Essere regolamentati per meglio autoregolamentarsi

Estrazione di nickel in Madagascar in una delle foreste tropicali dalla biodiversità più ricca del mondo. Fidelis, quattro anni, con la piantina di un progetto di riforestazione.
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Le lobby economiche sostengono a gran voce che non c’è nessun bisogno di disposizioni legali affinché le imprese rispettino i diritti umani e l’ambiente. Diversi studi scientifici però dicono il contrario, mostrando i limiti dell’autoregolamentazione

Come regolamentare le multinazionali, il cui impatto socio-ambientale non ha smesso di aumentare con le catene di produzione mondiali? La questione è diventata sempre più importante negli ultimi anni, in particolare con le Linee Guida dell’ONU relative alle imprese e ai diritti umani. Essa è stata anche inserita nell’agenda politica svizzera, grazie in particolare alla campagna "Diritto senza frontiere" ed all'iniziativa federale per multinazionali responsabili, la cui raccolta firme è in pieno svolgimento.
Questa situazione ha portato Economiesuisse e SwissHoldings a presentare in giugno un "punto di vista" di 36 pagine sulla responsabilità sociale delle imprese (RSI), da loro definita come "l’assunzione di preoccupazioni sociali ed ambientali da parte delle imprese nelle loro operazioni commerciali, nello spirito di una gestione sostenibile". Precisano, tuttavia, che si tratta di un "impegno volontario" che "lo Stato sostiene con vari strumenti". Esse sono, in questo senso, globalmente in linea con la posizione della Confederazione sulla RSI, pubblicata ad inizio aprile.

Sotto la lente degli studi scientifici

La RSI è la risposta del settore privato alle critiche della società civile e alle richieste di regolamentazione che esso ha ostacolato a livello nazionale e internazionale. Dal lancio nel 2000 del Patto Mondiale delle Nazioni Unite, non si contano più le iniziative di RSI avviate dai governi e dalle imprese, a volte in collaborazione con la società civile. La Svizzera si è d’altronde molto impegnata in questo ambito.
Il problema è che, per quanto siano ben intenzionate e utili, queste iniziative di autoregolamentazione non bastano a garantire il rispetto dei diritti umani e dell'ambiente da parte delle imprese. Come prova, i numerosi casi di violazioni documentate dalle organizzazioni della società civile, così come da numerose recenti pubblicazioni scientifiche. Guidato da 17 università, centri di ricerca e scuole di business nell’Unione Europea (UE), il progetto IMPACT ha analizzato le politiche di RSI di oltre 5000 imprese. Dimostra che tra il 2000 ed il 2010 il loro approccio ha portato solo a progressi marginali in materia di qualità dell’impiego e dell'ambiente, e che non hanno permesso di realizzare gli obiettivi dell'Unione Europea.
D’altra parte, Richard Locke, professore al Massachusetts Institute of Technology, ha condotto per quasi un decennio una ricerca basata su analisi di audit, su inchieste sul campo e su numerose interviste con rappresentanti d’imprese, in particolare nel settore elettronico. Egli dimostra che la situazione nelle fabbriche - condizioni di lavoro, ore supplementari, sicurezza e salute - è peggiorata e che gli audit non hanno portato ad un processo di apprendimento.
Le conclusioni di questi studi si uniscono a quella della “Royal Society for Protection of Birds (GB)”, che è appena stata diffusa. Dalla valutazione di 161 iniziative volontarie nell’ambito dell’ambiente, i suoi esperti stimano che quattro volte su cinque, esse sono state fallimentari nel fornire la protezione richiesta. Pertanto, le azioni volontarie non possono essere "un effettivo sostituto a misure regolatrici per raggiungere obiettivi di politica pubblica".

Molteplici carenze

Le ragioni delle carenze della RSI sono numerose e sono dovute in primo luogo alla sua natura volontaria. Le iniziative propongono standard e buone pratiche, ma non sono vincolanti.
Alcune imprese vi si impegnano seriamente, altre soprattutto per motivi di relazioni pubbliche, altre ancora le ignorano. Secondo il “Business and Human Rights Resource Centre”, solo 340 aziende si sarebbero dotate di una politica sui diritti umani. Una cifra irrisoria rispetto alle 80’000 multinazionali elencate nel 2011 da John Ruggie. Il vero problema è rappresentato dalle aziende “furbette” che non assumono la propria responsabilità e ne traggono un vantaggio comparativo, col rischio di commettere gravi violazioni.
Altri limiti della RSI sono inerenti al contenuto – spesso incompleto – dei codici di condotta, in particolare con carenze in materia di diritti umani, d’integrazione dei bisogni delle comunità locali e di trasparenza. Come constata il progetto IMPACT, gli studi d'impatto, quando sono disponibili, riguardano solo i rischi per l'azienda e non quelli per gli esseri umani e l'ambiente. Inoltre, mancano spesso meccanismi di verifica indipendente così come sistemi di denuncia accessibili e protetti. Non vi è nemmeno, in generale, alcuna sanzione in caso di mancato rispetto degli standard.
Infine, la RSI si scontra con fattori strutturali legati al funzionamento delle catene globali di produzione. E’ proprio ciò che Locke ha messo bene in evidenza. Da un lato, per curare la loro immagine, le aziende adottano misure di RSI. Dall’altro, con la scusa della competitività e delle esigenze dei loro clienti e azionisti, continuano a fare pressione sui loro fornitori per ottenere prodotti sempre più differenziati, nel più breve tempo possibile e al prezzo più basso. Da questo deriva una mancanza di coerenza il cui prezzo viene alla fine pagato dai lavoratori e dalla natura. Anche in seno alle imprese progressiste, la RSI finisce per inciampare nella logica del profitto. Siamo dunque lontani dalla visione idealista delle lobby economiche svizzere, per le quali la RSI è un processo fondamentalmente win-win, cioè positivo per tutti dal momento che risponde agli interessi del business.

Con la collaborazione di Chantal Peyer, Pane per tutti
Traduzione Daniele Lupelli
(pubblicato su Voce Evangelica, gennaio 2016)