Terremoto nell’architettura climatica globale

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Non sono state le elezioni americane a tenere banco durante i negoziati sul clima di Marrakech (COP22). Ma la dichiarazione comune dei 48 paesi più poveri e più colpiti dal cambiamento climatico.

48 paesi hanno annunciato che passeranno ad un approvvigionamento energetico al 100% da fonti rinnovabili entro il 2050 al più tardi. E’ una sberla per i paesi ricchi come la Svizzera, che applicano l’accordo di Parigi con cautela.

La prima conferenza sul clima dopo l’entrata in vigore dell’accordo di Parigi era all’insegna di una sua attuazione. Entro il 2018 deve essere negoziato, da un canto il “corpus di regole” che descrive come la comunità internazionale possa frenare il più rapidamente possibile il cambiamento climatico. Dall’altro canto bisogna accertarsi che da qui al 2018 i mezzi necessari siano messi a disposizione delle popolazioni più colpite per aiutarle a fronteggiare le conseguenze crescenti del cambiamento climatico. A Parigi, i paesi ricchi si sono impegnati a mettere a disposizione almeno 100 miliardi USD all’anno entro il 2020.

L’ultimo giorno dei negoziati, i 48 paesi più poveri e vulnerabili hanno annunciato, con sorpresa generale, che entro 15 – 35 anni passeranno completamente alle energie rinnovabili. I paesi riuniti nel “Climate Vulnerable Forum” hanno riconosciuto i segni dei tempi perché l’anno scorso la costruzione di centrali eoliche e solari ha superato quella delle centrali a carbone. Ma soprattutto, questi paesi non hanno considerato la protezione del clima come un ostacolo oneroso, ma una opportunità di accelerare il loro sviluppo e la durabilità.

Non è troppo tardi perché i paesi industrializzati, autoproclamati «pionieri del clima» si sveglino. Finora continuavano a rimproverare ai “paesi in via di sviluppo” di esigere un sostegno finanziario per lottare contro le conseguenze del cambiamento climatico senza prendere in considerazione la possibilità di svilupparsi senza energie fossili.

Con questo annuncio, la costellazione del poker climatico globale è cambiata: quando i paesi meno sviluppati e meno attraenti per il mercato degli investimenti si prefiggono obiettivi più ambiziosi della maggior parte dei paesi industrializzati, questi ultimi sono messi con le spalle al muro poiché pensano che solo i paesi ricchi hanno le competenze, il capitale e il potere d’innovazione per fare progredire la trasformazione necessaria. Il mantra secondo cui i paesi in via di sviluppo devono presentare una politica climatica ambiziosa prima di poter chiedere dei soldi ai paesi industrializzati non sta più in piedi.

Non è l’elezione presidenziale americana, le cui conseguenze sono difficili da prevedere, che ha fatto tremare l’architettura climatica globale ma, per fortuna, sono i passi avanti di coloro che il cambiamento climatico non lo discutono solo a parole, ma lo vivono sulla loro pelle. Adesso le scuse dei paesi industrializzati non calzano più. Alla prossima conferenza sul clima, che si terrà il prossimo anno a Bonn sotto la presidenza delle isole Fiji, devono mostrare finalmente in che modo metteranno a disposizione i soldi promessi.

Questo vale anche per la Svizzera che, nel poker climatico internazionale, fa un gioco contradditorio: la Consigliera federale Doris Leuthard ha ragione quando si lamenta per la lentezza dell’applicazione delle decisioni di Parigi. Ma al contempo, nelle questioni di finanziamento del clima, il nostro paese fa parte di quelli che frenano. Nella questione di sapere da dove deve provenire il miliardo di franchi all’anno che la Svizzera deve dare al regime climatico entro il 2020, il Consiglio federale punta sul settore privato. Ma la “Roadmap da 100 miliardi” presentata dai paesi dell’OCSE arriva alla conclusione che proprio per le misure urgenti di adattamento nei paesi in via di sviluppo non si può contare tanto sulla mobilitazione degli investimenti privati. Le previsioni dell’OCSE puntano sul fatto che entro il 2020 non sarà riunita neanche la metà dei soldi promessi.

La transizione globale verso un mondo libero dalle energie fossili entro la metà del secolo può avvenire solo con sforzi comuni di tutti i paesi e attori. Se i più poveri vanno avanti con ricette promettenti, la ricca Svizzera non dovrebbe essere da meno. E soprattutto, non deve più sottrarsi alla propria responsabilità.