Delle proposte nei cassetti dal 2011

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Il governo svizzero conosce già da anni come mobilitare risorse climatiche supplementari. Un rapporto in merito è appena stato rispolverato.

Nel 2009, il Consiglio federale ha incaricato il DATEC di elaborare, in collaborazione con il DFF e il DFGP, un rapporto (in tedesco) su «strumenti di finanziamento nuovi e supplementari per i contributi (pubblici) svizzeri per il regime internazionale sul clima». Allora, gli autori avevano stimato che la Svizzera doveva aspettarsi uscite crescenti in questo contesto, fino a 800 milioni di franchi entro il 2020, e hanno quindi esaminato nel dettaglio le diverse fonti di finanziamento esistenti e potenziali per mobilitare i mezzi necessari. Tutto questo nel maggiore rispetto possibile del principio chi inquina paga.

Il rapporto data del 30 novembre 2011, ma è stato messo online solo recentemente sul sito dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM). Il Consiglio federale si è mosso nel senso opposto alle raccomandazioni degli esperti dei quattro dipartimenti (il rapporto è firmato anche dalla SECO): il governo ha sempre minimizzato i contributi potenzialmente dovuti dalla Svizzera. Inoltre, il Consiglio federale ha puntato sul fatto che il settore privato, un giorno si sarebbe assunto due terzi dei contributi richiesti. Ma il rapporto ha mostrato che era possibile e giudizioso prevedere nuove opzioni di finanziamento, mobilitando i mezzi proprio laddove viene generata la maggiore parte delle emissioni di CO2, con un effetto secondario incentivante nella transizione energetica auspicata.

Cosa dice il rapporto?

In considerazione del freno all’indebitamento, il rapporto distingue due opzioni fondamentali: (1) i contributi al finanziamento climatico internazionale compensati «nell’ambito delle competenze esistenti della Confederazione», (2) le risorse supplementari generate, se possibile basandosi su una disposizione d’utilizzazione speciale nella Costituzione e utilizzate a questo scopo.

Il vantaggio della seconda scelta, quella di nuove fonti di finanziamento, starebbe nella «disponibilità di mezzi a lungo termine e nella misura necessaria». Sarebbero anche sottratte «alla gestione a corto termine del Parlamento».

Il rapporto è stato immediatamente archiviato. Le diverse opzioni di finanziamento potenzialmente promettenti che proponeva (vedi riquadro) non sono state oggetto di un’analisi più approfondita. Il Consiglio federale ha adottato la prima opzione e ha deciso di continuare a finanziare i contributi climatici prelevandoli dal budget dello sviluppo.

All’inizio dell’anno prossimo, il Consiglio federale deve presentare un nuovo rapporto con opzioni di finanziamento sul clima[1]. Siamo impazienti di sapere quali proposte, assopite per anni nei cassetti, saranno «riscoperte» in questa occasione. Saranno completate con idee nuove e innovatrici? Si potrebbe considerare per esempio l’introduzione di una nuova tassa compensatrice su tutti i voli, a favore di un fondo per il clima, oppure di meccanismi di compensazione climatici in loco. Un simile meccanismo sarebbe fiscalmente neutro e quindi non sarebbe toccato dal freno all’indebitamento. Lo si potrebbe anche utilizzare per finanziare la lotta contro il cambiamento climatico con entrate provenienti da sanzioni all’importazione sulle autovetture recentemente immatricolate che non rispettano le norme di emissione di CO2.

La Svizzera ha perso il treno

Il fatto di non avere tenuto conto e non avere sviluppato le idee contenute nel rapporto del 2011 non è solo molto deplorevole: il rapporto è soprattutto un’opportunità persa. La sua archiviazione nei cassetti ha causato l’assegnazione - nel Messaggio sulla cooperazione della Svizzera per gli anni 2017-2030[2]- del 12,5 percento del budget della DSC alla protezione internazionale del clima. Nella revisione della nuova legge sul CO2 - che deve entrare in vigore nel 2020 e la cui consultazione termina in questi giorni, - non si trova traccia del rapporto del 2011. Il Consiglio federale fa notare, nei suoi commenti sul progetto di legge, che la Svizzera deve aspettarsi, dal 2020, pagamenti per il finanziamento climatico che vanno da 450 a 1100 milioni di franchi l’anno. Non fa però alcuna proposta su come acquisire questi mezzi tenendo conto del principio chi inquina paga, che dovrebbe a giusta ragione avvenire nell’ambito della revisione della legge sul CO2.

Malauguratamente archiviato senza seguito, il rapporto del 2011 avrebbe creato la base che avrebbe permesso di esplorare - nel corso dei cinque anni trascorsi - le proposte intelligenti contenute e di sottoporle al dibattito politico. Da allora la Svizzera figura nel gruppo, in declino, degli Stati floridi che partecipano alle conferenze annuali sul clima senza impegni finanziari.

Traduzione Sonia Stephan, pubblicato su La Regione il 5 gennaio 2017

[1]  A metà 2015, con un postulato (15.3798) adottato all’unanimità, la Commissione della politica estera del Consiglio nazionale ha incaricato il Consiglio federale di preparare un rapporto di questo genere.
[2] Alliance Sud critica da anni il fatto che alcuni mezzi assegnati, dalla legge, alla lotta contro la povertà e la disuguaglianza crescente servano sempre più per i pagamenti climatici. Il rapporto rileva che un finanziamento transitorio (…) dovrebbe scaturire «partendo dal budget federale ordinario» in attesa di trovare risorse alternative. Ma cita anche esplicitamente l’utilizzo «mezzi supplementari per l’aiuto allo sviluppo» e il credito quadro per l’ambiente globale dell’UFAM.