‘Da vittime di guerra a creatrici di pace’
SUIPPCOL in collaborazione con Alliance Sud, Amnesty International, Missione Betlemme Immensee/Inter-Agire, Sacrificio Quaresimale ha organizzato, il Giovedi 26 novembre 2009 una serata pubblica "Donne in Colombia: da vittime di guerra a creatrici di pace". Intervista a Alejandra Miller Restrepo e Diana.

Melania Gurrute Sanchez e Alejandra Miller Restrepo della
Ruta Pacifica de la Mujeres
Incontro Alejandra Miller Restrepo, coordinatrice della Ruta Pacifica de las Mujeres, e la sua collega Diana, contadina della regione del Cauca colombiano ed attivista della Ruta, in una di quelle mattine dove il cielo si nasconde tra le acque grigie del lago di Lucerna e con lui trascina verso il basso i colori oramai uniformi dell’inverno imminente.
E’ un incontro abbagliante di emozioni, forti e senza anestesia, di suoni, profumi e di echi che si vivificano magicamente nello snodarsi del racconto.
Prendiamo il treno direzione Lugano dove poche ore più tardi animeranno la conferenza ‘Da vittime di guerra a creatrici di pace’, ospitata nell’ambito della nella Campagna "Oltre il silenzio" promossa dall'Ufficio della legislazione e delle pari opportunità del Canton Ticino per le giornate internazionali contro la violenza sulle donne.
Che cosa significa la vostra presenza in Svizzera?
Alejandra Miller Restrepo: La Svizzera è per noi, colombiane ed integranti della Ruta Pacifica de las Mujeres, un paese amico ed un partner fondamentale. Da dieci anni il programma SUIPPCOL, sostenuto da decine di organizzazioni svizzere e dal Governo, crede in noi e nella nostra visione della pace in Colombia, appoggiandoci finanziariamente e politicamente nello sviluppo della nostra azione che punta ad un duplice obiettivo: la concertazione di una tavola di pace per trovare una soluzione negoziata al conflitto e la costruzione di una società inclusiva di tutte le diversità e basata su una cultura della equità tra uomo e donna.
Essere qui ci permette dunque di consolidare questo legame di solidarietà, di rafforzare il ponte simbolico tra Svizzera e Colombia in un momento storico particolarmente strategico.
La Svizzera, infatti, è in procinto di assumere la responsabilità della direzione del G24, il pool di stati che si sono impegnati per la soluzione pacifica del conflitto colombiano, per cui diviene cruciale per noi essere qui e testimoniare alla società civile svizzera quanto sta accadendo in Colombia affinché si eserciti una pressione permanente sul governo e questo, a sua volta, dia fondo a tutti gli sforzi diplomatici per convincere il Presidente Uribe a mostrare una concreta volontà politica di pace.
Serata pubblica a Lugano: Melania Gurrute, Alejandra Miller
Restrepo e Lavinia Sommaruga
Diana: Per me che sono una semplice donna campesina e che esco per la prima volta dal mio paese, è una grande sfida dinnanzi alla quale mi sento terribilmente piccola. Trovo, però, il coraggio della testimonianza nella mia storia personale, di donna desplazada che ha vissuto in carne propria la violenza della guerra, e che vuole essere la voce di migliaia di donne colombiane perché questa stessa voce non si perda nel silenzio voluto da un governo che non riconosce la guerra, ma che sostiene di condurre una azione di repressione del terrorismo. E con i terroristi non c’è altra uscita che quella della violenza e delle armi.
Io non posso offrirvi che la mia storia e quella di mia figlia rapita da un gruppo armato a 14 anni e ripetutamente violata, la storia delle mie compagne che hanno dovuto lasciare le loro case ed i loro campi occupati dai guerriglieri. Una storia di dolore, ma anche di speranza, quella che mi ha regalato la Ruta Pacifica aiutandomi a ricostruirmi come donna.
Come lavora la Ruta Pacifida e quali sono i suoi obiettivi?
Alejandra: anzitutto occorre ricordare che la Ruta Pacifica ha un chiaro orientamento femminista e pacifista. Vale a dire che le donne che animano la Ruta hanno deciso di deporre le armi, di spogliarsi della tentazione della vendetta che offusca la mente e riduce in bestia l’essere umano, hanno rinunciato a lottare contro qualcosa, sia pure in nome di un bene superiore, ed hanno deciso di divenire loro stesse ‘territorio di pace’.
Ne è scaturita una forma di fare politica che si basa su relazioni di solidarietà e fiducia e che, poco a poco, sta assumendo il valore di un’alternativa di fronte al disincanto nei confronti dei formalismi propri dei grandi negoziati internazionali e delle stesse pratiche tradizionali nelle quali gli uomini sono sempre gli attori principali.
I principali assi portanti della nostra azione sono la formazione politica integrale, affinché le donne prendano coscienza del fatto che la violenza che la guerra esacerba, nasce ancor prima nell’intimo delle relazioni tra uomo e donna e nelle strutture di uno stato fortemente patriarcale. Prendere coscienza per poi agire in difesa ed in riscatto della soggettività delle donne, attraverso innanzitutto il ricupero del corpo del quale sono state espropriate violentemente per essere fatto bottino di guerra e territorio ostile su cui altri si affannano ad accampare diritti.
Le ospiti e Enzo Ritter
Per questo lavoriamo alla costruzione di una pace che non sottometta più le donne, che le restituisca alla loro integrità, attraverso la verità, la giustizia e la riparazione.
Da qui nasce l’altro asse di lavoro della Ruta, vale a dire la mobilitazione contro la guerra per rendere visibile la nostra posizione e per portare solidarietà e protezione alle donne che in molte regioni del nostro paese sono fatte oggetto di violenze sistematiche, stupri, assassinati espropriazioni di terre e “desplazamientos” (migrazioni forzate).
