Violato diritto d’accesso alla giustizia

Un ascensore trasporta trenta lavoratori delle Mopani Copper Mines (MCM) a Kitwe, Zambia, circa 1,5 km sotto terra. La multinazionale svizzera delle materie prime Glencore è azionaria di maggioranza della miniera di rame, che impiega circa 20'000 persone.
Articolo global
Quando al Sud una vittima di violazioni commesse da multinazionali del Nord non può ottenere riparazione, dovrebbe poter sporgere denuncia nel paese d’origine dell’impresa. Studio recente.

Ogni giorno persone e comunità nel mondo sono toccate dalle attività di multinazionali, tra cui alcune hanno sede in Svizzera. Il loro ambiente è inquinato, la loro salute è messa in pericolo, i loro diritti umani sono calpestati. Secondo il Patto II dell’ONU relativo ai diritti civili e politici, le vittime hanno il diritto di accedere alla giustizia e di ottenere risarcimento (art. 2). Questa disposizione è stata rinforzata dalle Linee guida dell’ONU su imprese e diritti umani (2011), che impone agli Stati di offrire vie di “ricorso effettivo” (Principio 25).

Sfortunatamente, questi principi sono ben lungi dall’essere rispettati dappertutto. In molti paesi le strutture giudiziarie sono deficitarie e non indipendenti, le autorità corrotte e complici delle multinazionali. Nella Repubblica democratica del Congo, quale via di ricorso possiedono le comunità, le cui acque sono gravemente inquinate dalla filiale di Glencore? Attaccare in giustizia un tale gigante significa esporsi a gravi forme di persecuzione.

Quando le vittime di violazione dei diritti umani e dell’ambiente commesse da una multinazionale si scontrano con una giustizia negata, dovrebbero poter denunciare nel paese d’origine dell’impresa. Un rapporto pubblicato a fine 2013 da due organizzazioni partner della campagna “Diritto senza frontiere” – International Corporate Accountability Roundtable (ICAR) e European Coalition for Corporate Justice (ECCJ) – ha studiato la situazione in America del Nord, nell’Unione europea (UE) e in Svizzera.

Grosse lacune

La conclusione di questi esperti è chiara: “In generale, gli Stati non adempiono il loro obbligo di garantire un accesso a ricorsi giudiziari effettivi per le vittime di violazioni dei diritti umani da parte di imprese operanti al di fuori del loro territorio”. Conferma inoltre ciò che il Consiglio federale dichiarava a proposito della Svizzera nella sua risposta all’interpellanza Seydoux (12.3499): “Non esistono basi giuridiche vincolanti che garantiscano un accesso alla giustizia svizzera quando un sistema giuridico all’estero presenti lacune”.

Di fatto, la sola possibilità di denunciare sulla base dei diritti dell’uomo è stata per molto tempo l’Alien Tort Claims Act (ATCA) negli Stati Uniti, che permetteva ad ogni persona (indipendentemente dalla sua nazionalità) di ricorrere alla giustizia americana per le violazioni del diritto internazionale ovunque nel mondo. Dal 1980, oltre 200 denunce sono state depositate contro le imprese. La conclusione nel 2013 del caso Kiobel vs Royal Dutch Petroleum potrebbe però cambiare le carte in tavola. La Corte suprema ha in effetti ridotto fortemente l’applicazione extraterritoriale dell’ATCA. Gli effetti concreti di questa decisione sono ancora incerti.

Irresponsabilità delle società madre

Globalmente, le vittime del Sud che vorrebbero accedere alla giustizia nei paesi d’origine delle multinazionali s’imbattono in numerose barriere legali e pratiche, che si riscontrano a grado variabile in tutte le giurisdizioni studiate. I principali ostacoli sono i seguenti:

    1) Il “forum non conveniens”, che permette ai tribunali di rifiutare un caso con il pretesto che il foro del paese, dove la violazione ha avuto luogo, sarebbe più appropriato. Su questa base la giustizia americana ha rifiutato le denunce contro Union Carbide (catastrofe di Bhopal, 1984) e contro Chevron (inquinamenti in Ecuador, 1993). Questa disposizione non esiste né in Svizzera, né nell’UE. Secondo il regolamento di Bruxelles I, i tribunali dei paesi membri devono accettare le denunce civili contro le società domiciliate nell’UE per atti di carattere extraterritoriale. Per questa ragione, un tribunale britannico ha accettato la denuncia depositata contro Trafigura per la sua implicazione nel riversamento di rifiuti tossici in Costa d’Avorio.

