Investimenti responsabili in Iran?

Dappertutto a Teheran dei graffiti dell’artista internazionalmente noto Mehdi Ghadyanloo rappresentano degli idilli paradisiaci, dei martiri e dei motivi surrealisti – su mandato dell’ Ufficio per il miglioramento della città – per dissimulare la fuliggine delle facciate.
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Le imprese dovrebbero rispettare i diritti dell’uomo, anche quando investono all’estero. Quale ruolo deve avere la Svizzera a tal proposito nell’accesso dei suoi investitori all’eldorado iraniano?

La rielezione del riformatore Hassan Rohani alla presidenza dell’Iran darà un nuovo slancio alle delegazioni occidentali che, in seguito alla firma dell’accordo sul nucleare iraniano, il 14 luglio 2015 a Losanna, e alla susseguente attenuazione delle sanzioni, si precipitano verso Teheran per fare affari. Sull’esempio della Svizzera, che è stata una delle prime nazioni a inviare sul posto una delegazione economica. 

In effetti, un Paese di 80 milioni d’abitanti con un alto livello d’educazione, ricco di risorse naturali sfruttate molto poco, costituisce un mercato molto allettante. Nel 2016, il volume degli scambi svizzeri con l’Iran ammontava a 517 milioni di CHF (496 milioni d’esportazioni e 21 milioni d’importazioni). Eppure le imprese svizzere sono ancora molto reticenti a investire nel Paese dei mullah, specialmente le banche, a causa delle sanzioni americane ancora in vigore. Credit Suisse e UBS indicano di non avervi fatto affari fino ad ora. Nel gennaio 2017 Vitol, principale trader petrolifero indipendente al mondo[1], ha prestato alla National Iranian Oil Co 1 miliardo di USD in euro[2], garantiti dalle future esportazioni di prodotti raffinati.

Diritti umani, diritti del lavoro e ambiente

Occorre dapprima notare che la maggior parte degli investimenti esteri è in piena contraddizione con gli obiettivi di sviluppo sostenibile poiché vanno nel petrolio e nel gas. Inoltre alcuni rappresentanti delle minoranze iraniane fanno notare che essi servono unicamente a rafforzare il regime e l’esercito, mentre la popolazione locale non ne trae beneficio. Durante una riunione al Parlamento di Berna, hanno chiesto di non investire assolutamente in Iran, o almeno di rispettare i diritti dell’uomo, le norme del lavoro e l’ambiente. Più facile a dirsi che a farsi, perché le sfide sono notevoli:

