Le imprese salvano il mondo ?

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Le imprese multinazionali investono dal 2010, in media più di 600 miliardi di dollari USA all’anno per attività aziendali in paesi in sviluppo. Editoriale della rivista di Alliance Sud del direttore Mark Herkenrath.

Le imprese multinazionali investono dal 2010, in media più di 600 miliardi di dollari USA all’anno per attività aziendali in paesi in sviluppo. E’ una tendenza al rialzo. Non solo sono aumentati i loro investimenti diretti in Cina, India o Sudafrica, ma anche quelli nei paesi più poveri dell’Asia, Africa e America latina. Questi investimenti superano ampiamente le spese dei paesi industrializzati per la cooperazione pubblica allo sviluppo in questi paesi.

Oggi le imprese affermano di applicare volontariamente i criteri sociali e di responsabilità ecologica nell’ambito dei loro investimenti. Non poche si presentano come pioniere della realizzazione dell’Agenda 2030 dell’ONU per lo sviluppo sostenibile. Dietro queste promesse si celano però, spesso, solo delle riflessioni di marketing e, a volte, anche la consapevolezza che lo sviluppo sostenibile è l’unica alternativa possibile. Le multinazionali sono ormai le punte di diamante della cooperazione allo sviluppo?

La risposta è: purtroppo no. E’ vero che le multinazionali possono contribuire a creare degli impieghi, offrire delle prospettive di vita nei paesi in sviluppo o permettere il trasferimento di nuove tecnologie rispettose dell’ambiente. E però anche vero che, piuttosto spesso, eliminano delle imprese locali più deboli dal mercato e rimpiazzano la manodopera indigena con dei macchinari importati. Allo stesso tempo, usano la loro influenza politica per assicurarsi un accesso privilegiato all’infrastruttura finanziata da fondi pubblici. Ma prima di tutto, troppe di queste multinazionali trasferiscono i profitti in quei paesi dove la fiscalità è loro favorevole.

Nonostante questo, le agenzie di sviluppo dei paesi industrializzati puntano sempre più a dei partenariati con queste imprese. Le agenzie vogliono tramite questi mobilizzare degli investimenti privati in direzione dei paesi in sviluppo, riducendo i loro rischi. I partners privilegiati sono spesso le multinazionali dei loro stessi paesi. In altre parole, dei fondi pubblici per lo sviluppo, le conoscenze e l’esperienza degli specialisti governativi dello sviluppo sono usati per ridurre i rischi degli investimenti privati delle grandi imprese del paese donatore e renderli più redditizi.  Due le ragioni dietro questa strategia: da una parte la speranza di un aumento effettivo degli investimenti favorevoli allo sviluppo nei paesi poveri. D’altra parte, si tratta di occultare delle riduzioni del budget. Se i paesi industrializzati - nei quali le spese pubbliche per lo sviluppo diminuiscono - riescono a generare un flusso più grande d’investimenti privati, questo ha un effetto strategico: si nota di meno l’allontanamento dall’obiettivo di assegnare lo 0,7% del PNL all’investimento nella cooperazione allo sviluppo. Resta una questione aperta se e come debba essere misurato l’impatto sullo sviluppo dei partenariati con il settore privato.

Anche per il finanziamento delle misure di protezione contro il cambiamento climatico, ci si aspetta che il settore privato mostri la via. Ma la costruzione di dighe di protezione - per fare un solo esempio - non riuscirà mai a ottenere un ritorno sull’investimento. Ciononostante, il Consiglio federale punta in gran parte, nel suo recente rapporto sul finanziamento internazionale per il clima della Svizzera, su dei contributi privati. Non c’è nessun piano per assicurarne il funzionamento. Il suo leitmotiv per lo sviluppo sembra essere: meno costa al settore pubblico, meglio è. Questo atteggiamento cinico trascura i fatti.

Pubblicato il 20 giugno 2017 sul Corriere del Ticino

(Traduzione Sonia Salmina Stephan)