Un sistema sull’orlo del baratro

Il sistema di salute colombiano conosce numerosi problemi. Uno è il prezzo elevato dei medicament e un altro la corruzione. Foto: clinica di Santa Crus del Islote, dove il medico di Cartagena passa una volta ogni tot mesi.
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L’edificio giuridico che regola le controversie fra investitori e stati (ISDS) è sempre più sollecitato. La diplomazia multilaterale potrebbe dar vita ad un tribunale internazionale di arbitrato.

Il sistema di regolamento delle controversie fra investitori e Stati (Investor – State Dispute Settlement, ISDS) esplode: dal 1° gennaio 2016, secondo la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD), 104 nuove cause sono state inoltrate da investitori stranieri contro Stati ospiti, portando a 817 il numero delle denunce note dal 1987. Le multinazionali hanno vinto nel 60% dei casi. I danni e gli interessi reclamati dai querelanti vanno dai 10 milioni di dollari ai 16.5 miliardi di dollari richiesti alla Colombia dalla multinazionale americana Cosigo Resources.[1]

Le imprese svizzere non sono da meno - le ultime querele note sono quella di Glencore contro la Colombia e la minaccia di querela di Novartis contro questo stesso paese.[2] La Svizzera occupa perfino l’11° posto per quanto riguarda le querele basate sui suoi accordi di protezione degli investimenti (API): 26 cause note dal 1987, mentre la Confederazione stessa non è mai stata querelata.

Non stupisce quindi che sempre più paesi in via di sviluppo denuncino i loro API e vogliano rinegoziarne di più equilibrati, come l’hanno fatto negli ultimi tre anni l’India, il Sudafrica, l’Indonesia e l’Ecuador con la Svizzera. L’India ha buoni motivi di preoccuparsi: fino al 2010 non era mai stata condannata da un tribunale arbitrale, ma da allora è oggetto di un numero crescente di cause (22 ad oggi), la maggior parte delle quali in corso. Il Sudafrica è molto più prudente: nonostante sia stato oggetto di una sola querela, peraltro ritirata, ha denunciato tutti i suoi API, come pure l’Indonesia (7 cause, di cui 2 in corso).

Commissione cittadina in Ecuador

L’Ecuador è un caso emblematico è stato oggetto di almeno 23 cause, di cui molte sono ancora in corso (nessuna causa fatta da imprese svizzere). La maggior parte è stata inoltrata negli ultimi dieci anni, in seguito ad espropriazioni e altre misure simili decise dall’ex presidente Rafael Correa nel settore degli idrocarburi. L’anno scorso, Quito ha dovuto pagare 980 milioni USD al petroliere americano Occidental Petroleum per l’annullamento di un contratto petrolifero. Un altro pannello arbitrale gli ha ordinato di pagare 380 milioni USD al petroliere americano ConocoPhlips.

La denuncia degli API fa seguito alle raccomandazioni di CAITISA, una commissione cittadina che, in un rapporto di 668 pagine, sottolinea come gli API abbiano fatto più male che bene all’Ecuador: nonostante sia uno dei paesi della regioni che ne ha firmato di più, ha ricevuto solo lo 0.79% degli investimenti diretti stranieri della regione fra il 2001 e il 2011. Inoltre i principali investitori provenivano da paesi – Brasile, Messico e Panama – con il quali non ha accordi d’investimento. L’Ecuador deve ancora pagare danni e interessi che rappresentano il 52% del suo budget 2017 (!).

La commissione cittadina raccomanda di escludere completamente l’ISDS, l’espropriazione indiretta, il trattamento giusto ed equo e la clausola ombrello. Rivendicazioni che Alliance Sud formula anche nei confronti degli API svizzeri ma che, finora, sono rimasti lettera morta, visto che la Seco si è limitata a qualche modificazione cosmetica nel suo nuovo modello di accordo del marzo 2016.

