«Diciamolo senza giri di parole»

Dick Marty alla consegna dell'iniziativa multinazionli responsabili nell'ottobre 2016.
Articolo global
L’ex Consigliere degli Stati Dick Marty difende oggi i suoi principi liberali soprattutto come copresidente dell’Iniziativa Multinazionali responsabili. L’autore del recente libro “Une certaine idée de la justice”

Dick Marty, intervistato da Lavinia Sommaruga e Federico Franchini

Per quali ragioni bisogna sostenere l’iniziativa e perché ha accettato di assumere la copresidenza del suo comitato?

Ho avuto l’occasione di constatare l’impatto dell’attività di diverse società multinazionali in parecchie nazioni, principalmente in Africa e in America del Sud. Le popolazioni locali non beneficiano molto delle enormi ricchezze del loro Paese e non sono nemmeno in grado di difendersi efficacemente contro le violazioni dei diritti umani di cui sono vittime. In effetti, si tratta solitamente di Stati molto fragili, spesso assai corrotti, e le società straniere possono facilmente agire come meglio credono, senza rispettare i diritti degli autoctoni e dell’ambiente. Certo, ciò non vale per tutte le multinazionali, ma gli scandali che si susseguono dimostrano bene che non si tratta nemmeno di un fenomeno sporadico. La Svizzera è particolarmente toccata da ciò che avviene in questi Paesi. Da una parte, perché è la sede di numerose imprese multinazionali attive in queste regioni, dall’altra perché la nostra nazione ospita degli attori di primaria importanza nel commercio internazionale di materie prime. Mi sembra pertanto più che naturale che queste aziende rispondano dei loro atti – com’è ovvio che avvenga in ogni Stato di diritto – e s’impegnino in questo senso. Un impegno che non è solo nell’interesse di queste popolazioni lontane, bensì anche della sostenibilità e della credibilità della nostra economia come pure dell’immagine della Svizzera nel mondo.

Perché una tale iniziativa adesso?

Tutti possiamo constatare a che punto la globalizzazione abbia profondamente modificato le regole e gli equilibri economici nel commercio internazionale, ma anche per il consumatore locale. Sono nati dei conglomerati economici ed essi dispongono ormai di una potenza, tanto finanziaria quanto d’influenza politica e delle abitudini di consumo, che in modo sempre più evidente supera quella degli Stati stessi. Abbiamo così un’economia sempre più internazionale e transfrontaliera, mentre la legislazione resta essenzialmente chiusa entro i ristretti confini nazionali. Parecchie di queste imprese non hanno più dei veri legami con il Paese in cui si trova la loro sede – se non di natura giuridica e logistica – e, grazie alla loro attività in diverse nazioni, possono approfittare d’importanti lacune legislative. A ciò s’aggiunge l’influenza sempre più insistente degli azionisti, perlopiù dei fondi speculativi, il cui interesse si concentra unicamente sulla massimizzazione immediata della redditività dell’impresa. Spesso, a qualsiasi prezzo.

La Svizzera ha sempre reagito con la rapidità necessaria a questi cambiamenti?

No, non possiamo affermarlo. Basti pensare alla vicenda dei fondi in giacenza! Eppure, gli avvertimenti non erano mancati, ma sono stati ignorati sia dai professionisti del settore finanziario sia dalla politica. La stessa cosa è successa con l’incredibile fallimento di Swissair che ha provocato un enorme danno economico e d’immagine. Scenario simile con il salvataggio di UBS da parte del contribuente elvetico (mentre il CS è stato salvato dal Qatar!). E poi di nuovo, con i rischi costituiti dalle attività delle società multinazionali con sede in Svizzera e che svolgono un’attività molto lucrativa nei Paesi poveri e fragili. Il Consiglio federale, come un disco bloccato che ripete sempre lo stesso ritornello, s’ostina a replicare che la soluzione è l’autoregolazione. Eppure, sa chiaramente che ciò non funziona, come dimostrato molto bene nel caso della convenzione di diligenza delle banche sul riciclaggio di denaro o nella parità di trattamento salariale tra i sessi. Se la grande maggioranza delle imprese si comporta bene e ha capito perfettamente che ciò è nel suo interesse, resta pur sempre una minoranza, ma con una forte capacità di nuocere, che aspira unicamente al profitto e ritiene di non dover dedicare nessun’attenzione ai diritti dell’uomo e all’ambiente. Bisogna lasciarli agire? La stragrande maggioranza della popolazione non commetterebbe mai un crimine; si dovrebbe quindi rinunciare a emanare un codice penale per il solo motivo che ci sono pochi criminali?

Come convincere gli imprenditori dell’importanza di queste preoccupazioni?

