Via libera per una nuova politica climatica

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Articolo global
Mentre il PLR s’impegna a favore di #ElezioniClima, un parere legale esplosivo dimostra come non vi sia più nessun ostacolo per un capovolgimento effettivo della politica climatica svizzera.

La seduta della Commissione dell’ambiente del Consiglio degli Stati (CAPTE-S), tenutasi l’11 febbraio 2019, potrebbe segnare una svolta nella storia della politica climatica svizzera. Discutendo della nuova legge sul CO₂, la commissione ha adottato delle posizioni per le quali Alliance Sud e Alleanza Clima si stanno battendo da anni: essa auspica un sensibile rafforzamento del progetto del Consiglio federale e l’iscrizione esplicita, nel diritto nazionale, degli obiettivi della Convenzione di Parigi sul clima. Secondo il comunicato stampa della CAPTE-S, la commissione ha «deciso, senza voti contrari, che la legge debba contribuire a limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius e ad aumentare la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici».

Tenuto conto del blocco categorico operato finora dai partiti borghesi su questa questione, il fatto che «i flussi finanziari devono essere adeguati in base all’obiettivo di uno sviluppo a deboli emissioni di gas a effetto serra» appare come assolutamente rivoluzionario. Poiché ciò non è altro che un riequilibrio del più grande centro finanziario e d’investimento offshore del mondo per renderlo compatibile con il clima. Resta da chiarire se la sua proposta resisterà al prevedibile contrattacco dell’influente lobby finanziaria nelle deliberazioni della Camera.

L'annuncio della presidente del PLR Petra Gössi, a metà febbraio, del suo desiderio di voler instradare il suo partito su una via rispettosa del clima, è pure il segno della svolta che inizia a manifestarsi nella politica climatica elvetica. Tuttavia non è facile sapere se l’esigenza secondo la quale bisogna esaminare un finanziamento in base al principio «chi inquina paga» – nota bene, una delle principali rivendicazioni portate avanti da Alliance Sud – sia più di una semplice tattica elettorale. Ciò verrà forse chiarito soltanto nell’ambito del nuovo Parlamento. In seguito al ruolo poco glorioso assunto dal PLR nel rifiuto della legge sul CO₂ al Consiglio nazionale, è giustificato avere alcuni dubbi fondati.

Tasse d’incitamento a scopi determinati

Il nuovo parere legale sul finanziamento internazionale in ambito climatico, che i rinomati studi legali Ettlersuter e Hauser hanno presentato a fine febbraio, è di una portata ben più ampia rispetto al sorprendente voltafaccia di alcuni borghesi: l'équipe di giuristi di alto livello, specialisti in diritto costituzionale e ambientale, giustifica accuratamente che non v’è nulla che ostacoli il fatto che gli introiti provenienti dalle tasse sul CO₂, o da altre tasse come ad esempio quelle sui biglietti aerei, siano utilizzati per scopi di cooperazione internazionale in ambito climatico. Al contrario, il parere legale afferma che è lecito utilizzare non solo una parte dei beni provenienti dall’entrate climatiche incentivanti, ma anche la loro totalità per delle misure di protezione del clima nei Paesi in sviluppo; ciò include esplicitamente delle misure volte a ridurre le emissioni e ad adattarsi al cambiamento climatico o a rafforzare la resilienza delle popolazioni e delle regioni particolarmente toccate.

Ciò che può sembrare soprattutto complicato, ma poco spettacolare, per il non giurista è proprio questo: il parere legale pone le basi per un vero cambiamento di paradigma della politica climatica svizzera. In effetti, in 120 pagine, esso contraddice fermamente l’argomento, portato avanti da anni dalla politica e dall’amministrazione, secondo il quale i contributi al finanziamento climatico provenienti da tasse d’incitamento non dovrebbero essere utilizzate per il finanziamento internazionale del clima.

Una restrizione possibile è ugualmente relativizzata: la Costituzione prevede una riserva per le imposte federali per proteggere il substrato fiscale dei cantoni. Per un importo suscettibile di totalizzare fino a 1 miliardo di franchi all’anno – dunque il contributo della Svizzera al finanziamento climatico internazionale calcolato da Alliance Sud – questa riserva non può essere invocata.

