Indebitamento pubblico dei paesi in sviluppo

Schuldenkrise
Articolo global
L’esempio della Grecia mostra il caos che può derivare da una crisi del debito. Ma anche numerosi paesi poveri crollano sotto il peso di un debito enorme.

E’ per questa ragione che l’ONU discute finalmente un processo organizzato di ristrutturazione del debito. La Svizzera frena.

Ultimamente è il debito pubblico dei paesi europei che riscalda gli animi. Innanzitutto, ci si occupa del caso della Grecia, mentre, non si parla quasi mai della montagna di debiti dei paesi in sviluppo. Come se la problematica dell’indebitamento dei paesi poveri fosse sistemata. Lo stesso Consiglio federale sottolinea che l’iniziativa di sdebitamento dei paesi poveri molto indebitati (HIPC) e quella delle banche di sviluppo sull’alleggerimento del debito multilaterale (MDRI), avrebbero rimediato a questo problema . Riconosce anche che l’indebitamento di qualche paese ha ricominciato a salire.

Più grave di quello che si pensi

I dati del Fondo monetario internazionale (FMI) mostrano che la situazione è seria. Secondo le sue ultime stime di dicembre 2014, tre paesi in sviluppo a basso reddito sono de facto in stato d’insolvibilità, mentre altri quattordici non ne sono lontani. Sei tra questi, cioè quasi la metà, hanno beneficiato di uno sdebitamento parziale nell’ambito dell’iniziativa HIPC.

A questo, si aggiungono 29 paesi poveri che, secondo i criteri del FMI, hanno un rischio almeno «moderato» di bancarotta dello Stato. Sedici di essi – oltre la metà quindi – hanno beneficiato delle iniziative di sdebitamento. Altrimenti detto, il condono parziale dei debiti ha, in molti casi, procurato solo un sollievo passeggero. In molti paesi poveri, l’importante bisogno in finanziamento estero per progetti d’infrastruttura e dei sistemi di formazione e di salute, ha fortemente aumentato il peso dei crediti.

Responsabilità dei creditori

Le ragioni dell’indebitamento crescente dei paesi in sviluppo variano, senza dubbio, da caso a caso. In certi paesi, è dovuto a governi irresponsabili e corrotti che acquisiscono crediti per finanziare «cattedrali nel deserto» ed importazioni d’armi, o riempirsi le tasche. I creditori che sostengono questi regimi hanno la loro parte di responsabilità. In generale sanno a quali buoni a nulla prestano il loro denaro, che, inoltre, è a tassi molto attrattivi. Siccome i paesi insolventi non possono annunciare il loro fallimento, i creditori irresponsabili possono perfino contare – in caso di bancarotta di fatto – prima o poi, su un rimborso parziale.

Però, nella maggiore parte dei casi, i crediti sono concessi in modo ragionevole, per progetti pubblici che, o generano dei profitti o stimolano la crescita economica. Resta comunque il rischio che un investimento di larga portata possa semplicemente finire male o che catastrofi naturali rendano improvvisamente impossibile il servizio del debito, a causa, per esempio, del cambiamento climatico, di una diminuzione del corso della moneta, o delle turbolenze finanziarie e economiche esterne. I paesi toccati devono allora procedere a nuovi prestiti per servire i vecchi debiti – finché questa spirale del debito peggiora sempre più e non trovano più nuovi creditori. 

Bisogno di un meccanismo d’insolvenza internazionale

Se uno Stato è fortemente indebitato o di fatto insolvente, non può - come fa un’impresa - semplicemente dichiararsi in fallimento e entrare in un processo d’insolvenza organizzata. Ne segue, invece, una dolorosa e lunga lotta sulla questione di sapere quali creditori sarebbero disposti a rinunciare a una parte delle loro richieste. I paesi indebitati e i creditori tentano quindi spesso di rimandare il più a lungo possibile una ristrutturazione dei debiti, da tempo necessaria. Sperano - di solito invano – di poterne ancora uscire con prolungamenti. Il risultato è che situazioni insostenibili si trascinano per anni e che fondi pubblici vengano buttati dalla finestra. 

Sarebbe quindi molto importante creare finalmente un quadro giuridico internazionale adattato per un meccanismo d’insolvenza equo e trasparente per gli Stati. Numerose organizzazioni di sviluppo, tra cui Alliance Sud, lo richiedono da anni. Nel frattempo, il Consiglio federale ha riconosciuto la potenziale utilità di questa idea. Nella sua risposta a un postulato depositato dal consigliere agli Stati Felix Gutzwiller (PLR/ZH) e 27 cofirmatari, ha affermato a fine 2011 che un simile meccanismo «potrebbe in futuro contribuire alla soluzione di questi problemi». Nel rapporto che ne ha fatto seguito nel settembre 2013 egli ritiene, tuttavia, che per questo non c’è un «sostegno importante» sul piano internazionale.

Blocco svizzero all’ONU

Nel frattempo, è emerso un sostegno sulla scena internazionale in favore di una procedura d’insolvenza per gli Stati. I paesi in sviluppo hanno effettivamente ottenuto, nel settembre 2014, che alcuni negoziati siano condotti all’ONU, al fine di creare un quadro giuridico multilaterale per la ristrutturazione del debito degli Stati. Essi spingono, tra l’altro, affinché il documento finale della prossima conferenza dell’ONU sul finanziamento dello sviluppo riconosca la necessità di un tale strumento. La Svizzera si mostra per ora poco cooperativa. Si è astenuta durante il voto iniziale e ha pure rifiutato una risoluzione sulle modalità specifiche dei negoziati.

La giustificazione ufficiale del blocco elvetico è che questo voto sulle modalità dei negoziati, era alterato da un vizio di procedura tecnica. Invece, la vera ragione sarebbe un’altra: quando si tratta di questioni importanti di politica economica, la Svizzera preferisce discuterne in seno al FMI, perché in quel consesso i paesi industrializzati hanno più peso dei paesi in sviluppo. Il problema è che, finora, le proposte del FMI per trattare le crisi del debito si sono rivelate chiaramente insufficienti. 


Traduzione Sonia Stephan
(pubblicato su Voce Evangelica online)