Chi sostiene i costi dei danni climatici?

Il "Pantanal" sudamericano è una delle più grandi zone umide interne del mondo. Dall'inizio del 2020, sta affrontando gli incendi più catastrofici della sua storia.
13.5.2021
Articolo global
John Kerry, durante il Vertice per l’adattamento ai cambiamenti climatici di inizio anno, ha chiesto di trattare i cambiamenti climatici come un’emergenza. Ma, le belle parole della comunità di Stati non sono state seguite da impegni finanziari.

La Commissione mondiale sull’adattamento (GCA) ha accolto il Vertice per l’adattamento ai cambiamenti climatici nell’ultima settimana di gennaio. Assieme ad Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, il governo olandese ha lanciato il piano d’azione 2030 per l’adattamento ai cambiamenti climatici («Adaptation Action Agenda 2030») e ha esortato a un decennio d’azione climatica fino al 2030. 

Nuovamente attivi sulla scena climatica internazionale, dopo un’interruzione di quattro anni, gli Stati Uniti si sono impegnati a supplire alle manchevolezze di questi ultimi anni e ad agire per la protezione dei più vulnerabili. John Kerry, che aveva già partecipato ai negoziati dell’accordo di Parigi sotto l’amministrazione Obama, ha avvertito che non ci può essere adattamento climatico a un mondo più caldo di 3 o 4 gradi, «salvo per i più ricchi e i più privilegiati». 

Il nuovo inviato speciale per il clima dell’amministrazione Biden-Harris ha così evocato un dilemma centrale dell’accordo di Parigi, che si cerca ancora di risolvere a cinque anni di distanza, mediante soluzioni climatiche adattate: il sostegno urgente ai Paesi in via di sviluppo più toccati, da parte degli autori dei danni climatici e delle perdite (cosiddetti «Loss & Damage», L&D) dell’emisfero nord. È vero che il Meccanismo internazionale sulle perdite e i danni associati agli impatti dei cambiamenti climatici (Warsaw International Mechanism - MIV) ha ricevuto già nel 2015 il mandato per sviluppare delle opzioni di sostegno. Tuttavia, delle risorse finanziarie per un aiuto concreto in caso di catastrofe climatica sono state categoricamente escluse a Parigi.  

Il finanziamento resta aperto

Un piccolo passo avanti è stato compiuto durante l’ultimo vertice sul clima a Madrid, alla fine del 2019: “le perdite e i danni” (Loss and Damage - L&D) sono entrati a far parte dell’architettura finanziaria della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Va comunque detto che i Paesi industrializzati temono sempre gli impegni finanziari come il diavolo l’acqua santa, per paura delle pretese di compensazione. 

Ma, da una parte, grazie alla creazione del «Santiago Network for Loss and Damage», il MIV dispone d’un braccio operativo per promuovere l’assistenza tecnica nei Paesi in via di sviluppo particolarmente vulnerabili. D’altro canto, un gruppo d’esperti studia le possibilità per i Paesi in via di sviluppo di mobilitare i fondi (di finanziamento climatico) già esistenti per i L&D prima della Conferenza sul clima (COP27), che avrà luogo sul continente africano. Una prima analisi ha mostrato che il mandato del Fondo verde per il clima (GCF) permette già oggi non solo di prevenire le perdite e i danni climatici, o di minimizzarli, bensì di coprire anche i costi dei danni. Ma con quali mezzi?

Il finanziamento “delle perdite e dei danni” (L&D) non può essere integrato nell’architettura di finanziamento climatico esistente senza un significativo aumento dei mezzi finanziari. In effetti, i fondi disponibili finora non bastano nemmeno per la prevenzione delle perdite e dei danni evitabili, vale a dire per l’adattamento (leggere il riquadro 1: «Quasi nessun investimento nella resilienza e nell’adattamento climatico»).

Evitare il «delitto di fuga» 

Questa realtà sottolinea l’urgenza, per il nuovo Santiago Network, di concentrarsi molto rapidamente anche sulla mobilitazione di finanziamenti supplementari prima della COP27, prevista tra un anno e mezzo. Scaricare sui Paesi in via di sviluppo i costi della catastrofe climatica, causata da Stati ricchi come la Svizzera, sarebbe come compiere un delitto di fuga. Anche con approcci innovativi, come ad esempio delle assicurazioni contro i danni climatici, vi è il rischio che i costi si ripercuotano indirettamente sulle parti lese tramite i premi, al posto di essere accollati a coloro che li hanno originati. 

Al prossimo vertice sul clima di Glasgow, a inizio novembre (COP26), ci vorrà una svolta nella prevenzione e nella copertura delle perdite e dei danni nei Paesi in via di sviluppo. Prima di tutto, la quota per l’adattamento dell’obiettivo collettivo di 100 miliardi di USD all’anno per il finanziamento in ambito climatico dev’essere quadruplicata e stanziata sotto forma di aiuti diretti e in aggiunta al finanziamento dello sviluppo. Secondariamente, i Paesi devono porre le basi in vista d’una mobilitazione di fondi – rispettosa del principio di causalità – per le perdite e i danni inevitabili che si manifestano già. Le idee vanno da una tassa mondiale sull’aviazione e il trasporto marittimo a una «tassa sui danni climatici» originati da energie fossili, passando da una tassa sui certificati di compensazione climatica.

Pubblicato il 5 maggio 2021

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(Traduzione di Fabio Bossi)