Accordi di protezione degli investimenti obsoleti

Comunicato
I 130 accordi di protezione degli investimenti della Svizzera sono unilaterali e limitano in maniera esagerata il margine di manovra dei paesi d’accoglienza. Occorre dunque rivedere il nuovo accordo con la Tunisia.

«Gli accordi di protezione degli investimenti sono un’eredità dell’epoca coloniale», ha spiegato Peter Niggli, direttore di Alliance Sud, davanti ai media a Berna. «Danno dei diritti agli investitori e degli obblighi ai paesi d’accoglienza». Un investitore può così sporgere denuncia contro uno Stato ospite ed esigere risarcimenti ma il contrario non è possibile. Le formulazioni vaghe rendono i diritti e gli obblighi dei partner dell’accordo imprevedibili; riducono il margine di manovra dei paesi d’accoglienza e inducono, anche in caso di assoluzione, ad importanti spese giudiziarie. Peter Niggli ha deplorato che, al contrario di altri paesi, la Svizzera manifesta poca sollecitudine nel rivedere questo tipo di accordi unilaterali. Prova ne è il trattato con la Tunisia – sottomesso al Parlamento – che ricalca il vecchio modello.

Rivedere l'accordo con la Tunisia

Isolda Agazzi, specialista delle questioni di commercio presso Alliance Sud, chiede principalmente tre cambiamenti nell’accordo con la Tunisia. Innanzitutto, le misure politiche dello Stato ospite per la protezione dell’ambiente e della salute devono essere escluse in maniera esplicita dalle «espropriazioni» che danno diritto a risarcimenti. In seguito, la clausola elastica del «trattamento giusto ed equo» degli investitori deve essere precisata. Gli investitori ne deducono un diritto ad un «quadro regolatore stabile e prevedibile» e l’invocano per chiedere risarcimenti quando questo cambia. Infine, in caso di controversia, deve essere data priorità ai tribunali locali e le procedure internazionali d’arbitraggio devono essere riformate in profondità (audizioni pubbliche, possibilità di ricorso, diritto di denuncia per gli Stati, ecc…). 

Il caso Philip Morris contro l'Uruguay

Il caso Philip Morris contro l’Uruguay ben dimostra in che cosa gli accordi di protezione degli investimenti della Svizzera sono problematici. La multinazionale del tabacco, con sede in Svizzera, ha sporto denuncia presso il tribunale arbitrale della Banca Mondiale contro il paese latino-americano, perché ha introdotto regole più severe – in particolare in materia di marketing – che mirano a limitare il consumo di tabacco. Nel 2010, Philip Morris ha richiesto all’Uruguay circa 2 miliardi di dollari d’indennizzo. Secondo Alberto Villarreal, dell’ONG uruguaiana Redes/Friends of the Earth, la multinazionale ha invocato, per questo, quattro articoli dell’accordo di protezione degli investimenti con la Svizzera, in particolare quelli sull’«espropriazione indiretta» e sul «trattamento giusto ed equo» degli investitori. All’inizio di febbraio, una prima udienza – non pubblica – si è tenuta a Parigi sulle questioni delle competenze. Alberto Villarreal ha dichiarato che gli accordi di protezione degli investimenti riducono il margine di manovra dell’Uruguay e di altri Stati per assumere i loro obblighi e proteggere i diritti umani, l’ambiente ed altri beni pubblici.