Multinazionali svizzere denunciano state

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Glencore contro la Colombia, Alpiq contro la Romania e forse presto anche Novartis contro Bogotà. Denunce scaturite sulla base dei trattati svizzeri di protezione degli investimenti.

Ad inizio marzo, la Segreteria di Stato dell’economia (Seco) ha presen-tato il rapporto di un gruppo di lavoro interdipartimentale sulla revisione degli accordi di promozione e prote-zione degli investimenti (APPI). Il mi-nimo che si possa dire è che ha deluso le aspettative di Alliance Sud e delle ONG. Promette di meglio definire certe clausole controverse ma, sicco-me il nuovo modello d’accordo non è pubblico, c’è da temere che vi figurino sempre le disposizioni più problema-tiche: come la «clausola ombrello», che permette ad un’impresa di con-testare una disposizione legata ad un contratto o il fatto che la protezione della salute e quella dell’ambiente non siano ancora considerate come eccezioni all’espropriazione indiretta.
Del resto, questo nuovo modello non si applicherà retroattivamente ai 131 accordi già esistenti con i paesi in sviluppo. Riguarderà unicamente i pochi paesi in sviluppo che riman-gono, quelli che vogliono moderniz-zare i loro APPI con la Svizzera ed eventualmente i paesi industrializzati (Canada, Stati Uniti, Unione europea-UE?) con i quali la Svizzera non dispo-ne ancora di un trattato. Quest’ultima eventualità non è puramente teorica: durante l’aggiornamento dell’accordo di libero scambio con il Canada, la Svizzera potrebbe essere tentata d’in-cludervi il meccanismo di composi-zione delle controversie investitore-Stato (ISDS), come ha fatto il Canada nel suo accordo con l’UE (CETA). E se la Svizzera accede al TTIP (Partena-riato transatlantico sul commercio e gli investimenti), dovrà accettare que-sto meccanismo controverso con gli Stati Uniti e l’UE.

Glencore contro la Colombia

La Seco afferma d’aver migliorato la trasparenza nell’arbitrato. Purtrop-po non è il caso, come lo dimostra l’ultima denuncia in ordine di tem-po: Glencore contro la Colombia. Registrata il 16 marzo presso il CIRDI (Centro internazionale per la com-posizione delle controversie relative agli investimenti) sulla base dell’APPI tra la Colombia e la Svizzera, non se ne conosce alcun dettaglio. Glencore non ha comunicato, la Seco nemme-no.
Eppure si tratta di una delle prime denunce di una multinazionale con-tro lo Stato colombiano. Secondo la stampa locale, essa riguarderebbe l’emendamento del contratto d’e-strazione della miniera di carbone di Calenturitas, rinegoziato nel 2010 da Glencore e dalle autorità colombiane. Allora l’obiettivo era quello di ridurre le tasse (royalties) pagate da Glenco-re in cambio di un aumento delle sue attività minerarie, con l’idea che, in fin dei conti, la Colombia avrebbe fi-nito col guadagnarci di più. Però non è andata così e, nel 2010, le tasse sono scese da 129 a 77 miliardi di pesos co-lombiani. La corte dei conti della Co-lombia ha quindi contestato la rinego-ziazione del contratto (circondata da sospetti di corruzione) ed ha inflitto a Glencore una multa di 62 miliardi di pesos colombiani (18 milioni di USD).
La Colombia è molto toccata dalla diminuzione dei prezzi delle materie prime. L’opinione pubblica è scioc-cata da un caso di corruzione che riguarda la modernizzazione della raffineria di Cartagena, che Glencore avrebbe dovuto effettuare nel 2006. E alcune altre multinazionali minerarie hanno recentemente denunciato Bo-gotà, contestando alcune misure di protezione ambientali (creazione di un parco naturale, ecc.). Per Alliance Sud, è inaccettabile che una decisione giudiziaria di uno Stato sovrano possa essere rimessa in discussione da tre arbitri che dipendono dalla giustizia commerciale privata.