  • La protezione della sfera privata su Internet è molto precaria, ciò può avere serie conseguenze per la sicurezza degli impiegati e dei clienti e la vendita di prodotti informatici. 
  • Il lavoro minorile è ancora diffuso e stimato a circa 3 milioni.
  • Le molestie sessuali sono ampiamente sminuite, ma molto presenti sui posti di lavoro.
  • La sicurezza al lavoro è una grande sfida. Secondo l’Organizzazione iraniana di medicina legale, dal mese di maggio a quello di luglio del 2015, 650 persone sono morte a seguito d’incidenti sul lavoro e 10'109 sono rimaste ferite. Queste cifre potrebbero essere molto più elevate poiché sono numerosi i lavoratori che non denunciano questi incidenti. In Iran, non esiste una legge che protegge gli impiegati che si rifiutano di lavorare in condizioni pericolose e il tasso di mortalità è otto volte superiore alla media mondiale.
  • La discriminazione al lavoro è un’altra fonte d’inquietudine. La Legge Gozinesh vieta l’accesso a certe professioni alle donne, alle minoranze religiose o etniche e ai dissidenti politici. Tre milioni di rifugiati afgani si trovano in Iran, di cui due milioni in situazione illegale e rischiano così d’essere discriminati o impiegati in condizioni molto precarie.
  • Le minoranze rappresentano il 50% della popolazione iraniana e sono discriminate. Nelle regioni curde, per esempio, il tasso di disoccupazione è più alto, la qualità di vita inferiore e l’accesso all’educazione è limitato. Le infrastrutture e i servizi di base sono insufficienti. Gli investimenti esteri si concentrano a Teheran, mentre bisognerebbe creare degli impieghi nelle regioni abitate dalle minoranze, imponendo delle quote di lavoratori locali.
  • La corruzione è molto diffusa e il Paese si trova al 131° posto nella classifica di Transparency International 2016 sulla corruzione (su un totale di 176 nazioni).
  • I diritti sindacali non sono rispettati. I sindacati indipendenti sono proibiti. Non c’è una legge per proteggere i lavoratori da abusi, discriminazione o molestie. I lavoratori sono licenziati senza poter difendersi e rischiano di farsi arrestare se scioperano. Alcuni sono stati condannati a essere frustati. I leader sindacali sono accusati di minacciare la sicurezza dello Stato e condannati a lunghe pene detentive.
  • La debolezza dello Stato di diritto, gli arresti arbitrari, l’assenza di libertà d’espressione, di raduno e d’associazione sono un problema. La giustizia non è indipendente. 
  • Le espropriazioni illegali e le espulsioni forzate per far posto a progetti di sviluppo sono importanti.
  • L’ambiente rappresenta una grande sfida. Secondo Issan Kalantari, un ex ministro dell’agricoltura, l’Iran sta andando verso una catastrofe ecologica senza precedenti a causa della rarefazione delle sue risorse idriche. L’inquinamento dell’aria e la desertificazione sono pure problematiche e gli investimenti esteri potrebbero accentuare questi problemi già acuti.
  • Non da ultimo, scegliere il buon partner d’affari può rivelarsi molto difficile, poiché le strutture di direzione sono poco trasparenti e certi individui possono essere ancora oggetto di sanzioni.

Responsabilità della Svizzera

Come si vede, la situazione dei diritti umani, compresi quelli dei diritti fondamentali al lavoro e degli standard ambientali, è molto precaria in Iran. Il governo non è pronto a migliorare questa situazione e la società civile è quasi inesistente. 

Con queste premesse, i governi degli Stati d’origine devono quindi esigere una particolare responsabilità da parte degli investitori, in conformità ai Principi guida dell’ONU riguardanti imprese e diritti umani.  Nel suo Piano d’Azione Nazionale (PAN) sulla messa in atto di questi principi, adottato il 9 dicembre 2016, il Consiglio federale sottolinea che si aspetta dalle aziende che assumano la loro responsabilità in materia di diritti umani, in Svizzera e in qualunque posto in cui esse sono attive. Ma il PAN tace sulla questione di sapere con quali misure concrete il Consiglio federale intende garantire che le imprese coinvolte rispettino effettivamente questa responsabilità.

Per Alliance Sud, il Consiglio federale dovrebbe prendere dei provvedimenti per assicurarsi che le imprese elvetiche rispettino pienamente i diritti umani e l’ambiente, in particolare con l’attuazione dell’obbligo di diligenza, un principio articolato in tre tappe:

  1. Identificare i rischi di violazione dei diritti umani
  2. Adottare le misure preventive e correttive necessarie
  3. Fare rapporto

Il Consiglio federale dovrebbe prima di tutto sensibilizzare le imprese svizzere sui rischi acuti di violazione dei diritti umani in Iran. Nell’ambito dei suoi dialoghi sulla libertà d’espressione e la pena di morte, la Svizzera dovrebbe anche discutere la questione delle imprese e dei diritti umani, sul modello di ciò che viene fatto in altre nazioni. In fin dei conti, si tratta di capire ciò che intende fare la Svizzera per contribuire a migliorare la situazione dei diritti umani in questo Paese, specialmente le norme internazionali del lavoro e i diritti che potrebbero essere lesi maggiormente dagli investitori svizzeri.

[1] Cifra d’affari di $152 miliardi nel 2016.

[2]  http://www.reuters.com/article/us-iran-vitol-oil-idUSKBN14O0HR

Pubblicato su Syndicom il 23 giugno 2017 in versione raccorciata

(Traduzione: Fabio Bossi)