molto basso in modo da attirare produttori e ordini d’acquisto. Questo porta a dei salari insufficienti per vivere.[3]

La coalizione delle ONG per gli acquisti pubblici sostenibili (Pane per Tutti, Sacrificio Quaresimale, Helvetas, Fondazione Max Havelaar Svizzera, Public Eye, Solidar Suisse e Swiss Fair Trade) chiede che siano presi in considerazione il diritto a delle condizioni di lavoro dignitose e sicure, a degli orari di lavoro regolamentati e non abusivi, il diritto a una relazione di lavoro formale e il diritto a un salario sufficiente a coprire i bisogni vitali.

La legge attualmente in vigore impone dei limiti molto rigidi in materia di acquisti socialmente responsabili agli enti committenti della Confederazione, dei cantoni e dei comuni. Essendo imminente la revisione totale della legislazione sugli acquisti pubblici, bisognerebbe integrare gli impegni presi a livello di sviluppo sostenibile con una base legale solida.

 

Acquisti pubblici: di cosa si stratta? 

Per acquisti pubblici, si intendono tutti gli appalti attribuiti da enti pubblici. Può trattarsi di acquisti di beni materiali, come ad es. dei mobili d’ufficio, oppure di servizi. In Svizzera, le spese in questo settore si ripartiscono tra Confederazione (20% ca.), i cantoni e i comuni (40% ca. ciascuno). Il volume totale degli acquisti pubblici ammonta a quasi 40 miliardi di franchi, equivalenti – secondo l’UFAM – a circa il 6% del PIL della Svizzera.

Quadro giuridico che disciplina le condizioni di lavoro 

L’Accordo sugli appalti pubblici dell’OMC del 1996 (modificato nel 2012) definisce il quadro giuridico internazionale applicabile anche alla Svizzera. Esso lascia un margine di manovra per tener conto di altri criteri oltre al prezzo, come ad esempio la salute sul lavoro o dei salari che garantiscono delle condizioni di vita adeguate. In una Direttiva del 2014, l’UE precisa che dei criteri ambientali e sociali possono essere presi in considerazione per l’aggiudicazione di appalti. Ciò significa principalmente che il prezzo non deve essere il solo criterio determinante. 

La legge federale sugli acquisti pubblici del 1995 è in corso di revisione; la proposta di modifica di legge integra le otto convenzioni fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), già incluse nell’attuale pratica di aggiudicazione. Tutti gli appaltatori devono rispettarle:

Libertà sindacale e diritto di negoziazione collettiva

•             Libertà sindacale e la protezione del diritto sindacale (1948)
•             Diritto di organizzazione e di negoziazione collettiva (1949)

Abolizione del lavoro forzato

•             Lavoro forzato (1930) e Protocollo del 2014 relativo alla Convenzione sul lavoro forzato
•             Abolizione del lavoro forzato (1957)

Proibizione della discriminazione in materia di impiego e professione 

•             Uguaglianza di retribuzione (1951)
•             Discriminazione in materia di impiego e nelle professioni (1958)             

Abolizione del lavoro minorile

•             Convenzione sull’età minima (1973)
•             Convenzione relativa alla proibizione delle forme peggiori di lavoro minorile (1999)

Le 4 convenzioni seguenti dell’OIL non fanno parte delle convenzioni fondamentali:

•             Diritto a condizioni di lavoro dignitose e alla sicurezza dei lavoratori (Convenzione 155 OIL)
•             Diritto a una durata del tempo di lavoro regolamentata (Convenzione 1 OIL)
•             Diritto a un rapporto di lavoro formale (Raccomandazione 198 OIL)
•             Diritto a un salario che garantisce condizioni di vita adeguate (Convenzioni 26 e 131 dell’OIL e articolo 23 della Dichiarazione universale dei diritti umani)

Anche questi elementi dovrebbero essere integrati nella legge, e il loro rispetto verificato. Sarebbe inoltre molto utile includere in modo vincolante una concezione forte della sostenibilità, i cui aspetti sociali ad esempio si spingerebbero più in là rispetto alle norme fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL). Secondo Alliance Sud è necessario almeno che oltre al prezzo anche questi criteri – e altri riguardanti la responsabilità sociale e ambientale – siano integrati nella legge modificata per l’aggiudicazione degli appalti.

 

[1] Questo valore è in media ancora nettamente superiore all’interno dell’OCSE (12.1 % nel 2013).

[2] Myriam Steinemann et al., «Potenzial einer ökologischen öffentlichen Beschaffung in der Schweiz», Berna 2016.

[3] Un esempio in merito – riportato lo scorso autunno dai media – concerne l’acquisto di stivali destinati all’esercito svizzero prodotti in Romania per una salario di 2 franchi all’ora. Una retribuzione che anche in questo paese non permette un livello di vita dignitoso ma che corrisponde al salario minimo legale.

Pubblicato il 25.01.2018 su Il Lavoro
(Traduzione: Barbara Rossi)