Braccio di ferro sul Glivec

Le difficoltà potrebbero non essere ancora finite per la Colombia. Il pae-se ha fatto una «dichiarazione d’inte-resse pubblico», il primo passo verso l’emissione di una «licenza obbligato-ria» per il Glivec (Imatinib nella lingua locale), un medicamento prodotto da Novartis per lottare contro la leu-cemia. Questo permetterebbe alle imprese farmaceutiche locali di pro-durre dei medicamenti generici che farebbero abbassare il prezzo esorbi-tante del Glivec del 77% – il suo costo attuale è di 20.000 USD per paziente e per anno. Tra il 2008 e il 2014, i colom-biani hanno speso quasi 134 milioni di USD (400 miliardi di pesos colom-biani) per il Glivec. Questa decisione sarebbe una prima per la Colombia, che non ha mai emesso licenze obbligatorie.
Senza sorprese, Novartis si oppone a questa decisione. Più sorprendente e contestabile è invece il fatto che la Svizzera ufficiale abbia anche fatto pressione su Bogotà affinché s’asten-ga. L’anno scorso, la Seco ha inviato una lettera alle autorità colombiane, chiedendo loro di rinunciare a questo progetto a seguito delle buone relazio-ni economiche esistenti tra i due pa-esi: accordi di libero scambio, di pro-tezione degli investimenti e di doppia imposizione fiscale.
L’emissione di licenze obbligato-rie è tuttavia autorizzata dall’accor-do sugli ADPIC (aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio) dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Ma l’accordo di libero scambio tra l’AELS e la Colombia rafforza i diritti di proprietà intellettuale e rende la produzione di generici più diffici-le. È uno dei motivi per cui Alliance Sud si oppone a questi accordi. Un paese come la Colombia, che deve ricostruirsi dopo anni di guerra civi-le, ha bisogno di ulteriori mezzi per garantire il diritto alla salute della propria popolazione. Oltretutto, v’è da temere che questa lite finisca da-vanti a un tribunale arbitrale, come il caso Glencore, in virtù dell’accordo di promozione degli investimenti tra la Svizzera e la Colombia.

Denuncia d’Alpiq contro la Romania

Un’altra ditta svizzera non si astie-ne dal fare all’estero ciò che non po-trebbe fare a casa propria: Alpiq. Se, in Svizzera, l’impresa elettrica vende una parte delle proprie dighe e chiede sovvenzioni allo Stato, all’estero non esita a sporgere denuncia contro uno Stato sovrano quando non riesce ad accordarsi sulle relazioni contrattuali.
È così che nel 2014, Alpiq ha de-nunciato la Romania, perché la socie-tà pubblica Hidroelectrica era fallita e aveva rescisso il contratto di forni-tura d’elettricità. La denuncia si basa sull’APPI tra la Svizzera e la Romania, così come sull’Environment Charter Treaty (un trattato multilaterale di cui fa parte la Svizzera). Alpiq rivendica alla Romania un risarcimento pari a 100 milioni di euro. La denuncia è an-cora pendente.

Per Alliance Sud, è inaccettabi-le che un’impresa (estera) denunci uno Stato che non ha più i mezzi per onorare i propri impegni. Alpiq, che è un’impresa svizzera, non potrebbe denunciare il proprio paese. Ma se la Svizzera vende le proprie dighe ad im-prese estere, potrebbe essere oggetto di denunce qualora, per esempio, adottasse misure di protezione am-bientale suscettibili di ridurre il pro-fitto degli investitori esteri – anche se minoritari.
Questi trattati di protezione degli in-vestimenti non sono equilibrati, per-ché permettono alle imprese estere di denunciare lo Stato d’accoglienza, ma non il contrario. Da alcuni anni, Alliance Sud chiede alla Svizzera di ri-equilibrare i propri accordi e di rinun-ciare al meccanismo di composizione delle controversie investitore - Stato. Finora, la Svizzera non è stata oggetto di alcuna denuncia conosciuta. Ma, considerando l’aumento degli investi-menti esteri nel nostro paese, questo sarebbe anche nel suo interesse.

Articolo da GLOBAL+, pubblicato dal Giornale del Popolo il 24 agosto 2016
Traduzione: Fabio Bossi