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Non mescolare business e diritti umani

Pubblicato il: 07. 09. 2011

Poiché il ciclo di Doha (OMC) si è arenato, la Svizzera pone particolare zelo nel negoziare accordi bilaterali di libero scambio con i paesi del Sud. Per Economiesuisse, i diritti umani e l’ambiente non ne fanno parte. Incontro con il suo direttore, Pascal Gentinetta.

Per Alliance Sud, il criterio di qualità di un accordo commerciale è che contribuisca allo sviluppo sostenibile ed alla promozione dei diritti umani. L’Associazione europea di libero scambio (AELS) ha adottato, nel 2010, disposizioni modello sull’ambiente e sui diritti del lavoro. Noi chiediamo alla Svizzera di prenderle sul serio e di metterle in pratica negli accordi futuri.

Un buon accordo è quello che si conclude nell’interesse di ambo le parti. In questo senso, la Svizzera ha interesse nel negoziare in priorità accordi di libero scambio (ALS) con paesi importanti che, come la Cina e l’India, conoscono una forte crescita.

Sicuramente la protezione dei diritti umani e degli standard sociali ed ambientali è molto importante. La questione, tuttavia, è di sapere, qual è il buon strumento istituzionale per trattare queste questioni. Per noi, gli ALS sono strumenti prettamente commerciali. Bisogna fare attenzione a non mescolarli con altri argomenti sociali. Le questioni che voi evocate, devono essere trattate con la dovuta serietà da istanze specifiche come l’Organizzazione mondiale del lavoro e le Nazioni Unite.

D’altronde, la Svizzera non può erigersi, nel mondo intero, come colei che impartisce lezioni, né imporre unilateralmente i temi di discussione ai paesi che cercano un accordo con essa. Bisogna tenerne conto. Tanto più che, nella maggior parte dei casi, uno sviluppo economico di qualità – in seguito all’aumento degli scambi commerciali – comporta un miglioramento delle condizioni sociali e ambientali, così come dei diritti umani.

Questo legame non è automatico, come lo dimostra il caso della Cina. Per noi, la posta in gioco non è soltanto la coerenza tra i diversi strumenti, ma anche al loro interno. Con altre ONG, chiediamo di includere alcune clausole sui diritti umani nell’accordo con la Cina. La Svizzera non deve cercare di ottenere un vantaggio sottocosto rispetto all’Unione europea (UE), il suo principale concorrente, che insiste molto su questi temi.

L’UE ha un altro peso politico rispetto alla Svizzera. E non credo che l’UE rifiuti di intraprendere negoziati con Pechino a causa di maggiori esigenze in materia di diritti umani, ma piuttosto a causa delle disparità economiche al suo interno ed alla difficoltà di negoziare in 27. Sicuramente, i Cinesi sanno ciò che vogliono. Le loro barriere doganali sono ancora molto elevate – 10% in media. Vi sono anche molti ostacoli non tariffari e regolamenti molto complicati, nell’ambito farmaceutico e bancario. La protezione della proprietà intellettuale è anch’essa una questione spinosa, così come la garanzia della sicurezza giuridica.

Nel contempo, i nostri settori di esportazione sono complementari. Siamo particolarmente interessati all’accesso agli investimenti. Di fatto, gli investitori svizzeri sono già i benvenuti in Cina. Non facciamo altro che continuare sulla via già intrapresa. Le nostre imprese sono molto attive ed i loro standard ambientali e sociali sono molto superiori alla media delle imprese indigene. È il nostro contributo allo sviluppo della Cina. Di fatto, siamo assolutamente ottimisti.  

L’altro grande accordo in negoziazione è quello con l’India. Quest’ultima rifiuta di abbassare i diritti doganali su tutta una serie di beni industriali per poter proteggere le proprie industrie nascenti. Vuole pure mantenere un regime di proprietà intellettuale malleabile, necessario alla sua politica di salute pubblica.

L’India è un paese emergente con una fortissima dinamica di crescita.  Presenta un gran numero di settori concorrenziali, dalla chimica all’informatica, passando dall’industria tessile. Costatiamo che i mercati sono complementari e, a nostro parere, le PMI indiane non sono direttamente in concorrenza con le ditte svizzere.

La difesa della propria proprietà intellettuale è di un’importanza capitale per lo sviluppo di nuovi medicamenti e per combattere così le malattie. Questo vale sia per la Svizzera che per l’India. L’India stessa produce sempre più medicamenti ed ha interesse ad una protezione  effettiva della proprietà intellettuale. Forse bisogna dar un po’ di tempo al tempo.

L’India chiede la libera circolazione dei suoi lavoratori qualificati, fatto a cui la Svizzera si oppone. Eppure, quando si chiedono concessioni da una parte, bisogna essere disposti a farne dalla propria.

La Svizzera è, sicuramente, limitata dalla sua legislazione interna generale. Nonostante questo, per alcuni settori di punta come l’informatica, che faticano a reclutare, sul mercato interno, una mano d’opera molto qualificata e specializzata, converrebbe dimostrare un po’ più di elasticità nei contingentamenti.

 

Isolda Agazzi, Alliance Sud

Traduzione Lara Argenta

(pubblicato su Il Lavoro, 7.7.2011)

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