Mondializzazione della responsabilità

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Il mondo ha perso la bussola, oggi più che mai. Quello che il no alla RII III, la globalizzazione neoliberale e l'Agenda 2030 hanno a che vedere l'uno con l'altro. Opinione.

Le associazioni economiche svizzere sono in piena depressione.

Non volevano a nessun costo l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, ma si sono impegnate con ancora più forza in favore della riforma dell’imposizione delle imprese (RI imprese III). In entrambi i casi, la volontà del popolo è stata contraria alle loro posizioni. “Quello che fa bene all’economia fa bene alla Svizzera”: la popolazione non crede più a questo mantra. Oppure, non si fida più delle organizzazioni economiche per contraddistinguere quello che fa bene alla Svizzera e all’economia.

Il rifiuto della RI imprese III va visto positivamente da un punto di vista di politica di sviluppo. Questa riforma avrebbe prodotto delle nuove scappatoie fiscali e dei nuovi incentivi per le multinazionali a trasferire i loro utili dai paesi in sviluppo verso la Svizzera. Tuttavia, questa non è stata la ragione principale del rifiuto nelle urne della RI imprese III.

L’insuccesso del progetto fiscale ha un’altra ragione. La presunta “riforma”, con il pretesto della competitività internazionale, mirava prima di tutto a mantenere i privilegi fiscali delle imprese multinazionali. La maggioranza della popolazione ne ha abbastanza di una politica che cerca, a ogni costo, di favorire le multinazionali fortemente mobili. Le imprese che, ripetutamente, minacciano di trasferirsi verso mete con aliquote fiscali più favorevoli, che adottano regole ambientali e standard sociali più permissivi, si rendono impopolari. Delle politiche al servizio delle élites economiche globalizzate aprono la strada a un livellamento degli standard verso il basso, ciò che a lungo termine, sarà nefasto anche per la Svizzera.

Dagli anni ottanta, gli strenui difensori della mondializzazione neo-liberale dominante che subordina ogni politica all’economia, hanno promesso con fervore al mondo intero più crescita per tutti. Ma la realtà è diversa e la delusione che deriva dai risultati molto disuguali della mondializzazione neo-liberale prende delle forme sgradevoli. Negli Stati Uniti ha favorito l’elezione del populista Trump che vuole imporre unilateralmente la difesa degli interessi americani nell’economia mondiale, invece di contribuire al miglioramento delle regole del gioco, pattuite su una base multilaterale. Quando dei paesi industrializzati come gli Stati Uniti perseguono una miscela di protezionismo selettivo e di unilateralismo, questo nuoce non solo alla Svizzera, ma anche ai paesi in via di sviluppo.

Quello che è necessario, è una mondializzazione che si orienti verso l’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile, l’Accordo di Parigi sul clima e, ovviamente, le Linee guida dell’ONU relative alle imprese e ai diritti umani. La loro messa in moto ristagna. Il Consiglio federale ha recentemente adottato un piano di azione nazionale sulle imprese e i diritti dell’uomo senza mordente. Contemporaneamente, ha deciso di respingere l’iniziativa per le multinazionali responsabili, sostenuta da un’ampia coalizione della società civile che chiede delle misure più incisive, senza proporre un contro-progetto. Al contrario della Francia, dove l’Assemblea nazionale ha riconosciuto i segni dei tempi e ha adottato una legislazione che obbliga le grandi imprese a mettere in atto processi di Dovuta Diligenza relativa ai diritti umani.

Pubblicato su Il Corriere del Ticino, il 30.03.2017

(Traduzione Sonia Stephan)