La montagna ha partorito un topolino !

In futuro ci saranno meno mezzi a disposizione per i compiti prioritari, ancorati nella legge, della lotta contro la povertà quali la formazione, la prevenzione in materia di salute o il rinforzamento della società civile. Foto: bidonvilles a Manila, Filippine.
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Gli anni passano e il Consiglio federale non ha ancora elaborato un piano su come mobilitare ogni anno quasi un miliardo di franchi per dei progetti internazionali di protezione del clima.

Peggio ancora : il Governo conferma di voler sottrarre al loro obiettivo primario centinaia di milioni di franchi della DSC e della Seco.

L’accordo di Parigi sul clima obbliga tutti gli Stati dell’OCSE a versare complessivamente, a partire dal 2020, 100 miliardi di dollari all’anno ai paesi in via di sviluppo, in modo proporzionale alla loro responsabilità in materia di clima e alla loro forza economica. Alliance Sud rende presente da diversi anni che il contributo equo della Svizzera si avvicina all’1% di questo montante. Fra meno di tre anni sarà dunque necessario mobilitare dei nuovi mezzi finanziari pari a circa un miliardo di franchi l’anno. Nel 2015, il Consiglio nazionale ha pertanto richiesto (postulato 15.3798) un rapporto che presenti «quali contributi la Svizzera potrebbe essere tenuta a versare a partire dal 2020 a titolo di finanziamento delle misure contro il cambiamento climatico e specifichi le modalità di finanziamento di detti contributi».

Nel suo rapporto del 10 maggio 2017 in risposta a questo postulato, il Consiglio federale ridimensiona il proprio contributo. Ritiene, infatti, che un «contributo equo della Svizzera » si situi tra i 450 e i 600 milioni di dollari l’anno soltanto, giustificando questa cifra con un’«analisi ponderata» delle emissioni prodotte all’interno delle frontiere nazionali. Così facendo, il Consiglio federale minimizza la forza economica della Svizzera – il nostro paese genera l’1% ca. della ricchezza degli Stati dell’OCSE – e dimentica la nostra responsabilità effettiva nella crisi climatica mondiale; le parole chiave in questo caso sono le emissioni grigie nei beni importati, il traffico aereo o la piazza finanziaria svizzera.

Delle contraddizioni…

Ma il rapporto delude anche per delle altre ragioni: alcune delle sue conclusioni sono palesemente in contraddizione con la coerente parte analitica centrale. Il rapporto osserva giustamente che, conformemente alla convenzione quadro sui cambiamenti climatici, «le risorse finanziarie mobilitate dai paesi industrializzati per progetti in favore del clima devono essere […] nuove e addizionali ». Invece, il Consiglio federale intende utilizzare «dei fondi pubblici provenienti da fonti esistenti [1]» e conferma inoltre – mettendolo nero su bianco per la prima volta – che quest’ultime « dovranno, come finora, essere finanziate in larga misura dai crediti quadro della cooperazione internazionale (DSC, Seco) […]».[2] In altre parole: dei contributi annuali di parecchie centinaia di milioni di franchi devono essere finanziati attingendo al budget sempre più ristretto dello sviluppo, invece di provenire da fonti finanziarie supplementari. Insomma, misure di protezione del clima al posto di lotta contro la povertà. Le motivazioni addotte dal Consiglio federale, ossia che i progetti in favore del clima sono in sostanza dei progetti di sviluppo, lasciano a desiderare non soltanto secondo Alliance Sud.  Anche il Fondo verde per il clima ha recentemente rifiutato una proposta di progetto, vedendovi un progetto di sviluppo piuttosto che di protezione climatica.

…e un ottimismo di facciata

Il Consiglio federale ipotizza di «riversare sul settore privato una parte importante del suo contributo equo (…)» e questo pur costatando nel rapporto che «la proporzione di fondi privati nell’obiettivo di finanziamento concordato dagli Stati di 100 miliardi di dollari dal 2020» è contestata. Si può condividere o meno l’ottimismo (di facciata) del Consiglio federale. Tuttavia, quest’ultimo dovrebbe perlomeno dire come prevede di mobilizzare delle risorse private di questo genere in Svizzera. Invece, il rapporto non fornisce alcuna risposta in merito a questa questione cruciale, anche se il Consiglio federale prometteva ancora, nel maggio 2016 (in risposta all’interpellanza 16.3027), di presentare nel rapporto anche «le differenti opzioni di finanziamento […] , incluse le possibilità di finanziamento innovatrici e conformi al principio di “chi inquina paga”». In alternativa, il Consiglio federale vuole ricorrere a degli «strumenti» non meglio precisati oppure esaminare «dei nuovi modelli di partenariato […] stimolando la mobilitazione di fondi privati».

