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Rio+20: le ambiguità dell’economia verde

Pubblicato il: 04. 01. 2011

Da due anni “l’economia verde” é un soggetto di dibattito internazionale. Essa dovrebbe permettere di sormontare la crisi economica e climatica attuale. Nel 2012 sarà al centro della conferenza dell’ONU “Rio +20” . Vent’anni fa , il Vertice della Terra aveva ancorato il concetto di “sviluppo sostenibile” nel vocabolario politico ed economico. Senza grande efficacia, come lo dimostra la doppia crisi attuale. “L’economia verde” sarà più decisiva?

Nel 2008 numerosi governi hanno reagito all’affondamento dei mercati finanziari con piani di rilancio. Dall’inizio le organizzazioni della società civile hanno imposto che fossero utilizzati per lottare contro i cambiamenti climatici. L’idea era, nella prospettiva di un Green New Deal, di promuovere le energie rinnovabili, migliorare l’isolazione degli edifici o ancora di sviluppare  i trasporti pubblici. Un modo per creare impieghi lottando contro il riscaldamento del pianeta.

Molte parole, pochi fatti

L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIT)  ha pubblicato nell’autunno 2008 uno studio intitolato Impieghi Verdi: Per un lavoro decente in un mondo sostenibile, a basse emissioni di carbonio. Mostrava che , visti i progressi della produttività e di altri fenomeni di deindustrializzazione, bisognerebbe creare 500 milioni di nuovi impieghi entro il 2020. Un “inverdimento” energetico dell’economia farebbe la sua parte. Però per questo mancava la volontà politica. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (PNUA) ha ripreso il testimone e pubblicato , in accordo con le altre organizzazioni dell’ONU, un appello che chiede al G20 di orientare i pacchetti di rilancio verso un nuovo Green New Deal . Di fatto il vertice del G20 dell’aprile 2009 ha affermato che le misure congiunturali dovevano “ accelerare la transizione verso un’economia verde”. 

I membri del G20 hanno però dato un minimo seguito a questo appello. Solo la Corea del Sud ha concepito il suo programma congiunturale come un Green New Deal, consacrando l’80% dei suoi mezzi all’economia verde.  La proporzione si è alzata ad un terzo in Cina, mentre negli Stati Uniti ed in Germania poco più di un decimo.
Il Green New Deal ricorda Roosevelt, Keynes e i fondamenti dello Stato sociale occidentale, e cioè precisamente ciò che le elite economiche e la corrente politica dominate hanno combattuto in Occidente in questi ultimi 30 anni. E’ la ragione per la quale le organizzazioni internazionali hanno immediatamente fatto ricorso a concetti meno offesivi: “ crescita verde” (OCSE), o “economia verde nel contesto dello sviluppo sostenibile e dell’eliminazione della povertà” (ONU).

Paesi industrializzati disorientati

Due evoluzioni hanno ostacolato il legame produttivo tra crisi economica e crisi climatica: il fallimento dei negoziati sul clima a Copenhagen alla fine del 2009 e la crisi del debito degli Stati occidentali. Inoltre, nessun governo occidentale oggi vuole o può lanciare nuovi programmi congiunturali. Il momento é, invece, all’insegna dell’austerità. Quando i governi occidentali parlano di economia verde non sanno più come cominciare e finanziare questo nuovo orientamento. 

Una controversia recente tra gli Stati Uniti e la Cina illustra bene il problema: gli investimenti nelle energie rinnovabili sono precipitati dalla crisi in importanti paesi occidentali. Al contrario, questo settore conosce un vero e proprio boom in Cina.  Con grande dispiacere dei capitani di industria occidentali che temono di perdere la loro leadership mondiale in questo ambito.  Di conseguenza, i politici americani accusano la Cina di concorrenza sleale attraverso una promozione sistematica delle sue imprese. Il sindacato United Steelworkers ha perfino chiesto al governo Obama di denunciare all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Il contenzioso verte precisamente sull’idea stessa del Green New Deal: sostenere le energie rinnovabili e le tecnologie verdi con le finanze pubbliche, poichè le sole  “forze di mercato’ non ci riusciranno.

Paure dei paesi in sviluppo

Il processo di “Rio+20” offre la speranza di un eventuale nuovo inizio. Si pongono però due questioni di fondo: cosa ne è del diritto allo sviluppo  e fino a dove la crescita può essere verde?