Il terzo punto della nostra azione è l’incidenza politica, vale a dire tutto un lavoro di lobby e di comunicazione per fare pressioni sullo Stato nelle sue varie articolazioni territoriali e sulla comunità internazionale, perché non si rendono invisibili gli effetti drammatici della guerra colombiana e si giunga alla convocazione di una tavola per la pace.
Daria Lepori, Viji Kodam e Chiara Guerzoni
Che valore assume la solidarietà in questa fase?
Diana: la solidarietà delle “compañeras” de la Ruta mi ha salvato la vita, ed ha salvato la vita della mia famiglia. Quando giunsi in città, espropriata di tutto, senza più punti di riferimento né un lavoro per vivere, con una figlia da recuperare dopo le violazioni subite, ero realmente disperata. L’incontro con la Ruta mi ha restituito alla vita, ma soprattutto mi ha restituito la voglia e la forza di resistere dinnanzi a tutto ciò che mi aveva ferito così profondamente. Ho capito che non ero sola e che la sofferenza di altre donne sarebbe stata la nostra migliore difesa per rialzare la testa e gridare al mondo la nostra dignità ritrovata.
Ma da sole possiamo fare solo alcuni passi avanti. Abbiamo bisogno di voi, di sapere che non siamo sole e che la comunità internazionale veglia su di noi ed assume la difesa del nostro diritto alla vita in un paese finalmente libero dalla violenza.
Gruppo musicale colombiano
Alejandra: indubbiamente il tema della protezione è e continua ad essere fondamentale. L’accompagnamento della società civile svizzera e della comunità internazionale riduce il costo politico che altrimenti dovremmo pagare agli attori militari in conflitto, e legittima il nostro ruolo di interlocutrici dinnanzi al governo che ancora oggi nega l’esistenza del conflitto e come tale rifiuta di aprire il campo ad un negoziato di pace.
Permette inoltre di denunciare le violenze e le degenerazioni dei vari attori militari che sfogano le loro frustrazioni sulla popolazione civile, in un paese che oramai ha visto cancellati i margini minimi della legalità per cui non esiste altra legge che quella della impunità.
Pubblico della conferenza
Tra i punti fondamentali del vostro programma c’è appunto quello della riparazione. Cosa significa?
Alejandra: nella Ruta abbiamo condotto una riflessione piuttosto ampia e sofferta su questo tema. Siamo più che mai convinte che non ci possa essere pace sostenibile e duratura senza tre elementi fondamentali: verità, giustizia e riparazione.
Le vittime della guerra vogliono, esigono, reclamano che sia fatta luce sui crimini di guerra e sulle violenze che hanno ucciso figli, padri, madri, attivisti dei diritti umani, candidati presidenziali, sindacalisti, con cui si sono azzerati partiti politici di opposizione, si è abusato delle donne per fare dei loro corpi bottini di guerra, che hanno costretto migliaia di colombiani e colombiane ad abbandonare le proprie case e le proprie terre per far posto alle monoculture della coca e dei semi oliginosi,…
Vogliamo la verità, vogliamo i corpi dei nostri cari ammazzati e fatti sparire, vogliamo che cada il velo dell’ipocrisia di un sistema legale che non conosce altra garanzia che quella dell’impunità.
Non ci sarà mai giustizia senza verità e naturalmente senza riparazione, una riparazione giusta che tagli le radici ad ogni rigurgito di vendetta.
Ed una pace che non conosce verità, giustizia e riparazione è destinata a crollare facilmente sotto il peso della sua fragilità e dell’ipocrisia.
Le ospiti con Sabine Droz di SUIPPCOL
Dinnanzi a questo scenario impietoso da dove nasce la speranza e come la si alimenta?
Diana: vedi io sono nata in un pueblo di montagna dove non si poteva che arrivare a piedi. C’era un magnifico fiume e tutti vivevamo pacificamente, mangiando i prodotti dei nostri orti ed i pesci del fiume. A volte chiudo gli occhi e torno lì, riscopro il sapore dolce e spensierato della vita semplice, e nasce nel mio cuore immediatamente un senso di speranza.
Poi apro gli occhi e vedo attorno a me “compañeras afro”, “campesinas”, indigena e della città, e so che la mia speranza non è un’illusione.
Alejandra: la speranza nasce dalle migliaia di donne che sfidano con la loro creatività le armi dei militari, che riempiono bus e si mobilitano macinando chilometri per andare in soccorso di altre donne vittime della guerra, che si riappropriano dei loro corpi per farne una bandiera di pace, che resistono alla povertà, al dolore, alla defraudazione dei loro diritti, con intelligenza ed una forza straordinarie. Questo è ciò che fonda e alimenta la mia speranza, la nostra speranza, la speranza di un paese che non vuole arrendersi alla guerra. ‘No queremos una guerra que nos mate ni una paz que nos someta’ “Non vogliamo una guerra che ci uccide né una pace che ci sottometta”.
Sullo sfondo, dai finestrini del treno che viaggia verso sud, sfila un paesaggio immobile, perfetto, da cartolina, una teoria di laghi e paesi che rapiscono lo sguardo di Alejandra e Melania. Uno sguardo che li illumina di una luce nuova, incredibilmente vivida ed emozionante.
Vanessa Ghielmetti
Alejandra e Diana, donne di pace. emissione televisiva RSI del 6.3.2010
per informazioni: Lavinia Sommaruga
tel: 091 967 33 66 o 079 659 67 77

Vanessa Ghielmetti, Melania Gurrute Sanchez, Alejandra Miller Restrepo

