I successi di una politica dei piccoli passi
La fine del conflitto in Nepal alla fine del 2006 è stata una buona notizia per l'impegno della Svizzera per la pace e i diritti umani. Durante quest'anno, il Parlamento deciderà se la promozione svizzera della pace deve essere rafforzata. - Nuovo credito quadro per la promozione della pace
Le Camere federali dibatteranno quest'anno il secondo credito quadro, della durata di quattro anni, relativo alle misure di gestione civile dei conflitti e di promozione dei diritti umani. Il credito attuale, votato nel 2003, era di 220 milioni di franchi. Nel maggio del 2007, il Consiglio federale proporrà al parlamento un nuovo importo, probabilmente attorno ai 280 milioni di franchi.
Successi e fallimenti
Negli ultimi anni la Svizzera ha conosciuto diversi successi nella promozione della pace e dei diritti umani, contribuendo ampiamente, con iniziative ed attività diplomatiche, sia alla creazione nel marzo 2006, del Consiglio dei diritti umani dell'ONU, sia alla decisione delle Nazioni Unite nel 2005 di definire un meccanismo internazionale di controllo del commercio illecito delle armi leggere.
Risultati positivi sono stati anche ottenuti con il programma svizzero in Guatemala, destinato al processo di risoluzione delle controversie legate al passato, che si conclude quest'anno. Il foro statale si è professionalizzato nelle inchieste sulla “scena del crimine”. Grazie alla mediazione tra società civile e governo sono state elaborate chiare regole per determinare le vittime di violazioni e l'ammontare dei compensi a cui hanno diritto.
In Mozambico però, la Svizzera non ha potuto raggiungere i suoi obbiettivi. Per evitare ulteriori conflitti, la Costituzione e la legislazione elettorale dovrebbero garantire che il potere politico venga suddiviso tra tutte le forze in campo: questo obbiettivo è stato però solo parzialmente raggiunto. Nello Sri Lanka e in Colombia le parti in conflitto hanno mostrato interesse per i “buoni uffici” della Svizzera, ma nel primo paese gli scontri si sono riaccesi, mentre nel secondo i negoziati sono fermi (v. riquadro).
In Cina il dialogo sui diritti umani è in corso da un decennio senza alcun successo visibile. In compenso da inizio 2005 in Vietnam, secondo Raphaël Nägeli della Divisione politica IV del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), principale responsabile della promozione della pace e dei diritti umani della Svizzera, lo stesso dialogo sarebbe sulla buona strada.
Questo successo non sarebbe solo da attribuire all'interesse del governo vietnamita per le riforme, ma anche alla lunga presenza in questo paese della cooperazione svizzera allo sviluppo, che ha permesso la creazione di rapporti di fiducia. La Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) infatti finanzia progetti che completano il dialogo sui diritti umani. Si tratta in particolare di un sostegno all'applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (scambi d’esperienze tra funzionari di polizia e direttori di prigioni) e della convenzione dei diritti dell'ONU legati alle donne e ai bambini (sostegno alla società civile).
L'esempio del Nepal permette di capire fino a che punto la cooperazione allo sviluppo e la promozione della pace possano completarsi in maniera efficace. In questo paese la DSC e le organizzazioni svizzere di cooperazione sono attive da quasi 50 anni, non si sono ritirati durante i dieci anni di guerra civile tra i guerriglieri maoisti e il governo e questo ha permesso loro di offrire “buoni uffici” – le organizzazioni di cooperazione nei comuni e distretti, la DSC sul piano nazionale.
Sfide importanti
La Svizzera è stata riconosciuta come un interlocutore integro e la sua credibilità si è ancor più rafforzata, quando nel 2004 e 2005, ha esposto la situazione dei diritti umani in Nepal davanti alla Commissione dei diritti umani dell'ONU. Il mediatore svizzero Günther Baechler ha potuto beneficiare di questa base di fiducia, quando ha visitato nel 2005 il Nepal per conto del DFAE, partecipando attivamente ai negoziati sfociati nell'accordo di pace.
In Nepal l’impegno della Svizzera resta necessario. Nell'attuale processo di creazione di una nuova costituzione si tratta di coinvolgere le diverse forze politiche, le donne e le minoranze etniche, oltre che di sensibilizzare il mondo politico e la società civile sulla decentralizzazione e sulla divisione dei poteri. Un altro punto centrale riguarda i compiti della nuova missione dell'ONU: disarmo e integrazione dei ribelli così come creazione e formazione delle nuove forze di sicurezza (polizia ed esercito). La Svizzera partecipa a questa missione ma, si rammarica Raphaël Nägeli, non avrà più un ruolo di primo piano per mancanza di mezzi.
