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20 anni dopo Rio : abbandonare la crescita

Pubblicato il: 23. 08. 2011

Nel maggio 2012 si terrà a Rio la conferenza dell’ONU “Rio+20”. Vent’anni dopo il primo Vertice della Terra, per la comunità degli Stati sarà l’occasione per redigere un bilancio dello sviluppo sostenibile. Il pianeta ha bisogno di un’economia oltre la crescita.

Nel 1992, al Vertice della Terra di Rio, la comunità internazionale si è impegnata a seguire la via dello sviluppo sostenibile. Era la nascita della «politica interna mondiale» e la promessa di un nuovo paradigma dello sviluppo.

L’unico modo per “assicurare un futuro più sicuro e più prospero” è un «approccio equilibrato ed integrato dei problemi dell’ambiente e dello sviluppo», si legge nell’Agenda 21, il programma d’azione adottato dai membri dell’ONU. In questo modo «potremo soddisfare i bisogni fondamentali, migliorare il livello di vita per tutti, meglio proteggere e meglio gestire gli ecosistemi». I paesi industrializzati, in conformità al principio del “chi inquina paga”, hanno accettato, allora, di assumersi la responsabilità principale.

Sulla via dell’autodistruzione

Lo sviluppo degli ultimi 20 anni ha calpestato le decisioni di Rio. Gli indicatori economici, sociali ed ecologici lampeggiano sul rosso. L’ecosistema terrestre si disgrega. L’impronta ecologica dei paesi industrializzati supera la capacità di carico e di rigenerazione della terra. La deforestazione è al culmine. La biodiversità affonda. L’acqua potabile diventa sempre più rara. I mari si svuotano dei loro pesci. Il numero delle persone che soffrono la fame aumenta, mentre immense superfici vengono coltivate per produrre agrocarburanti piuttosto che alimenti. La corsa alle risorse non rinnovabili è sempre più spietata.
I cambiamenti climatici dimostrano in modo esemplare l’insostenibilità dei nostri modi di produzione e di consumo.

I 20 anni dopo Rio sono sinonimo di fallimento collettivo della politica. Da tempo, è oramai chiaro che non c’era la volontà d’indurre un vero cambiamento di paradigma. Due anni dopo il Vertice della Terra, è stata creata l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), allo scopo di stabilire il primato del libero scambio. Mentre i capi di Stato, a Rio, confermavano che il modo economico e di sviluppo del Nord non era generalizzabile, con l’OMC lo estendevano all’intero pianeta.

L’apertura dei mercati era garantita dalle possibilità di severe sanzioni, mentre le regole ambientali e sociali di Rio rimanevano semplici obblighi morali e politici. Inoltre, l’applicazione delle tre convenzioni di Rio a carattere di diritto internazionale vincolante – come il Protocollo di Kyoto – non ha cessato d’essere aggirata.

Per accompagnare l’applicazione dell’Agenda 21, l’ONU ha creato la Commissione per lo Sviluppo Sostenibile (CSS). Dall’inizio, è stato un organismo debole, senza competenza decisionale. La sua influenza e le sue ambizioni si sono poi disgregate nel corso degli anni. Se la comunità degli Stati prende sul serio il cammino comune verso «un futuro più sicuro e prospero», deve approfittare di “Rio+20” per creare e rafforzare le strutture necessarie dell’’ONU.

Rotta verso l’«economia verde»

L’«economia verde», in base agli auspici dell’Assemblea generale dell’ONU, deve costituire uno dei temi principali di “Rio+20”. Ban-Ki Moon, suo segretario generale, in un rapporto d’inizio anno ha scritto che le opportunità di sviluppo dei paesi poveri sono minacciate. Essi temono che i paesi ricchi non proteggano i loro mercati con standard ambientali.

Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha recentemente calcolato che il due percento del prodotto interno lordo (PIL) mondiale basterebbe per innestare la transizione verso un’economia mondiale verde. Un investimento di 1’300 miliardi di dollari all’anno permetterebbe di mettere in piedi un’economia di mercato mondiale ecologica e di sconfiggere la povertà.

L’UNEP, tuttavia, non mette in discussione il bisogno di crescita: «È evidente che le nostre economie debbano continuare a crescere e a svilupparsi. Questo sviluppo non può tuttavia avvenire a scapito dei sistemi da cui dipende la vita sulla terra, negli oceani o nell’atmosfera e che permettono alle nostre economie, e quindi ad ognuno di noi, di esistere», ha dichiarato il suo direttore Achim Steiner.

