Quando regnano le incomprensioni

Un momento ludico a margine di un progetto di Heks/Eper sostenuto dalla DSC nel Sud Sudan
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La cooperazione allo sviluppo dovrebbe evitare le migrazioni e prevenire il terrorismo. Si tratta di una visione troppo semplicistica. Non è mai troppo tardi per fare chiarezza sui suoi limiti e sulle sue possibilità.

La critica più ricorrente – condivisa anche dal Premio Nobel per l’economia Angus Deaton – che si porge alla cooperazione allo sviluppo e che si sente non solo in luoghi informali ma anche in Parlamento, è la seguente: la cooperazione sottrarrebbe i governi dal proprio dovere di promuovere loro stessi dei sistemi sanitari e di formazione adeguati. Questa critica però non concerne in alcun modo la cooperazione svizzera, la quale fornisce soltanto in via eccezionale un aiuto finanziario ai governi dei paesi partner. Ed è proprio così. 

Nei progetti di cooperazione bilaterale, l’attenzione è posta sul rafforzamento della società civile. Lo scopo è quello di aiutare le persone che vivono in una situazione di povertà e che subiscono dei trattamenti ingiusti a richiedere ai loro governi di adempiere ai propri doveri. Questo modo di agire è quindi l’esatto opposto della criticata deresponsabilizzazione dei governi, poiché questi ultimi si ritrovano sotto un maggiore controllo esercitato dalla popolazione.

Priorità invece di universalità

Uno dei rimproveri fatti alla politica svizzera di sviluppo, espresso anche dal Comitato di aiuto allo sviluppo dell'OCSE in una Peer Review del 2013, è la vasta presenza della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) in troppi paesi. Il consigliere federale Burkhalter ha contrapposto a questa critica il suo credo dell’« universalità » della cooperazione svizzera. Secondo il punto di vista di Alliance Sud, più un paese è geograficamente esteso, più si rischia che il lavoro di sviluppo venga strumentalizzato per delle finalità diplomatiche. Inoltre, una concentrazione delle risorse su un numero minore di paesi porterebbe a un rafforzamento del ruolo di attrice della DSC e a un aumento della sua efficacia. Questa maggiore concentrazione dell’operato dovrebbe logicamente basarsi sul mandato di base della cooperazione svizzera allo sviluppo (cf. riquadro). La cooperazione dovrebbe concentrarsi sui paesi poveri e su quelli più poveri, ritirandosi di conseguenza da quelli a reddito medio.

Sarebbe anche opportuno riflettere su quanti altri paesi sono già attivi in un certo contesto, poiché la Svizzera dovrebbe risultare tra i principali donatori per poter acquisire un peso politico più significativo. Un altro elemento molto importante da esaminare è la potenzialità di un contesto per progredire nell’ambito dello sviluppo e per cooperare con la società civile. Nel caso di regimi autoritari, come quello eritreo, non ci sono quasi margini di manovra. Se la possibilità di agire è troppo limitata, la Svizzera non dovrebbe impegnarsi.

La prevenzione meno cara rispetto all’aiuto d’emergenza

L’aiuto umanitario ha ampiamente schivato i programmi di risparmio messi in atto dal Parlamento negli ultimi anni. Quando le crisi scoppiano all’improvviso, che si tratti di uno tsunami piuttosto che di un terremoto, la disperazione è messa in prima pagina da tutti i media e la solidarietà vien da sé.

D’altro canto, la cooperazione a lungo termine non è molto spettacolare e necessita un lavoro più impegnativo di persuasione, al Parlamento così come nell’opinione pubblica. La sua utilità nell’ambito della prevenzione è tuttavia indiscutibile: il miglioramento dei servizi sanitari nei paesi in via di sviluppo può prevenire lo scoppio di pandemie ed evitare delle importanti conseguenze economiche, oltre che a quelle in termini di sofferenza umana. Assicurare la sicurezza alimentare dei neonati, per esempio, è un’attività molto meno onerosa dal lato finanziario rispetto al trattamento delle conseguenze della malnutrizione.

