Nuovi modelli ad alto rischio

Articolo global
L’Unione europea e il Canada hanno appena siglato un accordo di libero scambio esplosivo. Limiterà la capacità degli Stati di regolare e potrebbe servire da modello per accordi futuri.

Un gigante di 500 milioni di abitanti - l’Unione europea (UE) - di fronte a un «nano» di 35 milioni - il Canada. Tuttavia, è il modello canadese ad essersi ampiamente imposto nell’Accordo economico e commerciale globale (CETA), il primo mega-accordo di libero scambio i cui negoziati hanno avuto esito positivo. Dovrebbe spianare la strada ad altri trattati in corso: il Partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti (TTIP) e l’Accordo sul commercio dei servizi (TISA), un accordo molto ampio sui servizi, negoziato a margine dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) da ventitré dei suoi Stati membri.

Il CETA rappresenta un cambiamento di paradigma nel commercio e nell’investimento dei paesi europei. Rischia di diventare il nuovo modello di accordo per il Vecchio continente. Questo creerebbe un commercio mondiale a due velocità, dove i paesi ricchi aderiscono a regole più severe e i paesi in sviluppo ad altre. Questo potrebbe firmare la condanna a morte del multilateralismo e dell’OMC. Ma non siamo ancora a questo punto, perché i ventotto Stati membri dell’UE e il Parlamento europeo devono ancora ratificarlo, e questo non è scontato.

Diritto di controllo delle persone straniere

Il CETA contiene numerosi obblighi mai assunti prima dall’UE. Innanzitutto, il commercio delle merci: ogni volta che lancerà una consultazione su nuove prescrizioni tecniche – norme sull’ambiente, sulla sicurezza e sulla salute al lavoro, sulla sicurezza dei giocattoli, ecc. – l’UE sarà obbligata a consultare non solo gli Stati membri, ma anche ogni «persona interessata» del Canada e a rispondere per iscritto alle sue domande.

In materia di commercio dei servizi, per la prima volta in un accordo internazionale, l’UE e i suoi Stati membri assumono impegni sulla base di liste negative. Sia l’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (AGCS, OMC) che gli accordi bilaterali esistenti, iscrivono gli obblighi delle parti in liste positive. Questo significa che le disposizioni dell’accordo si applicano solo ai settori e ai sotto-settori elencati nella lista e su riserva di restrizioni iscritte.

Con un sistema di liste negative, tutti i settori di servizi sono completamente liberalizzati (accesso completo e senza restrizioni al mercato per le imprese estere), eccezion fatta per le riserve previste. Questo implica che al momento della negoziazione dell’accordo, ogni parte deve conoscere tutte le misure in vigore e determinare i settori e le attività che, in futuro, potrebbero necessitare una regolamentazione. Il Canada ha, per esempio, escluso tutte le industrie culturali, l’UE solo l’audiovisivo. Ma con una lista negativa, il rischio di dimenticare un settore – a maggiore ragione se questo non esiste ancora – è semplicemente enorme.

Quanto all’investimento, la sua definizione è molto ampia. Non esaustiva e fondata essenzialmente sulla nozione di capitale, è diversa da quella degli accordi d’investimento, rivolti principalmente agli investimenti reali, vale a dire l’acquisizione o la costituzione di un’impresa. Inoltre, protegge pure un investitore che non ha ancora investito, ma che ha intenzione di farlo.

La cremagliera della deregolamentazione

Il CETA contiene un obbligo di blocco e di antiarretramento in non meno di cinque capitoli: gli investimenti, il commercio transfrontaliero di servizi, l’entrata e il soggiorno temporaneo di persone, i servizi finanziari, il trasporto marittimo. Le clausole di blocco e di antiarretramento significano che uno Stato parte non potrà mai riconsiderare una liberalizzazione (o deregolamentazione) in vigore al momento della firma del trattato né su una deregolamentazione posteriore all’accordo, salvo che non l’abbia espressamente previsto nelle sue riserve al momento del negoziato. Potrà dunque solo imprimere nell’ordine giuridico interno un orientamento verso maggiore liberalizzazione – come la ferrovia a cremagliera che può solo avanzare e mai retrocedere. Un parlamento potrà legiferare solo in un senso. Pensiamo alla gestione delle autostrade (pedaggi) in Germania o in Francia, al settore dell’energia a livello comunale, ai trasporti urbani… In questi campi – e molti altri – la (de)regolamentazione potrà essere solo unidirezionale.

E’ interessante notare che, per il movimento delle persone fisiche, il blocco e l’arretramento sono limitati alla categoria del «personale chiave» (per esempio, i manager e amministratori delegati) e ai «visitatori a breve termine», vale a dire al personale qualificato. Gli Stati parti potranno invece sempre riconsiderare l’allentamento della loro politica migratoria rispetto alle persone poco qualificate – accentuando così i flussi migratori a diverse velocità.

Maggiore possibilità di denuncia delle imprese contro gli Stati

Uno degli aspetti controversi del CETA è la possibilità per una persona fisica o un’impresa considerata come un «investitore», di avviare una procedura giudiziaria contro uno Stato, se questa considera di avere subito un danno a causa del non-rispetto dell’accordo. Inoltre, il CETA non contiene eccezioni in materia sociale e di lavoro. Prevede solo le eccezioni riprese dall’AGCS, che sono assolutamente insufficienti.

Una novità importante per l’UE è che il meccanismo di regolazione delle controversie tra investitori e Stati non si applica solo agli investitori, ma anche ai serviti finanziari. Si potrebbe quindi immaginare che una banca o un istituto finanziario canadese denunci l’UE per un inasprimento della regolazione sul commercio dei servizi.

Il CETA contiene quindi un certo numero di clausole che l’UE e i suoi Stati membri contraggono per la prima volta in assoluto. L’approccio con liste negative, rafforzate dalle clausole di blocco e di antiarretramento così come dal meccanismo di regolazione delle controversie tra investitori e Stati, fanno del CETA un accordo pericoloso. Gli stessi Stati membri dell’UE non sembrano coglierne tutti gli aspetti in gioco. Il CETA apre la via al TISA, che riguarda però solo il commercio dei servizi e non prevede un meccanismo di regolazione delle controversie tra investitori e Stato. Spiana anche la strada del TTIP, dove il meccanismo di regolazione delle controversie tra investitori e Stati è momentaneamente congelato a causa dell’opposizione della società civile.

Sebbene la Svizzera non ne sia direttamente toccata, il CETA rappresenta un rischio importante. Berna e Ottawa prevedono, in effetti, di allargare l’accordo di libero scambio esistente e certe clausole del CETA potrebbero diventarne il modello. Questo rappresenterebbe un cambiamento di paradigma per la Svizzera, che non conosce le clausole di antiarretramento e di blocco né di protezione dell’investimento e del meccanismo di regolazione delle controversie tra investitore e Stato con i paesi industrializzati.

Traduzione Sonia Stephan
(pubblicato su La Regione, 14 aprile 2015)