COP21: Basta con la politica dello struzzo

Klimaerwärmung
La base dell'esistenza degli Inuit in Groenlandia si è fragilizzata.
8.12.2015
Articolo global
Le misure di protezione del clima e di adattamento costeranno centinaia di miliardi di dollari ai paesi in sviluppo, che esigono un piano di finanziamento concreto. I paesi industrializzati rinfacciano loro di essere opportunisti. Con che diritto?

Sei anni fa, i paesi ricchi hanno promesso di mettere a disposizione, a partire dal 2020, 100 miliardi di dollari all’anno per misure di protezione del clima e di adattamento nei paesi in sviluppo. Ma finora hanno rifiutato un calendario vincolante. Ed i versamenti al Fondo verde per il clima, istituito a tale scopo, restano lontani dall’obiettivo: ad inizio ottobre, i ministri dei paesi industrializzati hanno parlato di 77 miliardi per cinque anni. Peggio ancora, piuttosto che negoziare i meccanismi che permetterebbero di mobilitare i fondi supplementari secondo il principio «chi inquina paga», gli ambienti dell’OCSE si concentrano sui nuovi metodi di contabilizzazione dei fondi privati. Stati Uniti e Svizzera hanno così presentato una «metodologia trasparente» secondo la quale oltre 60 miliardi di dollari sarebbero già pagati ogni anno. Di fatto, la gran parte di questa somma virtuale si compone di investimenti privati esistenti, di crediti rimborsabili e addirittura di garanzie dei rischi delle esportazioni. In ogni caso, niente che benefici le popolazioni più povere che soffrono maggiormente i cambiamenti climatici. 

La comunità internazionale potrà affrontare i cambiamenti climatici solo attraverso miliardi d’investimenti a livello mondiale per una conversione delle tecnologie ed uno sviluppo povero in carbonio. Questo implica due cose. Da una parte, al Nord come al Sud, si necessita di nuovi strumenti statali, fiscali e di mercato, che riorientino le risorse private verso progetti energetici e d’infrastruttura corrispondenti. D’altro canto, un maggiore sostegno finanziario e tecnologico dei paesi industrializzati ai paesi in sviluppo, anche solo per il fatto che i primi hanno delocalizzato nei secondi la produzione ricca in carbonio dei beni che consumano. 

Responsabilità differenziata da assumere
A tutto ciò va aggiunta la realizzazione di misure di adattamento, di cui le popolazioni del Sud hanno urgente bisogno per rispondere alle conseguenze negative crescenti dei cambiamenti climatici. Un recente studio della Banca Mondiale prevede che il riscaldamento dell’atmosfera potrebbe far aumentare di 100 milioni il numero di poveri in 15 anni, principalmente nell’Africa subsahariana ed in Asia. Contrariamente ai nuovi progetti energetici per esempio, in questo caso non è previsto un ritorno dell’investimento.  Quale impresa s’impegnerebbe in Svizzera nella prevenzione delle valanghe e delle inondazioni? È chiaro che questo deve essere finanziato dalla mano pubblica. Secondo una stima dell’ONU, i costi medi nei paesi in sviluppo si situano tra 100 e 150 miliardi di dollari all’anno.

I paesi del Nord hanno acquistato il loro formidabile benessere producendo i due terzi dei gas ad effetto serra che la Terra è in grado di sopportare. Secondo la Convenzione dell’ONU sul clima, dobbiamo assumere questa responsabilità ed i costi che ne derivano. Non si tratta solamente di una questione morale, ma di evitare un peggioramento della precarietà nei paesi in sviluppo.

