Verso un trattato vincolante all’ONU

Arbeitsrechte
Le norme internazionali del lavoro definito dalle Convenzioni OIT fanno parte dei Diritti dell'Uomo. Foto: fabrica di tessili a Dacca, Bangladesh
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In Svizzera è stata depositata l’iniziativa per multinazionali responsabili: il dibattito ha quindi preso una nuova piega. L’ONU riserva la stessa attenzione al tema.

Dal 14 al 16 novembre 2016 si sono ritrovati a Ginevra circa 2000 rappresentanti di governi, imprese e società civile di 140 paesi, nell’ambito della quinta edizione del Business and Human Rights Forum, per valutare i dolorosi e lenti progressi registrati nella realizzazione delle Linee guida dell’ONU relative alle imprese e ai diritti umani a partire dalla loro approvazione a Ginevra nel 2011.

Alcuni giorni prima, dal 24 al 28 ottobre, si era svolto al Palazzo delle Nazioni la seconda seduta del Gruppo di lavoro intergovernativo dell’ONU (IGWG), costituito in seguito all’adozione della Risoluzione 26/9 del Consiglio dei diritti umani dell’ONU nel giugno 2014. Il mandato dell’IGWG, considerato come storico, è l’«elaborazione di un strumento internazionale giuridicamente vincolante sulle società transnazionali ed altre imprese e i diritti umani».[1]

Questa risoluzione, nata dalla mobilizzazione di circa 600 organizzazioni della società civile, che formano “l’Alleanza per un trattato”, e che raggruppano ONG del Nord e del Sud, vuole mettere fine all’impunità dei responsabli di disastri ecologici e umani, come durante l’esplosione della fabbrica agrochimica della Union Carbide nel 1984 a Bhopal, in India, o in seguito allo scarico di milioni di tonnellate di rifiuti tossici nell’ambiente, tra il 1964 e il 1990, da parte della Texaco, filiale di Chevron in Ecuador. O ancora, nel 2013, il crollo degli atelier di confezione tessile del Rana Plaza (nel Bangladesh), che ha provocato oltre 1000 morti. Il Consiglio dei diritti umani ha quindi deciso di cercare di colmare questo vuoto giuridico, con l’elaborazione di una convenzione internazionale.

Come in occasione della sua prima riunione, nel luglio del 2015, i lavori dell’IGWG hanno riguardato la determinazione del “contenuto, la portata, la natura e la forma del futuro strumento internazionale”, in vista della preparazione degli elementi per il progetto di strumento giuridicamente vincolante, in previsione dei negoziati sul contenuto, che si terranno durante la terza seduta del Gruppo di lavoro, nell’ottobre 2017. Un progetto di convenzione potrebbe quindi essere pronto l’anno prossimo...

Un diritto vincolante piuttosto che principi volontari

La strada verso obblighi vincolanti è un percorso disseminato d’insidie e deve far fronte, da 40 anni, alla resistenza ostinata delle imprese multinazionali e, più precisamente, delle loro associazioni. Ci si ricorderà che negli anni ‘70, l’ONU aveva come priorità quella di elaborare un codice di condotta internazionale per le multinazionali. Nel 1976 furono adottate le Linee guida rivolte alle imprese multinazionali dell’OCSE, riviste nel 2011. Nel 2000, il Patto mondiale dell’ONU, lanciato da Kofi Annan al WEF di Davos, invitava le imprese ad adottare un comportamento sociale responsabile ma, per qualcuno, ha rotto la logica di un diritto internazionale vincolante a favore di princìpi volontari la cui efficacia è tuttora da dimostrare. Infine, le Linee guida dell’ONU relative alle imprese ed ai diritti umani, adottate nel 2011, non contengono nessun obbligo vincolante per le imprese.

