La politica climatica è (anche) politica estera!

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«Il caposaldo della politica climatica svizzera» – così il Consiglio federale indica il suo disegno di revisione totale della legge sul CO₂ – contraddice lo spirito e gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima.

La ricca Svizzera può guardare tranquillamente al futuro: affronta il cambiamento climatico nell’arco alpino posando paravalanghe sui versanti delle montagne, cannoni da neve e adattando gli impianti sciistici. E quando paesini di montagna sono bloccati dalla neve, organizza perfino ponti aerei sovvenzionati.

Nei paesi del Sud dove, per motivi finanziari, la maggior parte della gente non può difendersi contro i cambiamenti climatici (per la maggior parte causati ancora dall’estero), gli estremi climatici hanno conseguenze esistenziali: diminuzione dei raccolti, avanzata dei deserti, aumento delle inondazioni nelle terre densamente popolate, che mettono a repentaglio la vita di milioni di persone.

L’Accordo di Parigi sul clima del 2015 mette questa dimensione geopolitica al centro della crisi climatica. Una politica climatica globale e sostenibile per un paese post-industriale come la Svizzera, la cui impronta climatica va ben oltre le frontiere nazionali, non può limitarsi a ridurre le emissioni all’interno del paese e ad adottare misure di pianificazione territoriale. La politica climatica deve essere anche una politica migratoria, economica e soprattutto una politica estera e di sviluppo coerente.

Studiando il disegno di revisione totale della legge sul CO₂ - «il caposaldo della politica climatica svizzera», secondo il Consiglio federale -, si arriva però alla conclusione che il Consiglio federale attua a malapena l’Accordo si Parigi sul clima, ratificato dalla Svizzera nell’estate 2017. Una critica esagerata? No ed ecco perché:

Riduzione delle emissioni insufficiente

A Parigi la Svizzera, come tutti i paesi, si è impegnata a ridurre a zero la sua emissione netta di gas a effetto serra nell’atmosfera entro la fine del secolo. Secondo un calcolo semplice, la riduzione delle emissioni deve essere del 3 – 4% all’anno. Eppure nella nuova legge sul CO2, il Consiglio federale propone una riduzione delle emissioni all’interno del paese solo dell’1% all’anno.  

Inoltre, l’Accordo di Parigi sul clima esige da parte di tutti i paesi una strategia a lungo termine per raggiungere questi obiettivi. La Svezia mostra come sarebbe possibile: il 1° gennaio è entrata in vigore una legge che obbliga tutti i futuri governi svedesi a puntare ad un “bilancio d’emissioni netto a zero” entro il 2045. La legge fissa obiettivi intermedi concreti: entro il 2030 le emissioni di CO2 all’interno del paese devono diminuire di - 63% ed entro il 2040 di -70%. Il disegno della nuova legge sul CO₂ del Consiglio federale – il cui orizzonte è il 2030 – non menziona neanche questo obiettivo climatico di Parigi. Nessuna strategia climatica 2050 separata è prevista all’orizzonte svizzero.

Le misure più efficaci per ridurre l’impronta climatica svizzera non si limitano alle frontiere del paese: le “emissioni grigie”, causate dalla produzione e il trasporto delle nostre importazioni dall’estero, oltrepassano tutte le emissioni all’interno del paese. Nella piazza finanziaria svizzera, questo crocevia dei flussi finanziari globali, si continua ad investire miliardi nelle energie e le tecnologie fossili. Queste generano venti volte più emissioni che all’interno del paese. Si cerca invano, nella nuova legge sul CO2, riflessioni sul come limitare anche le emissioni grigie per ottimizzare la piazza finanziaria svizzera dal punto di vista della politica climatica. Il progetto porta solo sulle emissioni all’interno del paese, insignificanti rispetto alla responsabilità globale della Svizzera in materia climatica.

Manca il finanziamento del clima

Il più importante, dal punto di vista della politica di sviluppo e della politica estera: l’Accordo di Parigi sul clima obbliga gli Stati ricchi a sostenere le popolazioni dei paesi in via di sviluppo, che sono le più colpite dai cambiamenti climatici, con misure di protezione del clima e di adattamento. L’accordo esige che oltre alle loro misure di riduzione, vi consacrino almeno 100 miliardi di Dollari US all’anno.

Secondo la sua impronta climatica totale e la sua parte di capacità economica dell’OCSE di circa 1%, la Svizzera deve quindi contribuirvi dal 2020 con circa 1 miliardo di franchi. Ma sulla questione di sapere come la Svizzera vuole finanziare queste somme, neanche una parola nel disegno di legge sul CO2.  Eppure, con una tassa sui carburanti o sui biglietti aerei, si potrebbe trovare il denaro necessario. E secondo il principio “chi inquina paga”. Invece, i fondi internazionali per il clima saranno presi, come si fa già oggi, dal budget della cooperazione allo sviluppo, in diminuzione.

La questione è sapere per quanto tempo la Svizzera, nonostante il suo orientamento climatico incompatibile con Parigi, riuscirà a presentarsi sulla scena internazionale e all’interno del paese come un paese responsabile. Palesemente il Consiglio federale vuole interpretare le disposizioni dell’Accordo di Parigi, che purtroppo non sono definite con precisione, in modo interessato per evitare discussioni scomode su una politica climatica svizzera futuristica.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul sito dell’Associazione svizzera di politica estera (ASPE).