Diritti umani e « contro-causa»

Tradizionalmente gli API proteggono solo i diritti degli investitori e non i diritti umani delle popolazioni. “Il modello di accordo alternativo che vogliamo instaurare prevede che gli investitori abbiano anche degli obblighi vincolanti e non solo diritti”, sottolinea Cecilia Olivet, di Transnational Institute, che ha presieduto ai lavori di CAITISA.

Una prima lancia in favore del diritto alla salute è stata spezzata dalla sentenza di Philip Morris contro l’Uruguay (luglio 2016), in cui l’istanza del fabbricante svizzero di sigarette è stata respinta su tutta la linea. Un secondo barlume di speranza si è acceso a fine 2016, quando un tribunale arbitrale ha respinto l’istanza di Urbaser, un’impresa spagnola che gestiva la fornitura di acqua e fognature a Buenos Aires ed era fallita in seguito alla crisi finanziaria del 2001 – 2002. Gli arbitri hanno affermato che un investitore deve rispettare anche i diritti umani. Per la prima volta, hanno accettato anche il principio di una “contro-causa” dell’Argentina contro Urbaser per violazione del diritto all’acqua della popolazione. Anche se purtroppo hanno poi statuito che, sul merito, Urbaser non aveva violato il diritto all’acqua, hanno considerato la contro-causa ammissibile dato che l’API Argentina – Spagna permette “alle due parti” di sporgere querela.  

Purtroppo gli API svizzeri permettono solo all’investitore di fare causa e non alle due parti.[3] L’aggiornamento degli accordi in corso sarebbe l’occasione di introdurre questa modifica. Tale cambiamento rimarrebbe comunque modesto perché la causa iniziale rimane comunque prerogativa esclusiva dell’investitore, per cui vittime di violazioni del diritto all’acqua, alla salute, o dei diritti sindacali non possono sporgere denuncia contro le multinazionali straniere sulla base degli API. Possono solo, nel migliore dei casi, rispondere alle querele delle multinazionali.

Corte internazionale di arbitrato: una falsa buona idea?

Per far tacere le critiche contro l’ISDS – che hanno fatto quasi fallire il Trattato di libero scambio tra Canada e Unione europea (CETA) – la Commissione europea propone di creare una corte permanente di arbitrato. E’ chiaro che tale corte, con giudici nominati in anticipo e la possibilità di appello, sarebbe un miglioramento rispetto al sistema attuale. Ma le ONG, fra cui Alliance Sud, seguono questa evoluzione con scetticismo perché non rimetterebbe in discussione il principio stesso di una giustizia privata al servizio delle multinazionali straniere. Per il Prof. Gus Van Harten, se detta corte non dà garanzie sufficienti in materia d’indipendenza, equità, equilibro e rispetto delle istituzioni nazionali, è meglio sopprimere definitivamente l’ISDS.

«Siamo assolutamente contrari all’ISDS, prosegue Cecilia Olivet. Al limite, finché la protezione degli investitori è in vigore, potremmo appoggiare una corte internazionale d’investimento secondo l’idea del prof. Gus Van Harten, ma la proposta della Commissione europea non dà abbastanza garanzie d’indipendenza e d’imparzialità.”

Paesi sede delle multinazionali che hanno fatto causa

  1. USA                            152 cause
    2. Olanda                          96 cause
    3. Gran Bretagna               69 cause
    11. Svizzera                       26 cause

I primi paesi dell’emisfero Sud sono gli Emirati arabi uniti (27° posto con 8 cause) e il Cili (28° posto, 7 cause).

Che paesi sono stati querelati?

  1. Argentina                      60 cause
    2.Venezuela                     42 cause
    3.Spagna                         36 cause
    9. Ecuador                       23 cause
    11. India                           22 cause
    19. Indonesia                     7 cause
    24. Sudafrica                     1 causa

 

[1] UNCTAD, International Investment Agreement Issue Note, May 2017

[2] Quest’ultima non è ufficiale, ma è stata rivelata dal sito d’investigazione IAReporter

[3] Cf. par exemple l’art. 10.2 de l’API avec la Géorgie, le plus récent API suisse.

 

Pubblicato il 22.12.2017 su La Regione