Non ci sono dubbi sul fatto che le imprese o gli investitori privati investiranno in misure di protezione climatica nei paesi in via di sviluppo soltanto se potranno ricavarne dei benefici diretti o indiretti, come è sempre più il caso nel settore delle energie rinnovabili. Nel campo delle misure di adattamento climatico urgenti, tuttavia, non c’è da aspettarsi un potenziale di profitto per il settore privato. Per questo motivo l’accordo di Parigi sul clima sottolinea l’importanza dei fondi pubblici e chiede di prevedere la metà di tutti i contributi di finanziamento climatico per delle misure di adattamento in favore delle popolazioni più povere e più esposte ai rischi climatici dei paesi in via di sviluppo.

Stallo politico

È preoccupante vedere come il Consiglio federale non abbia fatto progressi dal 2011 per quanto riguarda la mobilitazione supplementare e compatibile con il principio di “chi inquina paga ” di fondi pubblici. In quel periodo, un rapporto interdipartimentale raccomandava un ulteriore esame di diverse opzioni di finanziamento conformi al principio di “chi inquina paga ”. Ma questo inventario differenziato di proposte è rimasto archiviato nei cassetti.

Si potrebbe ad esempio immaginare di destinare i proventi (o una loro parte) della tassa sul CO2; un parere giuridico del 2008 ha già dimostrato che questo metodo rispetta la Costituzione e rientra nelle competenze del Consiglio federale.[3] Un contributo “quasi volontario” delle imprese private ad un fondo climatico, compensato per esempio dalla (parziale) esenzione dalla tassa sul CO2, sarebbe in linea di principio possibile. E quest’opzione non sarebbe certo una novità: il “centesimo per il clima” potrebbe essere esteso ai contributi finanziari internazionali per il clima. Si potrebbe anche aumentare le aliquote di compensazione già esistenti per l’importazione di carburanti e utilizzare gli introiti così ottenuti. L’introduzione di una compensazione obbligatoria o di una tassa per il clima sui voli internazionali sarebbe ancora più semplice. Anche in questo caso, numerose soluzioni già messe in atto nei paesi dell’Unione europea forniscono dei possibili modelli. Infine, il Consiglio federale potrebbe stabilire un prezzo di base fisso per i diritti di emissione assegnati ogni anno e utilizzare questi introiti per delle misure di protezione del clima nei paesi in via di sviluppo.

Conclusione

Invece di fare passi avanti proponendo delle soluzioni concrete, il Consiglio federale fa affidamento su dei contributi del settore privato, vaghi e controversi dal punto di vista del diritto internazionale, per il finanziamento internazionale nel settore del clima. Allo stesso tempo, prende delle precauzioni con le risorse finanziarie limitate della cooperazione internazionale. Quest’attitudine rivela unicamente una mancanza di leadership, un certo scoraggiamento oppure il Consiglio federale teme le resistenze politiche di un Parlamento che approva spese e interventi pubblici soprattutto quando questi vanno a beneficio del loro elettorato? Sola certezza: il rapporto di diciannove pagine del Consiglio federale non risponde assolutamente a quanto richiesto dagli autori del postulato della Commissione della politica estera.

Mezzi finanziari privati e pubblici per lottare contro il cambiamento climatico

js. Il reorientamento dei flussi di investimento e dei flussi finanziari privati pari a miliardi verso le tecnologie rispettose dell’ambiente è indubbiamente un principio importante dell’accordo di Parigi sul clima. Ma i 100 miliardi di dollari annuali ugualmente concordati, destinati al finanziamento climatico per i paesi in via di sviluppo, sono un’altra questione, in quanto i più svantaggiati e le popolazioni più toccate dal cambiamento climatico non traggono alcun beneficio da questi investimenti del settore privato. Dei fondi pubblici sono necessari per delle misure di adattamento nei paesi in via di sviluppo, considerando in particolar modo l’assenza di prospettive di rendimento sui capitali investiti.

Pubblicato su La Regione il 3 luglio 2017

(Traduzione: Barbara Rossi)

[1] Parole evidenziate nel testo dall’autore

[2] «Financement international dans le domaine du climat – Rapport du Conseil fédéral en réponse au postulat 15.3798 de la Commission de politique extérieure du Conseil national du 2 juillet 2015»

[3] Umbricht Rechtsanwälte, 2008: «Rechtsgutachten über den verfassungsrechtlichen Rahmen einer Klimalenkungsabgabe des Bundes».