I paesi emergenti ed in sviluppo temono che un regime globale di “economia verde” potrebbe impedire il loro recupero industriale. Questa critica conferma i punti spinosi dei negoziati in corso sul clima. Per i paesi in sviluppo, spetta ai paesi industrializzati effettuare i primi passi decisivi della transizione verso dei sistemi energetici e di produzione a basso tenore di carbonio. Dovrebbero sostenere finanziariamente e tecnologicamente i paesi in sviluppo in questo processo. Inoltre, circa 1,5 miliardi di persone sono private di elettricità nei paesi poveri e dovrebbero averne accesso se si intende prendere sul serio la lotta alla povertà.

I paesi in sviluppo temono anche un protezionismo “verde”. I paesi occidentali potrebbero erigere degli ostacoli doganali contro i prodotti derivati da metodi tradizionali di fabbricazione e di approvvigionamento energetico.
E’ quanto aveva previsto il Congresso americano , prima che i democratici ritirassero la legge sul clima, vista la vittoria alle elezioni di medio termine dei “climatoscettici” repubblicani. 

La seconda questione controversa è sollevata da gruppi della società civile. Secondo questi, le elite occidentali partono dal presupposto  sbagliato che è possibile separare crescita economica infinita e consumo di energie non rinnovabili e di materie prime. Finora ogni guadagno di efficacia nei flussi di materie e di energia è stato compensato da una crescita del consumo (effetto rimbalzo) . Inoltre, la “smaterializzazione” dell’economia delle “ società della conoscenza” in Occidente è stata possibile solo perchè numerose industrie, le più inquinanti per precisione, sono state delocalizzate nei paesi in sviluppo. Da qui attualmente scaturiscono animati dibattiti sulla decrescita negli Stati Uniti ed in Europa occidentale.

Imprecisioni concettuali

Ci si può de facto interrogare su cosa intendano i governi per economia verde. In Corea del Sud, il cuore del Green New Deal è la costruzione di dieci nuove centrali nucleari – le energie rinnovabili sono trascurate. Nella sua dichiarazione d’intenti sull’economia verde nello scorso ottobre, il Consiglio federale mette l’accento sull’efficienza delle risorse. Se così facendo mira alle risorse energetiche, si potrebbe facilmente continuare a spingere, a pari consumo di energia, “l’automobilizzazione” del paese. La Germania, il Giappone e gli Stati Uniti inseguono, a fianco dell’”economia verde”, una politica di sicurezza  di approvvigionamento di materie prime con particolare accento sulle ultime risorse di petrolio e di gas.

Da un punto di vista di politica dello sviluppo , niente si oppone a un nuovo inizio in materia di sviluppo sostenibile con il marchio “economia verde”. Ma allo stato attuale delle cose molto resta aperto. Il mondo non ha bisogno di una cortina fumogena retorica negoziata sul piano internazionale, che non farebbe altro che mascherare l’inseguimento di una politica e di un’economia non sostenibili, riscaldando il clima, dilapidando le materie prime e generando dei conflitti. Resta, fino alla conferenza  di “Rio+20”, qualche mese per evitare tutto questo.

Calmy-Rey e “Rio +20”

Il segretario generale dell’ONU ha creato quest’estate un High-level Panel on Global Sustainability. Il suo compito sarà di elaborare entro la fine del 2011 un rapporto politico completo sul tema principale del Vertice “Rio +20” ed è composto da 21 persone di tutti i continenti, sotto la guida dei presidenti della Finlandia e del Sudafrica. Ne fanno parte personalità come Gro Harlem Brundtland, che avevano fortemente marcato con la loro impronta il Vertice di Rio nel 1992, e nuovi arrivati come la futura presidente della Confederazione, Micheline Calmy-Rey.

Il gruppo di esperti deve riflettere su un “nuovo paradigma dello sviluppo” ed indicare alcune vie verso un’economia povera in carbone, verso più stabilità economica mondiale, verso meno povertà e verso modi di produzione e di consumo sostenibili. Dovrà essere attenta alle possibilità di sviluppo dei paesi poveri in una nuova economia verde. Jörg Frieden (Direzione dello sviluppo e della cooperazione) sarà lo sherpa di Calmy-Rey nei lavori del gruppo di esperti.

Peter Niggli, Direttore di Alliance Sud

Traduzione Sonia Stephan
(pubblicato su La Regione, 4.01.2011)

www.earthsummit2012.org

www.unep.org/greeeneconomy

www.degrowth.net

www.decroissance.org

 

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dossier 13/2009Cambiamento climatico e politica di sviluppo

Alla vigilia della conferenza di Copenhagen, Alliance Sud pubblica un dossier dettagliato sul cambiamento climatico, i negoziati post-Kyoto e i paesi in via di sviluppo. ...>>
Introduzione di Peter Niggli
, direttore Alliance Sud
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