Ma i Paesi del Nord, in cui hanno sede l’85% delle multinazionali, sono contrari ad un testo vincolante. Gli Stati Uniti, l’Australia ed il Canada rifiutano di partecipare ai lavori del gruppo e la Russia ha fatto sapere di non desiderare un trattato. A seguito delle pressioni della società civile e del Parlamento, l’UE era rappresentata nella sessione d’ottobre. Nel 2015 aveva imposto condizioni molto severe: il testo deve essere esteso a tutte le imprese (incluse quelle nazionali), le multinazionali devono essere presenti al tavolo dei negoziati e le discussioni devono limitarsi al perimetro delle Linee guida del 2011.

L’elaborazione di una convenzione vincolante da parte del Consiglio dei diritti umani presuppone di fornire risposte ad alcuni problemi spinosi, in particolare: quale sarà la complementarità di questo strumento con le Linee guida? Sarà coperto l’insieme delle violazioni dei diritti umani o lo saranno solo gli “abusi gravi”? Il trattato riguarderà unicamente le società transnazionali o l’insieme delle imprese, indipendentemente dalla loro taglia? Il trattato prevederà nuovi obblighi extraterritoriali degli Stati? Lo strumento definirà gli obblighi applicabili direttamente alle imprese? Come verrà assicurato il rispetto degli obblighi, a livello internazionale e/o a livello nazionale? Quale sarà la relazione tra il trattato e gli accordi commerciali e di protezione degli investimenti? Numerose proposte sono state stabilite da parte dei ricercatori e dalla società civile in merito alla forma e al contenuto del futuro trattato.[2]

Il processo d’elaborazione della futura convenzione si distingue su un punto fondamentale dal processo all’origine delle Linee guida dell’ONU del 2011. Questa distinzione risiede nell’approccio stesso della regolazione: la Risoluzione 26/9 prevede in effetti un ritorno al processo di regolazione classica, centrato sui soli Stati, che mette fine all’approccio “multistakeholder” (comprendente Stati, imprese e società civile). Quest’approccio inclusivo aveva permesso di mettere fine alle guerre di trincea, dopo l’insuccesso delle Norme sulla responsabilità in materia di diritti umani delle società transnazionali ed altre imprese nel 2003. Sono ormai solo gli Stati ad essere rappresentati al tavolo dei negoziati.

 Non si può prevedere, a questo punto, quale direzione prenderanno i futuri negoziati, senza parlare della durata dell’elaborazione di uno strumento vincolante. Questi negoziati potrebbero durare diversi anni, senza la certezza di poter sfociare in un risultato concreto, specialmente alla luce delle esperienze fatte con le Norme sulla responsabilità del 2003. Inoltre, le aziende transnazionali dovranno render conto delle violazioni dei diritti umani unicamente negli Stati che avranno ratificato la convenzione. Siccome difficilmente ci si può aspettare un’adesione immediata di tutti gli Stati (principalmente al Nord), l’impatto iniziale di un’eventuale convenzione potrebbe essere limitato.

Alla luce di questi numerosi aspetti imponderabili, sarebbe peccato se gli Stati, come pure le imprese, riducessero il loro impegno volto ad assicurare un’applicazione effettiva delle Linee guida dell’ONU. Questi attori dovrebbero, al contrario, raddoppiare gli sforzi per articolare l’indispensabile “smart mix” (miscela valida), che unisce misure volontarie e ambito regolamentare vincolante, per assicurare il pieno rispetto dei diritti umani da parte delle imprese nell’insieme delle loro attività.

Pubblicato su Il Giornale del Popolo, 5 gennaio 2017

[1] La risoluzione, redatta dall’Ecuador e dall’Africa del Sud, cofirmata da Bolivia, Cuba e Venezuela, era stata adottata con 20 voti favorevoli (principalmente dei paesi in sviluppo) contro 14 (tra i quali numerosi paesi membri dell’UE, ma senza la Svizzera), con 13 astensioni.

[2] Cfr. p. es. The Struggle for a UN Treaty: Towards global regulation on human rights and business. Jens Martens, Karolin Seitz. Global Policy Forum/Rosa Luxemburg Stiftung – New York Office. Agosto 2016. https://www.globalpolicy.org/component/content/article/270-general/52867