    2)  Il “corporate veil”, che considera una casa madre e la sua filiale come due entità giuridiche separate. Questo velo rappresenta la norma nella maggior parte dei sistemi legali e può essere tolto solo eccezionalmente; in Svizzera le condizioni sono talmente restrittive che è quasi impossibile. Detto altrimenti, mentre la Svizzera la controlla e si arricchisce grazie ai suoi profitti, Glencore non deve rispondere delle violazioni commesse dalla sua filiale in Congo, né della sua mancanza di diligenza per evitarle. In certi paesi esiste comunque un margine di manovra. Nei Paesi Bassi la giustizia può entrare in materia quando un legame sufficientemente stretto esiste fra la denuncia contro la società madre e quella contro la sua filiale all’estero. In questo modo, nel 2013 un tribunale civile ha condannato una filiale nigeriana del gruppo Shell per danni ecologici dovuti all’insufficiente protezione dei suoi gasdotti.

    3)  Gli ostacoli procedurali. Per esempio l’onere della prova che incombe ai querelanti ed è particolarmente più arduo sul piano civile quando, come in Svizzera, i giudici non possono obbligare le imprese incriminate a divulgare le informazioni cruciali in loro possesso. In seguito, le spese giudiziarie che risultano molto elevate, congiuntamente ad un’assistenza giudiziaria degli Stati che risponde a criteri tali da renderla spesso inaccessibile ai querelanti stranieri. Se da una parte il governo olandese ha sostenuto finanziariamente i contadini nigeriani nella loro causa contro Shell, dall’altra le autorità elvetiche non hanno concesso niente alla vedova del sindacalista assassinato, Luciano Romero, nella denuncia contro Nestlé, considerando che avesse abbastanza denaro per vivere in Colombia e pagare le spese di una procedura in Svizzera.

    4)  Le denunce collettive. Sono ricorrenti negli Stati Uniti, possibili in certi paesi europei, in particolare in Gran Bretagna. Nell’UE viene sempre più riconosciuto il fatto che le ONG possono sporgere denuncia in nome di vittime, nella misura in cui i danni interessano la finalità per la quale sono state create. È secondo questa logica che Friends of the Earth Netherlands ha agito per i contadini nigeriani contro Shell. Non è invece il caso negli Stati Uniti, dove le parti terze devono essere state direttamente toccate dalle violazioni. In Svizzera, il diritto d’essere rappresentato da un’associazione non esiste e le denunce collettive non sono possibili. Un progetto di revisione della legge è tuttavia in corso in questo ambito.

    5)  La mancanza di volontà delle autorità. È particolarmente evidente nel caso della denuncia depositata contro Nestlé nel 2012 per l’assassinio di Luciano Romero. In 15 mesi le autorità giudiziarie non hanno fatto niente, salvo trasferire il dossier da Zugo a Vaud, obbligando i querelanti a tradurre l’intero dossier in francese. Tutto questo, per terminare con la decisione di non entrare in materia, argomentando che i fatti erano prescritti. “È allarmante constatare che la giustizia svizzera non mostra nessuna volontà d’indagare su critiche fondate contro le imprese”, tuona uno degli avvocati, Wolfgang Kaleck, segretario generale dell’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR). Un ricorso a tal proposito è stato depositato presso il Tribunale federale.

Su tutti questi punti sono necessari miglioramenti e riforme. “Questo esige una regolazione maggiore e più effettiva degli Stati, sia attraverso la legislazione ed altri processi, sia attraverso decisioni politiche chiare in favore dell’accesso a vie di ricorso effettive”, concludono ICAR e ECCJ, formulando numerose raccomandazioni. Si arriverà a lottare contro l’impunità delle multinazionali nelle violazioni dei diritti umani soltanto se gli Stati d’origine si assumono le loro responsabilità.

Traduzione Daniele Testori, pubblicato su La Regione, 10 aprile 2014