Una sfida importante riguarda la continuazione dell'impegno della Svizzera nel sud del Sudan, dove é stata mediatrice nell’accordo di cessate il fuoco dei monti Nuba nel 2002. Da allora, la Svizzera sostiene la creazione di strutture statali democratiche. Come in Nepal le questioni di sicurezza sono essenziali. Si tratta in effetti di trasformare l’esercito popolare di liberazione (APLS) in un esercito regolare. Il DFAE e il Dipartimento della difesa (DDPS), che ha esperienza di cooperazione in ambito d’istruzione militare nei Balcani, elaborano attualmente diverse opzioni di consiglio. Secondo Raphaël Nägeli è importante aumentare le risorse a disposizione se la Svizzera vuole evitare che il suo lavoro non si fermi a metà strada. Troppo spesso la Svizzera avrebbe un ruolo primordiale in occasione della prima fase (buoni uffici), ma si ritirerebbe in occasione della seconda fase (ricostruzione dopo la fine del conflitto), concentrandosi su alcune “nicchie” come la costituzione, la decentralizzazione, l'elaborazione del passato o le leggi elettorali.
Opposizioni di destra e di sinistra
Queste “nicchie” appartengono in ogni caso ai temi prioritari della promozione svizzera della pace - allo stesso modo dell’integrazione dei diritti umani o della lotta contro le mine antiuomo, le armi leggere e i bambini soldato - e non sono contestate sul piano della politica interna, a differenza degli interventi all'estero del DDPS. Questi si scontrano con una doppia opposizione: da destra a causa della neutralità (l'esercito svizzero non ha niente da fare all'estero) e da sinistra per ragioni di coerenza (il lavoro di pace non deve farsi con metodi militari).
Eppure Thomas Greminger, responsabile della Divisione politica IV, sostiene che il disarmo, la smobilitazione e la reintegrazione sociale delle forze ribelli, così come le riforme di sicurezza, sono fattori sempre più essenziali nella promozione della pace. Per questo genere di compiti inoltre gli esperti militari sono meglio qualificati rispetto ai diplomatici. Il caso del Sudan del sud dimostra però fino a che punto questi interventi possono rivelarsi delicati. Secondo alcune informazioni, l'APLS si preparerebbe, non senza motivo, ad un nuovo conflitto con l'esercito del nord. In questo contesto ci si domanda se è realmente opportuno far intervenire il DDPS in favore della smobilitazione e della reintegrazione civile degli ex-guerriglieri. Secondo Thomas Greminger le reticenze contro gli interventi del DDPS spiegherebbero perché la Svizzera non disponga di una strategia globale di promozione della pace. Una tale strategia avrebbe il compito di collegare e coordinare la diplomazia, la cooperazione allo sviluppo e gli aspetti militari. I tempi non sarebbero però ancora maturi.
In queste condizioni, il Consiglio federale e il Parlamento cercano quest’anno principalmente di stabilire se l'impegno civile in favore della pace può essere rafforzato. Il bilancio di questi ultimi anni mostra che i piccoli passi e il fiato lungo possono portare a grandi successi.
Michèle Laubscher, Alliance Sud
Traduzione Simone Fassora
(pubblicato su Area del 29.06.07)
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Lenti negoziati in Colombia
Il caso della Colombia rivela quanto la promozione della pace esiga pazienza. La Svizzera partecipa a tre processi di pace i cui obbiettivi sono: un accordo con la guerriglia FARC per la liberazione degli ostaggi, un accordo di pace con i guerriglieri dell'ELN e l'impedimento di un’amnistia dei paramilitari. La Svizzera sostiene inoltre il programma delle organizzazioni svizzere di cooperazione SUIPPCOL che cerca di rafforzare il ruolo degli attori autonomi del processo di pace come le donne, le minoranze indigene e le iniziative locali. I principali ostacoli da superare sono la complessità del conflitto che dura da 40 anni (si tratta già della seconda generazione che non conosce la pace), gli interessi economici, la sfiducia del governo nei confronti della società civile e le difficoltà delle ONG nel definire obbiettivi di pace comuni.