Da qualche tempo, la cooperazione allo sviluppo è concepita anche per prevenire l’estremismo violento. È evidente che la cooperazione contribuisce a questa causa attraverso l’impegno per una ripartizione più equa delle risorse, per un miglior funzionamento delle istituzioni e per la partecipazione politica. Tuttavia, la cooperazione non può impedire che la violenza esploda (« Prevenzione dell’estremismo violento»).

La cooperazione allo sviluppo per lottare contro le (cause delle) migrazioni ?

A partire dal 2016, il Parlamento impone alla cooperazione svizzera di orientarsi anche in funzione degli interessi nazionali della politica migratoria. Secondo certi partiti bisognerebbe in primo luogo fermare i flussi migratori verso l’Europa e la Svizzera. Elaborando maggiormente questo ragionamento, si intende quindi che la cooperazione allo sviluppo non dovrebbe lottare contro le cause della migrazione, ma contro la migrazione stessa. Dal punto di vista di Alliance Sud questo approccio risulta problematico dal momento in cui, per poter prevenire le migrazioni, la cooperazione dovrebbe cambiare orientamento ogni due anni, in funzione delle crisi e delle catastrofi. In questo scenario non sarebbe più possibile implementare dei progetti a lungo termine.

É evidente che la cooperazione allo sviluppo può contribuire a ridurre le cause delle migrazioni offrendo delle prospettive nei paesi d’origine dei migranti, promuovendo la democrazia e lo stato di diritto, e ampliando il margine di manovra della società civile locale. Nonostante ciò, non può garantire l’interruzione dei flussi migratori.

Le cause delle migrazioni sono molteplici. Al fianco di una cooperazione allo sviluppo adeguata, anche la politica fiscale, commerciale o climatica dei paesi industrializzati contribuisce a sua volta allo sviluppo sostenibile. Concretamente, bisogna adottare le seguenti misure :

  • Arginare i flussi finanziari illeciti. Si tratta di una condizione essenziale per fare in modo che i paesi in via di sviluppo abbiano risorse sufficienti per fornire alla propria popolazione i servizi di base necessari.
  • Ridurre le sovvenzioni agricole attraverso accordi commerciali equi, che forniscono l’accesso al mercato dei paesi industrializzati e proteggono i mercati dei paesi in via di sviluppo.
  • Intraprendere delle misure efficaci al fine di lottare contro il cambiamento climatico ed aiutare finanziariamente i paesi in via di sviluppo ad adattarsi alle sue conseguenze .

Solamente quando questi campi politici saranno coordinati e strutturati l’uno in funzione dell’altro sarà possibile parlare di coerenza politica. Al giorno d’oggi, siamo ancora molto distanti da tutto ciò.

 

La cooperazione allo sviluppo nella Costituzione e nella legge

Il mandato di base della cooperazione allo sviluppo si basa sulla Costituzione federale. Quest’ultima conferisce alla Confederazione un mandato specifico: la cooperazione allo sviluppo « contribuisce in particolare ad aiutare le popolazioni nel bisogno e a lottare contro la povertà nel mondo, contribuisce a far rispettare i diritti umani e a promuovere la democrazia, ad assicurare la convivenza pacifica dei popoli nonché a salvaguardare le basi naturali della vita. »

La legge federale su la cooperazione allo sviluppo e l’aiuto umanitario internazionali precisa a sua volta che le misure « tengono conto delle condizioni dei Paesi compartecipanti e dei bisogni delle popolazioni destinatarie ». La cooperazione deve inoltre sostenere prioritariamente i paesi in via di sviluppo, le regioni e i gruppi di popolazione più poveri.

 

Pubblicato il 18 gennaio 2018 sul Giornale del Popolo
(Traduzione: Lisa Mazzocchi)