Gli articoli pertinenti della Costituzione federale

Nel resoconto dei motivi, il parere legale si fonda su due articoli sufficienti della Costituzione federale:

  • L’articolo 74 Cost. definisce la protezione dell’ambiente come una competenza trasversale della Confederazione. Ciò legittima delle misure di lotta contro il cambiamento climatico sulla base di un problema ambientale globale, che può essere superato solo con la cooperazione internazionale e l’azione a livello nazionale e internazionale.
  • L’articolo 54 Cost. attribuisce a sua volta alla Confederazione la competenza generale e globale degli affari esteri. Ciò include, in particolare, le questioni che riguardano il regime climatico internazionale. Il parere legale indica che l’articolo 54 Cost., in quanto tale, fornisce già una base sufficiente per percepire delle tasse d’incitamento climatico ai fini del finanziamento in campo climatico. E dato che le misure d’adattamento, specialmente nei Paesi in sviluppo, contribuiscono a dare sollievo alle popolazioni nel bisogno e a lottare contro la povertà, le loro entrate possono pure essere utilizzate esplicitamente a tale scopo sulla base dell’art. 54 Cost.

Il parere legale, effettuato su mandato di Alliance Sud, applica queste conclusioni anche all’attuale progetto di legge sul C0₂ del Consiglio federale e critica il fatto che questo progetto non fornisce una base per dei contributi alla cooperazione internazionale in ambito climatico e non prevede dei meccanismi particolari di finanziamento ad hoc.

Il parere legale si dimostra particolarmente severo con il rapporto del Consiglio federale del maggio 2017 «Finanziamento internazionale per il clima». In assenza di studi fondati sull’utilizzo del prodotto delle tasse, il Consiglio federale ha ritenuto che la maggior parte degli strumenti di finanziamento necessiterebbero una modifica costituzionale e non sarebbero dunque «molto realizzabili». Il particolare piccante della situazione è che il rapporto si basa su un’analisi interdipartimentale del 2011, tenuta a lungo sottochiave. Ciò conferma quanto Alliance Sud criticava già due anni fa: nella prospettiva dei contributi di circa 1 miliardo di franchi all’anno, che la Svizzera deve versare dal 2021 per finanziare la lotta contro il cambiamento climatico, il Consiglio federale ha finora rifiutato di fare degli sforzi seri per esaminare nuovi strumenti di finanziamento che servano a mobilitare i fondi supplementari necessari, secondo il principio «chi inquina paga». Al loro posto, gli impegni presi a Parigi per lottare contro la crisi climatica devono essere finanziati tramite delle risorse limitate della cooperazione allo sviluppo.

Parigi riportata a livello nazionale

Nel trattamento giuridico di queste posizioni, il parere legale interpreta altri aspetti della Convenzione di Parigi sul clima, orientando la concezione della politica climatica della Svizzera.  

  • La Convenzione di Parigi sul cambiamento climatico non tratta in modo isolato le emissioni di gas a effetto serra, bensì la soluzione del problema climatico nel suo insieme, che include sia misure di riduzione delle emissioni, sia misure d’adattamento. Da questo punto di vista, una tassa d’incitamento sulle emissioni di gas a effetto serra contribuisce, in fin dei conti, a risolvere il problema.
  • Il cambiamento climatico d’origine umana non è una catastrofe naturale, e le misure d’adattamento non possono essere assimilate a delle misure per far fronte alle conseguenze delle catastrofi naturali. Siccome la Convenzione di Parigi sui cambiamenti climatici ha spostato la ponderazione dell’adattamento verso la riduzione delle emissioni, l’accento è posto sulla limitazione preventiva degli effetti nefasti del cambiamento climatico e sul rafforzamento della resilienza. Le misure d’adattamento potrebbero così essere finanziate anche dalle entrate generate da una tassa climatica d’incitamento sulle emissioni di gas a effetto serra.
  • Delle misure di riduzione delle emissioni nei Paesi in sviluppo (mitigazione) necessitano di rinforzare la loro resilienza al cambiamento climatico. Chiunque consideri la riduzione delle emissioni come la priorità assoluta della protezione del clima in termini di lotta contro le cause del cambiamento climatico deve, di conseguenza, mettere in atto tutto per assicurare un finanziamento adeguato in materia di clima – e in particolare per sostenere l’adattamento e il rafforzamento della resilienza dei Paesi in sviluppo meno avanzati (PMA) e dei piccoli Stati insulari in sviluppo.
  • Il finanziamento in ambito climatico non può (più) essere considerato come una semplice «contropartita» all’accordo dei Paesi in sviluppo di ridurre, dal canto loro, i gas a effetto serra. Si tratta piuttosto di un contributo dei Paesi industrializzati alla riduzione della loro propria impronta e del suo impatto al di fuori delle loro frontiere nazionali. È «ancor più importante in quanto numerosi Paesi industrializzati non fabbricano più direttamente dei prodotti che emettono molto CO2, ma li importano da Paesi in sviluppo ed emergenti» e sono dunque congiuntamente responsabili delle loro emissioni nazionali.

