COP 24: La politica climatica al rallentatore

Fussgänger-Passarelle im polnischen Kattowitz.
Articolo global
La serie di norme applicabili all'attuazione dell'Accordo di Parigi, sarà adottata al vertice sul cambiamento climatico organizzato a Katowice. Un compito titanico dal finale incerto. Le questioni politiche piú importanti non sono ancora risolte

Il periodo dell'Avvento è l'occasione per un nuovo vertice climatico del 2018. Ma il raccoglimento, il senso delle responsabilità o anche la solidarietà nei confronti dei piú poveri non avranno particolare risalto nella città di Katowice, in una Polonia rivolta verso il carbone. Malgrado l'allarmante rapporto speciale dell'8 ottobre sull'obiettivo climatico di 1,5 gradi del Gruppo di esperti intergovernativo sull'evoluzione del clima (GIEC), è probabile che il grande pubblico noti distrattamente lo svolgimento della COP 24. Tuttavia, il suo esito sarà una prova decisiva in vista della realizzazione dell'Accordo di Parigi sul clima. Questo perché al momento della firma, tre anni fa, gli Stati si erano fissati l'obiettivo di adottare entro la fine del 2018 il «Rule Book», vale a dire l'insieme delle regole applicabili all'attuazione dell'accordo storico del 2015.

L'ex-segretaria generale della Convenzione quadro dell'ONU sui cambiamenti climatici, Christina Figueres sfodera un'ottimismo di circonstanza: per lei la COP 24 sarà una «COP tecnica» e se questa volta le regole saranno finalizzate, «l'anno che verrà sarà piú politico». La delegazione svizzera aspetta con fiducia i negoziati preliminari: a suo parere sono stati prodotti dei «testi di negoziato utilizzabili», le controversie - se mai ce ne fossero (red.) - saranno certamente appianate durante la seconda settimana della conferenza, se i ministri spingeranno a farlo. Ma, si dice a Berna, non ottenere dei risultati sarebbe in ogni modo preferibile a dei risultati negativi. In altre parole: delle proposte di testo diamentralmente opposte sono sul tavolo dei negoziati. Michal Kurtyka, il presidente polacco responsabile dell'evento, vede quindi lucidamente la situazione: «La sfida è enorme» e si deve da subito «lavorare su centinaia di pagine di un testo di negoziato difficile e tecnico».

Nord-Sud: nulla si muove

Queste considerazioni hanno in comune il nascondere importanti dispute in materia di sviluppo tra paesi industrializzati e in sviluppo, da anni irrisolte. Le nazioni industrializzate insistono, per esempio, affinché gli stessi requisiti di riduzione di emissioni siano definiti per tutti i paesi, applicando dei criteri rigorosi per gli obiettivi climatici, il controllo e i rapporti. Esse fanno dipendere dei progressi supplementari nel campo del finanziamento climatico e dell'adattamento a dei cambiamenti climatici crescenti - su un piano di parità nell'accordo! - dalla «disponibilità a cooperare dei paesi in sviluppo».

La responsabilità dei cambiamenti climatici attuali, imputabili al Nord, è tuttora negata; l'urgenza del finanziamento di misure immediate nelle società piú povere del Sud, devastate dai cambiamenti climatici, è ridotta all'osso nei negoziati. Questo è ancora piú scioccante poiché Accordo di Parigi sottolinea che, in virtú del principio «chi inquina paga», le nazioni industrializzate devono sostenere sufficientemente e senza tergiversare, le misure di adattamento sempre piú urgenti nei paesi piú poveri e vulnerabili. N.B.: la partecipazione equa della Svizzera si situerà a circa un miliardo di franchi l'anno in questo constesto.

Benché all'inzio di novembre l'UE abbia confermato in una risoluzione l'importanza e il rafforzamento dei suoi contributi al finanziamento climatico, privilegiando delle misure di adattamento nei paesi piú poveri, un regolamento delle dispute tra Nord e Sud non é in vista a Katowice. Gli ultimi sviluppi politici lasciano pure poco spazio alla speranza di vedere la politica climatica internazionale abbandonare la corsia lenta per quella veloce. In Europa, il motore tedesco di una politica ambientale ambiziosa gira su se stesso e il Brasile - uno dei paesi emergenti la cui responsabilità climatica non é da tempo piú quella di un paese in sviluppo povero - ha eletto un presidente populista, poco interessato all'ecologia e che minaccia, come il suo modello americano, di uscire dall'accordo sul clima. Che la COP 25 sia prevista nel novembre 2019 in Brasile sembra quasiparadossale, sotto questi auspici.

La Svizzera tira il freno

E cosa succede in Svizzera dove la legge riveduta sul CO2 deve diventare il cardine di una politica climatica compatibile con Parigi? Il Consiglio federale propone di ridurre le emissioni interne di solo 1% l'anno dal 2020, venendo così meno all'impegno preso a Parigi. La canicola estiva 2018 aveva acceso una speranza di un nuovo spirito politico (leggere global 69/2018), speranza che la commissione per l'ambiente del Consiglio nazionale ha poi deluso, respingendo 12 voti contro 13 la proposta -promettente in termini di politica del clima e di sviluppo- di introdurre una tassa sui biglietti aerei, destinata alle misure di protezione climatica. I vicini della Svizzera hanno già un netto vantaggio in questo campo: in Francia la tassa sui biglietti aerei è già in vigore ed è pure esplicitamente usata per la cooperazione allo sviluppo. Bisogna sperare che dalle elezioni dell'autunno 2019, esca una rappresentanza del popolo con un colore piú progressista in materia di politica climatica.

Pubblicato il 20 dicembre 2018

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(trad. Sonia Stephan)