Sono già in diversi, e non dei meno importanti, quelli convinti. Numerosi di loro saranno certamente molto imbarazzati nel dover difendere l’operato di certe società che calpestano senza vergogna e con ogni mezzo i diritti delle popolazioni indigene che già convivono con parecchie difficoltà. Essere responsabili e rispondere delle proprie azioni, rispettare la popolazione locale e l’ambiente non è solo un atteggiamento etico, ma è ormai considerato anche come una componente essenziale del giudizio che una parte crescente dei consumatori dà all’immagine di un’impresa e alla qualità dei suoi prodotti.

L’iniziativa è stata depositata da tempo. Quali sono i prossimi passi?

Si sa che il Consiglio federale si è pronunciato contro, senza nemmeno cercare il dialogo, quando invece l’iniziativa è sostenuta da una parte considerevole della società civile. Sembra che il Parlamento abbia capito che la questione è sufficientemente seria da dover essere esaminata con maggior attenzione. Il Consiglio nazionale ha così elaborato un controprogetto indiretto. Nel progetto della revisione delle disposizioni sul diritto delle società, ha quindi previsto delle norme che contemplano il dovere diligenza e il principio della responsabilità civile per alcune società attive anche all’estero. Dopo varie discussioni con il Comitato d’iniziativa, si sono effettuati degli adeguamenti e sono state fatte alcune concessioni da entrambe le parti. Il Comitato d’iniziativa ha così dichiarato formalmente che, qualora le Camere dovessero adottare definitivamente un testo di questa natura, ritirerebbe l’iniziativa popolare. Ciò avrebbe il vantaggio che le norme sulle società multinazionali entrerebbero in vigore molto più rapidamente che se dovessimo passare dal voto su una modifica costituzionale. Gli avversari dell’iniziativa sembrano voler temporeggiare, come si deduce dai lavori della commissione degli affari giuridici della Camera alta. Se si specula sulla fatica dei sostenitori dell’iniziativa e su una maggior disponibilità a cedere sui propri principi, ci si sbaglia di grosso e questo va detto chiaro e forte. I preparativi per la votazione non sono stati assolutamente abbandonati, anzi, s’intensificano grazie specialmente a numerosi giovani molto motivati. Dunque, se necessario, si affronterà la votazione con determinazione e con l’appoggio di oltre 100 ONG molto risolute.

Cambiamo argomento e parliamo del suo recente libro intitolato « Une certaine idée de la justice ». Cosa l’ha spinta a scriverlo?

Il libro è nato in circostanze molto particolari: due incidenti che mi hanno immobilizzato per alcuni mesi e un problema neurologico (che per fortuna s’è rivelato benigno) che mi ha fatto prendere coscienza che senza memoria non esistiamo più. Ho quindi voluto percorrere alcune tappe della mia vita situandole nel loro contesto storico e proponendo delle riflessioni sui soggetti con i quali sono stato portato a confrontarmi. Dalla Cecenia al Kosovo, dalla politica della droga al terrorismo, da certe perplessità sull’aiuto allo sviluppo alle paure sull’indipendenza della giustizia, ma anche del CICR. Ho scritto prima di tutto per me stesso, senza chiedermi cosa ne avrebbe detto il lettore, dunque in piena libertà.

Qual è la questa sua idea di giustizia?

La giustizia è prima di tutto l’equità che deve regnare tra gli individui all’interno di una società, ma anche nei rapporti tra le nazioni, specialmente nel commercio internazionale. Poi c’è la giustizia intesa come istituzione, che rappresenta il terzo potere e la cui indipendenza è fondamentale per garantire il buon funzionamento di una democrazia. Quest’indipendenza è lungi dall’essere garantita e il fatto che il divario tra ricchi e poveri stia diventando sempre più importante è il segno che c’è una mancanza d’equità nella nostra società. Conferire dei poteri speciali d’investigazione a dei detective privati contro delle persone sospettate d’imbrogliare le assicurazioni, ma non nei confronti di quelle ritenute responsabili d’aver frodato il fisco è piuttosto eloquente del modo in cui s’interpreta la nozione di giustizia. Lo stesso dicasi nell’ambito dei rapporti internazionali, dov’è ancora e sempre la legge del più forte che prevale nella maggior parte dei casi. In un mondo in cui ci sono delle ricchezze colossali è normale, è accettabile che delle persone muoiano semplicemente perché non hanno accesso a dei medicamenti essenziali per la sopravvivenza che l’industria farmaceutica vende a prezzi esorbitanti? Si può accettare che il governo svizzero intervenga contro dei Paesi poveri per proibire che questo genere di prodotti siano fabbricati sul posto come generici a prezzi moderati per farne beneficiare tutta la popolazione? E ancora: com’è possibile giustificare che il CEO di una banca guadagni 200 volte di più rispetto a un’infermiera?

Si direbbe che lei sostiene che la giustizia non è uguale per tutti. È davvero così?

