Il divario digitale crescerà ulteriormente

E-Commerce; Digitalisierung; WTO
E-Commerce sta prendendo importanza sia nei paesi emergenti e in sviluppo. Foto: Nella sede principale di Mataharimall.com a Giakarta, Indonesia.
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La liberalizzazione del commercio elettronico procede di nascosto. Ma alla ministeriale dell'OMC sono in gioco la regolamentazione e la presa di potere dei giganti dell'high tech.

È il punto più controverso all’ordine del giorno dell’11a Conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), che avrà luogo a Buenos Aires dal 10 al 13 dicembre. Da 18 mesi, vari membri – tra cui gli Stati Uniti, l’UE e il Giappone – hanno presentato la loro visione della liberalizzazione del commercio elettronico in alcuni « non papers ». L’India, il Gruppo africano e i Paesi meno avanzati (PMA) si oppongono a qualunque negoziato su questo tema, almeno finché il ciclo di negoziati di Doha non sia giunto a termine. La Svizzera si dice pronta a discuterne, che nel linguaggio dell’OMC significa avviare presto o tardi dei negoziati.

Prima dell’inizio della conferenza, le posizioni dei membri sono molto distanti: alcuni vogliono negoziare delle regole vincolanti per numerosi aspetti del commercio elettronico, altri sono contrari. L’UE propone di creare un gruppo di negoziazione, senza specificare su cosa. Se ci sarà un compromesso, si tratterà probabilmente di un appello a scambiare le buone pratiche in materia di facilitazione del commercio (come la creazione di zone franche e depositi doganali), la promozione del commercio informatizzato e l’attuazione dell’accordo sull'agevolazione degli scambi; un approccio più coordinato sulle firme elettroniche, l’autenticazione, i contratti e delle misure per aumentare la trasparenza e promuovere lo sviluppo e la cooperazione. 

Tuttavia, prima o poi, le negoziazioni sul commercio elettronico supereranno questo stadio relativamente poco importante, che sia all’OMC o per mezzo di un accordo multilaterale come certi membri hanno già lasciato intendere.

Benché esso non sia oggetto allo stadio attuale delle negoziazioni, il « non paper » degli Stati Uniti presenta in modo chiaro la loro visione, che per altro è già stata proposta nel TPP, TISA e TTIP. Il suo scopo è aumentare ulteriormente il potere già esorbitante dei giganti tecnologici che dominano il mondo (Amazon, Apple, Google, Facebook, Microsoft, ecc.), tutti americani (con l’eccezione degna di nota del cinese Ali Baba). Esso prevede principalmente di:

  • Vietare le tasse doganali sui prodotti digitali (musica, video, software e giochi).
  • Autorizzare la circolazione transfrontaliera dei dati e vietare l’obbligo di archiviare i dati nei paesi.

    I dati sono diventati una delle principali ricchezze degli Stati. Sono addirittura considerati la «materia prima dell’economia digitale»[1]. L’accesso ai dati e il loro controllo genera dei profitti notevoli per chi li raccoglie e li analizza. Con questa proposta, gli Stati non potrebbero più esigere che i dati restino all’interno delle loro frontiere, ma dovrebbero cederli senza compensazione alle multinazionali (americane). I dati personali (ad esempio medici o bancari), di sicurezza nazionale, militari e dell’intelligence potrebbero essere trasferiti ovunque nel mondo, senza ostacoli. Questo pone delle gravi questioni in termini di sovranità, di sicurezza nazionale e di protezione della sfera privata.

BusinessEurope, la lobby delle industrie europee, non si è sbagliata. In una lettera alla Commissione europea del 30 ottobre 2017 essa sostiene il movimento transfrontaliero dei dati e l’interdizione dell’obbligo di archiviarli nei paesi, in vista soprattutto della Conferenza ministeriale di Buenos Aires. Deplora la mancanza di una posizione comune dell’UE su questo tema, che era stata una delle ragioni del fallimento delle trattative sul TISA nel dicembre 2016.

  • Divieto dell’obbligo di avere una presenza locale (ufficio, succursale, società).

Se un fornitore estero non è fisicamente presente in un paese, come sarà disciplinato il suo servizio? E come sarà tassato? In caso di controversia, i clienti dovranno probabilmente fare causa all’impresa delocalizzata nei tribunali degli Stati Uniti o dell’UE, principali luoghi di stoccaggio dei dati. Questo è un procedimento lungo e costoso e prevarrà sulle istituzioni nazionali. Come fa notare il sindacato internazionale Uni Global Union, il fornitore di servizi estero potrà impiegare del personale che non sarà sottoposto al diritto del lavoro del paese ospitante ma a quello del paese d’origine della multinazionale, con il conseguente rischio di dumping salariale (vedi la recente polemica sui lavoratori distaccati nell’UE). Il numero di lavoratori indipendenti aumenterà, a scapito dei lavoratori salariati, accentuando così l’«uberizzazione» e la precarizzazione dell’economia. Le imprese nazionali saranno sotto pressione a causa della concorrenza dei giganti esteri e dovranno abbassare i costi. Le esigenze di contenuti locali alla televisione, alla radio e al cinema scompariranno.

  • Vietare l’obbligo di trasferire la tecnologia, anche per i PMA.

Si tratta di una delle esigenze dei paesi in via di sviluppo per poter superare il divario digitale. Tradizionalmente, questi paesi hanno accettato degli investimenti stranieri a condizione che l’investitore si impegni ad aiutare i fornitori locali ad aggiornare la loro tecnologia, ad acquistare una parte dei pezzi di ricambio presso i fornitori locali, ecc.

  • Vietare l’obbligo di rendere pubblico il codice sorgente, anche a un’autorità di regolamentazione.

Questo rafforzerebbe la protezione della proprietà intellettuale per tutti i membri dell’OMC e creerebbe dei problemi di sicurezza nazionale, di protezione della sfera privata e di trasferimento tecnologico.

  • Le multinazionali estere avrebbero il diritto di formulare osservazioni prima di ogni progetto di legge e di regolamento per assicurare la « trasparenza », con l’idea di una sorta di coerenza normativa.

 

Come osservava Abdoullah Cissé, professore di diritto e avvocato in Senegal, nell’ambito di una riunione sull’e-commerce organizzata dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) a Ginevra:

« Molti Stati africani non hanno leggi sulla protezione dei dati, il commercio elettronico e la cyber criminalità. Le conseguenze sono nefaste, perché il divario digitale si approfondisce e si banalizza. Questo si traduce in un’inadeguatezza delle imprese africane nella catena del valore delle imprese digitali. La sovranità digitale è minacciata: la maggior parte degli Stati africani non sono più responsabili di niente nel proprio paese; il mondo funziona con dei dati, ma non hanno cloud, non gestiscono i loro data centre. Le piccole e medie imprese hanno sede in Africa, ma lavorano per delle società del Nord. Quanto alla protezione dei dati in Africa, non esiste alcuna regolamentazione. Molti Stati sono esposti al rischio della cyber colonizzazione, perché se non c’è sovranità sui dati ci si trova nella stessa situazione di qualche secolo fa, quando il governo cadeva nelle mani degli schiavisti! ».

 

(traduzione: Barbara Rossi)

 

[1] Vedi anche Uni Global Union, Discussions inquiétantes à l’OMC, le fossé numérique risque de se creuser, Nyon, 5 maggio 2017