Le calende greche si fanno sempre più lontane

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Il Consiglio federale non è l’unico a rimandare da anni la questione delle modalità secondo le quali la Svizzera deve far fronte ai suoi obblighi finanziari riguardanti il clima. Anche la CPE del Consiglio nazionale nasconde la testa sotto la sabbia.

Il Consiglio federale è a conoscenza da quasi dieci anni di come la Svizzera debba reperire, annualmente, centinaia di milioni di franchi per il «finanziamento del clima internazionale». Lo stesso Consiglio federale lasciò cadere nel dimenticatoio un rapporto interdipartimentale, redatto appositamente nel 2011, riguardante realistici e innovativi modelli di finanziamento. A metà 2015, la Commissione della politica estera (CPE) del Consiglio nazionale esortò il governo, in un postulato, a fare finalmente le cose come si deve. Esso reagì, nel maggio 2017, con un rapporto, che creò più confusione piuttosto che chiarezza: il Consiglio federale minimizzò infatti la somma che la Svizzera deve reperire, parlando di 450 fino a 600 milioni, mentre Alliance Sud, conformemente alla responsabilità globale sul clima della Svizzera, presuppone che la somma annua sia di 1000 milioni di franchi. Inoltre, il Consiglio federale pronosticò in modo azzardato che il denaro sarebbe stato mobilitato «in modo decisivo» dal settore privato. 

Durante la sua seduta del 6 novembre 2017 - data che, tra l'altro, corrisponde al primo giorno di lavoro svizzero all’insegna della sua recente e piena adesione all'Accordo di Parigi sul clima -, la Commissione della politica estera del Consiglio nazionale (CPE-N) si è lasciata sfuggire la possibilità di respingere questo rapporto in quanto insufficiente. In questo modo, la Commissione non ha assolto i suoi doveri di supervisione. Nel comunicato stampa della CPE-N si legge: «La CPE riconosce l’importanza della problematica, ha però attualmente rinunciato ad affidare all’amministrazione la stesura di ulteriori resoconti in quest'ambito». 

La rinuncia della Commissione (CPE-N) ad insistere sulle risposte richieste nel postulato è difficile da comprendere. Perché il tempo scorre. Le seguenti domande appaiono di fondamentale importanza:

- Quando sarà il momento giusto, se non adesso, per adottare finalmente modelli di finanziamento innovativi, come lo è ad esempio l’imposta sul biglietto d'aereo? 

- Per quanto tempo ancora, il Consiglio federale e il Parlamento hanno intenzione di sottrarsi alla responsabilità che deterrà la Svizzera, a partire dal 2020, nel finanziamento internazionale del clima? 

- È possibile che, riguardo al ruolo del settore privato nel finanziamento del clima, non siano presenti alcuni piani concreti, ma che si voglia invece impiegare centinaia di milioni dai bilanci per lo sviluppo di DSC e SECO, i quali, in tal modo, vengono usati per scopi diversi da quelli previsti?

- Perché il Consiglio federale ha promesso, prima della pubblicazione del rapporto - e in occasione di diversi interventi parlamentari - di mostrare soluzioni innovative per la mobilizzazione di mezzi sussidiari, per poi non pronunciarsi nel rapporto a tal proposito?

Le calende greche, alle quali il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento rimandano impellenti domande della politica internazionale del clima, appaiono sempre più lontane. I parlamentari della CPE-N, che hanno perso con un 9:13 dei voti, volevano dal Consiglio federale una relazione supplementare, che avrebbe esaminato opzioni su un più realistico e innovativo finanziamento internazionale del clima. La Svizzera si trovava allo stesso punto già nel 2009. Di passi avanti non ne sono però stati ancora fatti.

In occasione dell’attuale Conferenza sul clima (COP 23), avente luogo a Bonn, la Delegazione svizzera si ostinerà sicuramente a voler rappresentare la politica climatica del proprio paese sotto la luce migliore. Coloro che conoscono i retroscena sanno però che, nella Berna federale, in questioni riguardanti le capacità di innovazione di politica climatica nel migliore dei casi c’è ancora una speranza. Al contrario, domina un'ostinazione ideologica, che porta a dimenticare il principio di responsabilità, e che etichetta ancora la coscienza di responsabilità per la partecipazione della Svizzera ai cambiamenti climatici in paesi in via di sviluppo come interventismo di sinistra. Ma c’è qualcosa che dobbiamo tenere a mente: un tempo simili circoli si opponevano all’introduzione della tassa sul sacco. Oggi la Svizzera gode in tali ambiti di un riconoscimento mondiale. Ciò non ha quindi nociuto né all’economia né alla società; al contrario.