Dei piani contradditori per e con l’Africa

Mark Herkenrath, direttore di Alliance Sud.
Articolo GLOBAL+
La cooperazione internazionale è sempre più legata alla politica migratoria e a volte finanzia forze di sicurezza e apparati di repressione. Il nuovo ministro degli esteri dovrebbe battersi contro questa politica poco lungimirante.

Il Ministro degli affari esteri Ignazio Cassis conosce la problematica dell’immigrazione per esperienza diretta. Infatti, è il primo svizzero di seconda generazione (Secondo) ad essere eletto nel governo federale ed è un rappresentante di un cantone di frontiera. Ora dovrà battersi con il mandato poco lungimirante affidatogli dal Parlamento; mandato secondo il quale la cooperazione internazionale dev’essere legata strategicamente alla politica migratoria.

Anche in Germania e in altri paesi europei la cooperazione allo sviluppo è sempre più sviata verso degli obiettivi politici di lotta alla migrazione. Con il suo «Piano Marshall con l’Africa», la Germania vuole dare un grande impulso allo sviluppo del continente africano.  Fino a qua, tutto bene.  E’ interessante ricordare che all’inizio il piano si chiamava «Piano Marshall per l’Africa», ed era stato concepito escludendo i governi e i parlamenti africani. Numerose misure - come il sostegno delle famiglie contadine, dei programmi per la buona gestione degli affari pubblici o la promozione di migliori legislazioni sociali e ambientali - fanno da tempo parte del repertorio della cooperazione allo sviluppo, incluso quello della Svizzera. Parallelamente però, la Germania vuole promuovere gli investimenti privati in Africa. Gli accordi di libero scambio – che l’UE tratta con i paesi africani e rientrano nell’ambito degli Accordi di partenariato economico (APE) - mirano anche a promuovere gli investimenti. La novità sta nel fatto che i paesi africani dovrebbero potere proteggere i loro mercati interni dalla concorrenza internazionale sfrenata, per un periodo transitorio, attraverso dei dazi doganali.

Il «Piano Marshall con l’Africa» va quindi, in una certa misura, contro le cause made in Europe della migrazione, così come le relazioni commerciali sleali e delle opportunità d’investimento impari. Inoltre, è opportuno che la cooperazione allo sviluppo tedesca in futuro dia la priorità a quei paesi che s’impegnano al loro interno a rafforzare lo Stato di diritto e a combattere la corruzione.

Tuttavia: quando si tratta di ridurre in fretta la migrazione, le buone idee restano lettera morta. E’ così che la Germania e l’UE - nell’ambito del Processo di Khartoum - legano il loro aiuto alla volontà dei governi africani d’introdurre dei controlli più severi alle frontiere. Si vede allora dei funzionari di regimi autoritari corteggiati e sostenuti per esempio nella costruzione di centri di formazione per la polizia. In altre parole, sono gli apparati di repressione a essere rafforzati, proprio in quelle dittature dalle quali le donne e gli uomini scappano. E’ quindi ancora più preoccupante che la Svizzera sia divenuta membro a pieno titolo del cosiddetto Processo di Khartoum. Infatti, essa contribuisce al Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione europea per l’Africa che, in nome della politica estera europea in materia di migrazione, finanzia, per esempio in Eritrea o in Sudan, le forze di sicurezza e i controlli alle frontiere subordinati ai servizi segreti.

Deve somigliare a questo, nella pratica, il legame tra la cooperazione internazionale e gli interessi di politica migratoria voluto dal Parlamento? C’è da augurarsi che il Consigliere federale Cassis riconosca a quale punto sia incoerente una simile politica in Africa.

Pubblicato il 4.10.2017 sul Corriere del Ticino

(Traduzione: Sonia Salmina Stephan)