Gli ambienti economici hanno creato il «Business Action for Sustainable Development 2012» per coordinarsi in vista di “Rio+20”. Sono già stati coinvolti nei preparativi del Vertice. Per ora, le ONG del Nord e del Sud non hanno nulla di paragonabile. Se la società civile vuole influenzare i contenuti di “Rio+20”, deve unire le forze ed entrare in scena, anche in Svizzera. Senza una visione comune di ciò che per essa è l’«economia verde», non riuscirà a far sentire la sua voce a Rio.

L’illusione della «crescita verde»

L’OCSE non parla di «economia verde», ma di «crescita verde». Prossimamente presenterà la sua strategia. L’OCSE vuole rafforzare la crescita economica e al contempo lottare contro le crisi ecologiche. Da parte sua, l’Unione europea ha adottato una strategia 2020 per una «crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva». Questi due esempi mostrano che i paesi industrializzati intendono combattere le crisi del XXI secolo con ciò che le ha provocate: ancora più crescita.

Eppure c’è una verità semplice, che non può essere invalidata con l’aggettivo «verde»: in un mondo finito, la crescita infinita è impossibile. La terra è uno spazio limitato. I suoli e le risorse non rinnovabili non aumentano. La biosfera non cresce e non può assorbire sostanze inquinanti all’infinito. Non è possibile combattere i cambiamenti climatici e far fronte alla rarefazione delle risorse solamente aumentando l’efficienza energetica e con le tecnologie verdi.

L’ingenua credenza nell’efficienza è uno degli ostacoli principali alla ricerca di modalità di sviluppo umane, eque ed ecologiche. Per rimanere sotto il fatidico limite di 2 °C di riscaldamento climatico, con una crescita economica media del 3% all’anno entro il 2015, Fred Luks, responsabile dello sviluppo sostenibile presso l’UniCredit Bank Austria, ha calcolato che sarebbe necessario un fattore d’efficacia di 43.

Optare per la sobrietà “felice”

È una parola che il mondo politico come pure le organizzazioni di sviluppo ed ambientali temono come la peste: la sobrietà “felice”. Hanno paura di fare la figura di austeri e scorbutici apostoli della rinuncia. Certamente, è più facile ripartire con maggior equità i guadagni della crescita. Sobrietà “felice” vuol dire un’economia del «benessere con dimensione di giustizia e di etica» piuttosto che del «sempre più». All’entrata del tempio di Apollo a Delfi, si può leggere: «Nulla di troppo». Forse la prima definizione di sobrietà « felice » pervenutaci.

Per fermare lo sfruttamento abusivo delle risorse naturali ed offrire ai paesi poveri lo spazio per il loro sviluppo, il mondo industrializzato deve mettere in discussione la sua dipendenza dalla crescita basata sulle energie fossili. Un’economia sostenibile e capace di tutelare le basi della vita non deve solo crescere, bensì anche decrescere in certi settori.

Non esiste uno scenario per una crescita al contempo continua e sostenibile in un mondo che, nel 2050, ospiterà 9 miliardi di persone. Al suo posto, c’è bisogno di un’equa ripartizione di ciò che già c’è, per permettere una vita degna a tutti gli esseri umani su questa terra. Vale, quindi, la pena di scandagliare le condizioni e possibilità di un’economia di post-crescita. Questa la sfida politica del XXI secolo che deve accettare la prossima conferenza di Rio.

Il problema, siamo noi

Il professore Mohan Munasinghe (Sri Lanka), vice-presidente del Consiglio mondiale del clima (GIEC), ha fatto una proposta che merita riflessione per Rio+20: “Dovremmo concentrarci sull’1.4 miliardo di persone che rappresentano il 20% dei più ricchi della popolazione mondiale. Consumano l’80% della produzione mondiale, ossia 60 volte di più rispetto al 20% dei più poveri. Visto che questi paesi totalizzano l’80% delle emissioni di gas ad effetto serra e del consumo di risorse, piccoli cambiamenti farebbero già una grande differenza”.

Rosmarie Bär, Alliance Sud (dal 1996 al 2010)
Traduzione Fabio Züger e Anna Rizzo Maggi
www.earthsummit2012.org

(pubblicato su La Rivista, giugno 2011)

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