Si trova qui: Accoglienza Politica di sviluppo Altri temi Mamadou Cissokho fa sentire la voce dei contadini

Mamadou Cissokho fa sentire la voce dei contadini

Pubblicato il: 14. 02. 2011

Questa assomiglia ad un racconto africano, ma è la tragica storia dei contadini d’Africa, raccontata da Mamadou Cissokho, figura di spicco del movimento contadino in Senegal ed in Africa occidentale, ed importante attore del Forum sociale mondiale (FSM), che è appena cominciato a Dakar. Intervista di Catherine Morand, Swissaid.

Mamadou Cissokho, presidente onorario della Rete delle organizzazioni contadine e dei produttori dell’Africa occidentale (ROCPA), ha incontrato alcuni membri della delegazione svizzera presente a Dakar. Era accompagnato dal suo successore alla testa della ROCPA, Ndiogou Fall. Brani selezionati. 

L’uccisione dei contadini

« Vi fu un tempo in cui gli Stati africani sostenevano i loro contadini. Poi venne il tempo della penuria degli Stati, fortemente indebitati.” Furono messi sotto tutela dal FMI e dalla Banca Mondiale. “Privatizzate, liberalizzate, aprite tutte le vostre grandi frontiere”, ci dissero, facendoci chiaramente capire che, ormai, la gestione degli affari economici dei nostri paesi, non era più affar nostro. 

E’ in questo momento che lo Stato sparì: più nessuna limitazione, più nessun credito, più niente per noi, i contadini. Nel contempo, l’Europa crollava sotto i surplus agricoli. E cosa credete che avvenne? Questi surplus furono scaricati nei nostri paesi. Noi, i contadini, non sovvenzionati, non aiutati, ci siamo ritrovati con prodotti troppo cari, di fronte alla concorrenza sleale dei contadini europei, ampiamente sovvenzionati. 

I contadini, privati di mezzi di sussistenza, hanno invaso le città, per andare ad ingrossare le fila dei miserabili. Allora abbiamo giustificato l’arrivo massiccio di prodotti agricoli a basso prezzo, purché gli abitanti delle città non si rivoltino. Ma nel contempo, uccidevamo i contadini locali.

La vergogna di essere contadino

E poi sono arrivati gli esperti, per aiutarci. Ci hanno detto che non eravamo competitivi, perché utilizzavamo ancora la daba (la zappa). Ma nessuno ci ha dato niente. Senza sostegno, senza appoggio, siamo stati completamente lasciati a noi stessi. 

I programmi d’aggiustamento strutturale hanno rotto il legame di fiducia tra lo Stato ed i contadini, che fornivano pertanto l’essenziale del prodotto interno lordo. Ci siamo detti: visto che non c’è più Stato, più nessuna struttura per sostenerci, dobbiamo occuparci noi di noi stessi.

E’ in questo contesto che sono nate le organizzazioni di produttori agricoli come le conosciamo oggi. I movimenti contadini, in rivolta per la loro situazione, sono partiti dai villaggi, fino al livello nazionale. 

In quel tempo, lo statuto di contadino era talmente svalorizzato che quando si domandava ad un contadino quale era il suo mestiere, rispondeva: «non ne ho», talmente aveva il sentimento di non essere niente. Abbiamo superato molte tappe per tentare di riuscire a migliorare la nostra propria situazione. Ma dobbiamo continuare a batterci per sopravvivere. 

La corsa sulle nostre terre

La nostra nuova sfida: combattere l’accaparramento delle nostre proprie terre da parte dei paesi esteri e delle società private. Queste vengono liquidate dalle nostre proprie autorità, spesso sotto la pressione dei più alti responsabili del paese. Tentiamo di fare pressione sui nostri eletti locali, affinché cessino di vendere le nostre terre ai migliori offerenti. Ma in Senegal, il movimento contadino per lottare contro l’accaparramento delle terre è ancora troppo debole, anche per mancanza d’informazioni. 

Abbiamo chiesto che sia riconosciuta la proprietà delle aziende familiari sulle terre che occupano, che le specie della savana, in ogni villaggio, siano riconosciute come proprietà dei villaggi, che le altre specie che circondano il villaggio siano considerati come beni comunitari gestiti da tutti. Allora ci hanno detto: con questo, gli investitori non verranno, perché non si sentiranno rassicurati. 

Allora, per attirare gli investitori, dobbiamo essere niente a casa nostra? Se un investitore viene da noi, deve poter beneficiare di tutte le assicurazioni. Perché tutti devono essere rassicurati, tranne noi? Perché i contadini non avrebbero nessuna garanzia? Nessuno si preoccupa di noi, se abbiamo dei problemi, andiamo alla moschea o in chiesa per pregare, è tutto. Ma l’economia deve essere giusta per tutti, non solamente per gli investitori esteri. 

Come nutrire l’Africa? Noi, i contadini, lo sappiamo. Che ci lascino dunque semplicemente lavorare, senza metterci perennemente i bastoni tra le ruote, con l’OMC, con la Banca mondiale, con il FMI, con la svendita delle nostre terre, con le semenze transgeniche e con tutti questi esperti che vengono a stancarci”. 


Contributi raccolti a Dakar da Catherine Morand, Swissaid

(Mamadou Cissokho ha pubblicato il libro « Dieu n’est pas un paysan – Essai sur le mouvement paysan »)

> Vedi gli altri articoli in diretta da Dakar (in francese)

 

Classificazione: Africa , Agricoltura
Azioni sul documento
 
Strumenti personali