 

La posizione d’Alliance Sud è pienamente confermata

Infine, il parere legale segnala che una tassa sui biglietti aerei potrebbe essere introdotta come semplice tassa d’incitamento conforme al diritto internazionale e alla Costituzione, e che i suoi introiti potrebbero essere utilizzati per il finanziamento internazionale del clima. Su questo punto, contraddice chiaramente la posizione adottata da molto tempo dal Consiglio federale nella sua risposta a diversi interventi parlamentari.

Per anni, Alliance Sud e i suoi alleati hanno predicato al vento reclamando una #GiustiziaClimatica e una #ClimateFinance secondo il principio «chi inquina paga». Nel frattempo, questi termini non figurano più solamente nei social media e sugli striscioni degli studenti in sciopero per il clima. L’#UrgenzaClimatica ha trovato un suo posto anche nelle brochure della campagna elettorale. Certo, non c’è ancora nessuna prova che il capovolgimento di tendenza constatato in queste ultime settimane sarà realmente seguito da un’#AzioneClimatica. In fin dei conti, spetterà agli elettori trasformare una terminologia di hashtag alla moda in un’#ElezioneClima il 23 ottobre.

Traduzione di: Fabio Bossi  

 

“Il nostro pianeta! Il nostro futuro!”

Ce n’è voluto di tempo, ma è finalmente diventato realtà: il Movimento svizzero per il clima. Inutile speculare su che cosa abbia spinto, a partire da dicembre scorso, decine di migliaia di giovani svizzeri a manifestare per una politica climatica coerente in tutte le regioni del paese. È stato forse l’aver ignorato spudoratamente l’Accordo di Parigi sul clima da parte del Consiglio nazionale durante il dibattito sulla nuova legge sul CO nella sessione invernale, oppure l’effetto #GretaThunberg? I negazionisti del clima e i teorici del complotto commentano ormai il “lavoro sovversivo” delle ONG, o ancora suppongono che vi siano le sezioni giovanili dei partiti rosso-verdi dietro a questo movimento decentralizzato della gioventù. Così facendo però, chiudono gli occhi sul fatto che una tale mobilitazione non può essere né comprata né, ancor meno, strumentalizzata. Perché la forza del movimento #scioperoperilclima risiede proprio nella sua modalità autenticamente democratica di forgiare l’opinione, nella sua larga messa in rete – grazie per una volta ai social media – di migliaia di liceali e studenti delle alte scuole specializzate, e nelle numerose e vivaci menti approcciatesi ai media senza falsa timidezza né narcisismo.

La politizzazione e la radicalizzazione, spacciata come improvvisa, delle decine di migliaia di persone che non hanno spesso ancora il diritto di voto, provocano delle reazioni diverse fra i politici borghesi, che vanno dalla condiscendenza grossolana (« La prossima gita di classe in aereo non è lontana e l’entusiasmo si sgonfierà come un palloncino ») alla seria inquietudine che una generazione ben educata cresce, riconosce una politica sconsiderata (« Fuck De Planet », abbreviato FDP, ovvero il PLR) e lo fa capire a tutti quanti.

Il fatto che degli anziani abbiano preceduto i giovani con le loro proteste contro il cambiamento climatico è passato piuttosto inosservato nei media. Da agosto 2016, l’Associazione « KlimaSeniorinnen » (Anziane per il clima) milita infatti per « un esame giudiziario indipendente della politica climatica ». Sul sito internet dell’associazione figura il suo obiettivo: che lo Stato adempia al suo nuovo dovere di protezione nei nostri confronti e che persegua un obiettivo climatico sufficiente a prevenire una pericolosa perturbazione del sistema climatico - fondamentalmente la stessa esigenza del movimento studentesco, ovvero che lo Stato decreti « l’emergenza climatica ». Il 7 dicembre 2018, il Tribunale amministrativo federale ha rifiutato una denuncia depositata a novembre 2016 dalle Anziane per il clima nei confronti del Dipartimento federale dell’ambiente (DATEC), secondo la quale la politica climatica svizzera viola i loro diritti fondamentali. Possiamo sicuramente immaginare che il rifiuto della denuncia abbia contribuito anch’esso alla mobilizzazione dei nipoti delle nonne per la protezione del clima.

Daniel Hitzig

(traduzione Letizia Bernaschina)