Più protezione del clima, meno aiuto?

Peter Niggli
Articolo GLOBAL+
Peter Niggli, direttore di Alliance Sud, replica al direttore dell’Ufficio federale dell’ambiente. Con la sua affermazione Oberle contraddice la legge sull’aiuto allo sviluppo.

Il cambiamento climatico ha un costo elevato. Se non lo si frena, le diminuzioni di raccolto, le inondazioni di regioni costiere basse, le malattie, le migrazioni di massa e i conflitti armati per le risorse si moltiplicheranno. Anche porvi rimedio, genera costi. Conviene far transitare i sistemi energetici, di produzione e di trasporto verso le energie rinnovabili. E’ ciò che si chiama protezione del clima. Le stime prudenti la quantificano a circa 200 miliardi di dollari l’anno. La sua realizzazione implicherebbe, dal 2020, investimenti nei paesi emergenti e in sviluppo. A questa cifra si aggiungono 50 miliardi di investimenti annui per l’adattamento al cambiamento climatico, che comprende, per esempio, sistemi di protezione costiera contro l’innalzamento del livello del mare, modifiche dei corsi d’acqua o la delocalizzazione di popolazioni nei paesi toccati.
   
Nei Paesi del Sud, questi 250 miliardi si aggiungono ai costi derivanti dallo sviluppo dei sistemi di formazione, di salute e delle infrastrutture. A Copenhagen nel 2009, i paesi industrializzati hanno promesso di partecipare alla fattura globale del clima con un contributo di 100 miliardi l’anno, ossia il 40 percento. Questo in modo aggiuntivo rispetto all’aiuto allo sviluppo, che raggiunge oggi i 135 miliardi. I paesi industrializzati potrebbero facilmente generare questi 100 miliardi secondo il principio del “chi inquina paga”, tassando le emissioni domestiche di gas ad effetto serra, cosa che devono comunque fare se vogliono promuovere la loro propria protezione del clima. In Svizzera, come in molti paesi industrializzati, si percepisce però poco la volontà di adottare le misure politiche e legali necessarie. A dimostrazione di questo si veda l’intervista in questo numero a Bruno Oberle, direttore dell’Ufficio federale dell’ambiente.

Oberle sostiene in maniera apodittica che sarebbe già stato deciso di finanziare il contributo svizzero al clima con il budget dello sviluppo. Nella misura in cui quest’ultimo è stato aumentato allo 0,5 percento, si tratterebbe di fondi «nuovi e aggiuntivi». Questo è contrario agli accordi internazionali. Finora la Svizzera ed altri paesi occidentali hanno usato il denaro dello sviluppo per i loro contributi omeopatici al clima. Tuttavia, dal 2020 questo rappresenterà parecchie centinaia di milioni di franchi a scapito dei compiti di sviluppo della DSC e del Seco.

Per Oberle un simile prelievo non pone alcun problema, poiché le priorità dell’aiuto ubbidiscono ai continui cambiamenti della moda. Ieri ci si è concentrati sul genere e la decentralizzazione, oggi si dovrebbe mettere l’accento sul clima. Questo servirebbe anche ai poveri. Così come non possiamo mangiare del clima, così mancherà cibo se il cambiamento climatico dovesse sfuggire ad ogni controllo. L’uno non può essere sostituito dall’altro. Del resto: Oberle contraddice la legge sull’aiuto allo sviluppo.

Editoriale GLOBAL+ (estate 2015), pubblicato sul Giornale del Popolo, 30 giugno 2015
Traduzione Sonia Stephan