Un passo (troppo) piccolo

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Dopo la conferenza è come prima della conferenza. Eva Schmassmann commenta il risultato insoddisfacente della conferenza di Addis Abeba e le prospettive per lo sviluppo sostenibile.

“Siamo la prima generazione che può mettere fine alla povertà. Siamo anche l’ultima generazione che può rallentare il riscaldamento del pianeta”. Con queste parole, il Segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon, s’impegna instancabilmente a ricordare l’opportunità che possiamo ancora cogliere e l’urgenza con la quale siamo confrontati. La comunità internazionale ha la possibilità di rispondere quest’anno all’appello di Ban Ki-Moon durante tre momenti decisivi: la settimana scorsa, Addis Abeba ha ospitato la terza conferenza internazionale sul finanziamento dello sviluppo; gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) devono essere adottati in settembre a New York ed in dicembre Parigi accoglierà il Vertice internazionale del clima.

Gli OSS devono prendere il testimone degli Obiettivi di sviluppo del millennio il cui termine scade quest’anno. Tracciano un piano ambizioso per mettere il pianeta sulla via di un futuro sostenibile entro il 2030. Tra di essi figurano in particolare lo sradicamento della povertà estrema, la protezione e la conservazione dei nostri ecosistemi così come un cambiamento di rotta verso strutture di produzione e di consumo sostenibili. I paesi in via di sviluppo sono riusciti a far passare la loro richiesta di discutere del finanziamento di questa agenda globale già prima dell’adozione degli OSS da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU, perché finora tutti concordano nel dire che saranno necessarie enormi somme di denaro per poter realizzare gli OSS.

Paese ospite della conferenza sul finanziamento dello sviluppo, l’Etiopia è essa stessa uno dei paesi più poveri del pianeta. Si trova confrontata con sfide enormi: quasi più di due terzi della sua popolazione deve sopravvivere con meno di due dollari al giorno ed il tasso di analfabetismo e la mortalità infantile sono considerevoli. La conferenza di Addis Abeba non aveva l’ambizione di mettere una somma di denaro concreta a disposizione, perché i soldi da soli non basterebbero per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. La conferenza doveva maggiormente mostrare le condizioni da rispettare per un tale sviluppo. Per raggiungere questo obiettivo, le modifiche del sistema finanziario internazionale giocano un ruolo chiave per rendere disponibili ed utilizzabili i flussi finanziari attuali destinati allo sviluppo. Su questo capitolo precisamente però, la conferenza non ha saputo attivare le modifiche strutturali necessarie.

Flussi di denaro più importanti continuano a scorrere da Sud verso Nord e non il contrario. Un rapporto dell’ONU rivela che l’Africa perde circa 50 miliardi di dollari all’anno a causa di flussi finanziari illeciti. Questo corrisponde al doppio del montante che il continente riceve ogni anno a titolo dell’aiuto allo sviluppo. Ma i dati disponibili sono limitati e possiamo supporre che questi flussi siano anche più elevati.

Una rivendicazione cruciale di Alliance Sud è dunque quella di lottare efficacemente contro questi flussi finanziari illegali per impedire che i fondi sottratti alle imposte o illegalmente acquisiti siano trasferiti in oasi fiscali all’estero. Per raggiungere questo scopo, una stretta collaborazione con i paesi d’origine ed i paesi di provenienza dei fondi di origine dubbiosa è imperativa. Le regole fiscali internazionali sono per ora dettate dalle ricche nazioni industrializzate in seno all’OCSE. Da molto tempo, i paesi in sviluppo esigono di conseguenza una collaborazione in materia fiscale, con un diritto di controllo uguale, in seno all’ONU. La conferenza di Addis Abeba avrebbe potuto cogliere l’occasione di creare finalmente un organismo intergovernativo sulle questioni fiscali. Tanto più che i paesi industrializzati richiedono che i paesi in sviluppo mobilitino maggiori risorse proprie, detto con altre parole, che aumentino le loro entrate fiscali nazionali. Ma le pratiche legali di evasione fiscale e di trasferimento dei profitti delle multinazionali sono di fatto i primi ostacoli alla mobilitazione delle risorse domestiche. I paesi dell’OCSE hanno tuttavia usato la loro posizione di forza e si sono opposte fino all’ultimo alla creazione di questo nuovo organismo, prendendosi anche il rischio di far naufragare la conferenza. Alla fine i paesi in sviluppo hanno ceduto e dato il loro avvallo ad un documento finale che evitava qualsiasi menzione ad un organismo sulle questioni fiscali.

L’Etiopia ha subìto una pressione particolarmente forte durante la riunione, pressione che ha trasmesso a paesi in sviluppo, africani e non. Come paese ospite, era preoccupata di raggiungere un accordo. Le due prossime conferenze si terranno a New York e a Parigi. Quale sarà l’atteggiamento di compromesso del Nord? Una cosa è comunque certa dopo Addis Abeba: la speranza di Ban Ki-Moon non è (ancora) stata esaudita. Ci sono ancora molti passi importanti da fare per sradicare la povertà e rallentare il riscaldamento del pianeta.