Nuova lacuna fiscale

A questo stadio è difficile definire precisamente le perdite che causeranno la riforma dell'imposizione delle imprese (RIE III). La RIE II aveva stimato il mancato guadagno per le Casse federali di Frs 80 milioni. Le perdite fiscali che ne sono derivate sono state largamente superiori. Immagine: Illustrazione di due o tre buchi neri che si avvicinano e che si fondono l’uno nell'altro, provocando così delle onde gravitazionali.
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La riforma doveva metter fine al paradiso fiscale svizzero per le multinazionali e invece…

Originariamente la riforma dell’imposizione delle imprese III doveva metter fine al paradiso fiscale che la Svizzera rappresenta per le imprese multinazionali. Ma l’imposta sull’utile con deduzione degli interessi sconvolge totalmente quest’intento, e potrebbe anche danneggiare i paesi in sviluppo. Nel giugno 2016 le Camere federali hanno adottato il progetto di riforma dell’imposizione delle imprese III (RI Imprese III). Inizialmente, questo progetto doveva adattare la politica fiscale svizzera alle nuove norme internazionali dell’Ocse, dell’Ue e del G20, e rendere il paradiso fiscale elvetico meno attraente per i grandi gruppi. Ma il progetto finale non rispetta questo primo intento, anzi! Una forte maggioranza borghese del Parlamento si è in effetti servita del progetto di riforma per sostituire i vecchi regimi fiscali privilegiati con i nuovi per attirare ancor più la concorrenza fiscale tra i cantoni. Con gravi conseguenze: si temono perdite di entrate fiscali di almeno 1,5 miliardi di franchi all’anno per la Confederazione, mentre il tasso d’imposizione cantonale effettivo sugli utili di certe imprese potrebbe limitarsi al 3 per cento. Il 6 ottobre, un’ampia coalizione di partiti di sinistra ed ecologisti, nonché di sindacati, ha depositato un referendum contro questo pacchetto e raccolto oltre 57’000 firme valide. Il progetto sarà quindi sottoposto ad una votazione il 12 febbraio 2017.

L’evasione fiscale delle multinazionali fa perdere 200 miliardi di dollari all’anno al Sud

Sono innanzitutto i diversi nuovi regimi fiscali speciali che il Consiglio federale e il Parlamento vogliono introdurre con la RI Imprese III – per sostituire i vecchi privilegi, dichiarati non conformi dall’Ocse, per le holding, le società di domicilio e miste – che creano problemi in termini di politica di sviluppo. Qualora la RI Imprese III fosse accettata, si saprà se questi regimi offrono nuove possibilità di trasferimento degli utili all’interno dei gruppi che hanno la loro sede principale in Svizzera, e delle filiali nei paesi in sviluppo, solo dopo l’adozione delle ordinanze d’applicazione. Ciò risulta problematico in un’ottica democratica, nella misura in cui le dimensioni degli sgravi fiscali propriamente dette che la RI imprese III apre alle imprese, saranno messe in luce solo da queste ordinanze. La loro adozione rientra nelle competenze del Consiglio federale. Le imperfezioni in materia d’imposizione si nascondono spesso nei dettagli delle ordinanze e né i votanti né il Parlamento hanno in sostanza la possibilità di dire qualcosa a tal proposito.

Una cosa è certa: la ‘patent box’, l’imposta sull’utile con deduzione degli interessi, le deduzioni fiscali legate alle spese a favore della ricerca e dello sviluppo e a livello dell’imposizione del capitale, possono essere utilizzate, in linea di massima, come strumenti di trasferimento degli utili. Esse danneggiano gravemente l’emisfero sud: stando alle stime del Fondo monetario internazionale (Fmi), l’evasione fiscale praticata dai grandi gruppi fa perdere oltre 200 miliardi di dollari all’anno ai paesi in sviluppo.

Reciprocamente, la posta in gioco è importante per la piazza economica svizzera, se la sostituzione dei vecchi regimi fiscali speciali con quelli nuovi dovesse aver esito negativo. Secondo le indicazioni del Consiglio federale, la Svizzera conta attualmente 24’000 aziende che beneficiano di privilegi fiscali. Ogni anno queste sono all’origine d’introiti fiscali vicini ai quattro miliardi di franchi per la Confederazione; inoltre esse danno lavoro a migliaia di persone (dalle 135’000 alle 175’000). Anche se ciò equivale solo al 3,2 per cento di tutti gli attivi registrati in Svizzera, questa realtà riguarda maggiormente certe regioni rispetto ad altre. L’Arco lemanico, il canton Zugo o la regione di Basilea accolgono molte aziende che godono di privilegi fiscali. Quasi la metà di tutte le entrate fiscali derivanti dall’imposizione sugli utili delle imprese del canton Basilea Città proviene da fonti che approfittano di privilegi. Anche la direttrice basilese delle finanze Eva Herzog, che per motivi evidenti era una delle rare personalità a difendere la riforma all’interno del suo partito, quello socialista, ha nel frattempo lasciato intendere che avrebbe preferito la proposta del progetto di legge del Consiglio federale, piuttosto che quella del Parlamento.

Un’idea per la lista nera dell’Ocse?

Esaminando più da vicino la versione dell’imposta sull’utile con deduzione degli interessi che il Consiglio degli Stati ha iscritto nel progetto al termine della procedura d’eliminazione delle divergenze, non si può far altro che chiedersi: a cosa servirebbe questa versione, se non a permettere i trasferimenti degli utili? Lo strumento permette alle imprese di dedurre dall’utile imponibile il reddito del capitale (interesse) realizzato sul “capitale proprio eccedente”. Ma, data la politica d’interessi negativi della Banca nazionale, il tasso direttore è per ora negativo. È per questo motivo che le aziende non possono attualmente beneficiare di tale sistema. Ci si può inoltre chiedere per quanto tempo l’Ocse tollererà ancora l’imposta sull’utile con deduzione degli interessi, visto che il Belgio ha già fatto delle esperienze chiaramente negative con questo strumento. E, nelle sue ultime proposte di lotta contro l’evasione fiscale, la Commissione dell’Ue lo mette sulla lista nera. È perciò possibile che lo strumento figuri su una lista nera prima che la Banca nazionale sopprima gli interessi negativi. La legislazione fiscale è una tra le materie più complesse, padroneggiata essenzialmente da studi specializzati e da uffici di consulenza internazionali che cercano – e trovano – lacune, nell’interesse della loro clientela. Ed è ancora più efficace integrare queste lacune fiscali a monte – mediante un lavoro di lobbying – nel processo legislativo. Facendo valere l’argomento della posta in gioco costituita dall’attrattiva della piazza economica svizzera, l’industria offshore del nostro paese fa regolarmente trionfare i propri interessi. Il 12 febbraio vedremo se questo argomento raccoglierà nelle urne il consenso di una maggioranza dei votanti.

Traduzioni Fabio Bossi
Pubblicato su La Regione, 4 gennaio 2017