In conclusione, tre cose sono chiare. Prima di tutto sono necessari nuovi mezzi, oltre all’aiuto allo sviluppo che non dovrebbe più servire, come è invece stato il caso finora nei paesi dell’OCSE, come mucca da mungere per il finanziamento del clima. La protezione del clima e la lotta contro la povertà sono complementari ed entrambe necessarie. Strumentalizzarle l’una contro l’altra non farà altro che spostare i problemi. In secondo luogo, è ipocrita accusare di opportunismo ed egoismo le domande di sostegno dei paesi in sviluppo. Al contrario, su pressione dei paesi industrializzati, la maggior parte di loro ha presentato i propri piani di riduzione delle emissioni di CO2; e questo è anche nell’interesse dei paesi del Nord. Infine la Svizzera deve rivedere urgentemente la sua posizione attuale (vedi riquadro) anche solo per essere coerente con il suo impegno nel lancio dell’iniziativa Nansen per i rifugiati climatici. Ne va della credibilità del nostro paese in qualità di partner dei negoziati.

Esigenze verso la politica climatica della Svizzera
La Svizzera, paese tra i più ricchi al mondo e con una grande impronta ecologica, deve assumere la sua responsabilità nella politica climatica sul piano nazionale ed internazionale. Questo riguarda la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra - sia domestiche che “grigie” – come pure il sostegno ai paesi più poveri nella loro lotta contro i cambiamenti climatici.

1. Migliorare i propri obiettivi climatici: per rispettare il tetto di 2°C di riscaldamento iscritto nella legge sul CO2, la Svizzera deve rinunciare totalmente alle energie fossili entro il 2050. Le emissioni domestiche devono diminuire del 60% entro il 2030 e non solo del 30% come annunciato dal Consiglio federale. 

2. Riconoscere la propria responsabilità e garantire contributi appropriati: la Svizzera deve partecipare in modo mirato e sufficiente al finanziamento delle misure di protezione del clima e di adattamento nei paesi in sviluppo. E questo anche in virtù del fatto che negli ultimi decenni ha delocalizzato verso questi paesi la sua produzione ricca in carbonio. Sulla base della sua impronta internazionale di CO2 e della sua potenza economica, il giusto contributo sfiora l’uno per cento. Nel 2016, questo rappresenterà tra i 500 ed i 600 milioni di franchi e circa un miliardo a partire dal 2020.

3. Rinunciare alla compensazione: le riduzioni delle emissioni realizzate all’estero non devono servire da pretesto per fare meno sul piano nazionale. La Svizzera deve rinunciare alla volontà ossessiva di contabilizzare i risultati ottenuti all’estero nei suoi obiettivi nazionali. E questo anche per non isolarsi sempre più sulla scena internazionale.

4. Mobilizzare fondi nuovi e supplementari sulla base del principio «chi inquina paga» piuttosto che attraverso le imposte: invece di attingere al credito quadro della cooperazione allo sviluppo, la Svizzera deve studiare nuovi meccanismi di finanziamento che permettano di avere un effetto leva. Le piste sono attuabili e promettenti:
•    Utilizzare i redditi del commercio nazionale dei certificati d’emissione di CO2: un supplemento di 25 franchi per tonnellata, per esempio, genererebbe già oggi almeno 125 milioni.
•    Introdurre una tassa sui biglietti aerei internazionali: 20 franchi per passeggero genererebbero oltre 400 milioni di franchi all'anno.
•    Prevedere l'assegnazione di una parte delle entrate proveniente dal sistema di incentivi in materia climatica ed energetica in discussione alle Camere federali. Il potenziale è di diverse centinaia di milioni di franchi.
•    Introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie, come già avviene in altri paesi dell'Unione europea.

5. Decarbonizzare la piazza finanziaria: secondo un nuovo studio dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM)  la piazza finanziaria svizzera investe nelle fonti e nelle tecniche di energia fossile all’estero, che generano qualcosa come 52 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Ciò corrisponde alle emissioni domestiche della Svizzera. Se la bolla del carbonio dovesse scoppiare, il rischio di perdita di valore di questi investimenti è stimato tra lo 0,5 e l’1,1% del prodotto interno lordo. Per questo motivo e per proteggere il clima, il nostro paese deve incitare gli istituti finanziari con sede in Svizzera a ritirare i loro investimenti ai progetti che favoriscono i cambiamenti climatici.

Articolo GLOBAL+ (inverno 2015/16)
Traduzione Alessandra Genini