Ahimè, mi sembra che non ci sia molto da contestare. Se siete povero, straniero e avete un colore della pelle differente rispetto alla maggioranza, avete più possibilità d’essere condannato a una pena detentiva e ciò non necessariamente perché avete una propensione più forte alla delinquenza. Si scoprirà molto più facilmente l’autore d’un furto con scasso piuttosto che quello di una truffa commessa tramite una rete complessa di società anonime disperse in vari paradisi fiscali. Per questo tipo di casi sono necessari mezzi d’investigazione importanti e costosi, nonché una ferma volontà di andare fino in fondo nelle inchieste. Delle condizioni che molto spesso vengono meno. A ciò va aggiunto il fatto che per il furto ci sarà sempre una denuncia, non fosse altro che per delle ragioni assicurative. Nell’altro tipo di casi, la parte lesa ha di frequente delle buone ragioni (fiscali o di reputazione) per rimanere discreta. L’affare UBS o lo scandalo del contrabbando d’oro dimostrano bene come l’autorità penale sia molto reticente nel procedere contro dei colossi economici.

Come si può garantire una giustizia internazionale per i crimini più atroci?

Dal processo di Norimberga si sono fatti dei progressi, specialmente grazie all’istituzione della Corte penale internazionale (CPI). Essa ha però ampiamente deluso le aspettative inizialmente suscitate. La ragione è semplice: gli Stati che sono più frequentemente implicati in conflitti e suscettibili di commettere i crimini che rientrano nelle competenze della CPI (genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e di aggressione) non hanno aderito allo statuto che istituisce la Corte. È il caso degli Stati Uniti, della Russia, della Cina, d’Israele (mentre lo Stato della Palestina vi ha aderito), dell’Arabia Saudita, dell’Iran… Tre membri permanenti su cinque del Consiglio di sicurezza dell’ONU non vogliono quindi partecipare a quest’importante strumento di giustizia internazionale. Essi però hanno una grande influenza sulla CPI, dato che il Consiglio di sicurezza dispone di competenze che possono sensibilmente influenzare il suo funzionamento. In conclusione: si fanno progressi nella lotta contro l’impunità, ma siamo ancora molto lontani da ciò che dovrebbe essere una giustizia internazionale. È ancora e sempre la legge del più forte che prevale.

E cosa dire della corruzione?

A mio modo di vedere, si tratta del maggior pericolo per le nostre democrazie, ben più devastante del terrorismo. Val la pena ricordare che se da un lato ci sono dei corrotti, che rappresentano un ostacolo rilevante per lo sviluppo di diversi Paesi fragili, dall’altro ci sono anche dei corruttori, altrettanto detestabili quanto i primi, se non addirittura di più. Questo per dire che il problema riguarda anche il nostro Paese (fino a non molto tempo fa, le tangenti versate all’estero potevano essere dedotte dalle imposte delle imprese!).

La migrazione è un tema che preoccupa molte persone anche in Svizzera. Lei ha sottoscritto un appello per accogliere la nave Aquarius sotto la bandiera elvetica. Cosa l’ha spinta a firmare quest’appello?

È semplicemente per essere coerenti con la nostra tradizione umanitaria. Il Mediterraneo è stato la culla della nostra civiltà. Oggi ne sta diventando il cimitero. Come si può accettare questo nella quasi totale indifferenza? Si tratta di persone disperate che fuggono da nazioni in cui regna la violenza e la miseria, dei Paesi che noi sfruttiamo da decenni. Eppure, abbiamo accolto a braccia aperte il denaro dei loro dittatori e continuiamo ad arricchirci commerciando con le materie prime dei loro Paesi. Quindi, diciamolo senza giri di parole: rifiutare di salvare delle vite è semplicemente criminale.

Concludiamo questa bella intervista con un tema che ci sta a cuore, la solidarietà. Cosa ci può dire a proposito?

Mi rimetto a uno degli autori che mi hanno molto marcato, Victor Hugo: «La fraternità non è che un’idea umana, la solidarietà è un’idea universale».

 

Dick Marty

Nato nel 1945, di formazione giurista, Dick Marty è stato procuratore generale del Canton Ticino tra il 1975 e il 1989 prima di essere eletto nel Governo cantonale per il Partito Liberale Radicale (PLR). Dal 1995 al 2011. Ha rappresentato il Ticino al Consiglio degli Stati. Dick Marty è stato deputato in seno all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa della quale ha presieduto la commissione dei diritti dell’uomo ed è stato responsabile di numerose inchieste.

Il suo libro “Une certaine idée de la justice” (312 pagine, 29 CHF) è stato pubblicato dalle edizioni Favre.

 

Pubblicato il 5 dicembre 2018

Sul Il Corriere degli Italiani

(Traduzione: Fabio Bossi)