Fare la cosa giusta, un imperativo morale

Klimagerechtigkeit
Un quartiere di Kathmandu, in Nepal, che è stato inondato dal forte monsone di quest'estate.
Articolo global
Giustizia climatica: un termine che si sta facendo strada. Ma cosa significa esattamente?

Nel quadro dello sciopero per il clima «Fridays for Future» e alla manifestazione nazionale «Clima di cambiamento» del 28 settembre il concetto di «giustizia climatica» era onnipresente.  Nel contesto del movimento portato avanti dai giovani, la «giustizia climatica» è rivolta anche alla generazione precedente: siete voi a lasciarci un mondo allo stremo, siete voi ad aver creato un problema che ora noi dobbiamo risolvere.  Non è giusto.

La giustizia climatica però racchiude in sé molto di più: si tratta di un approccio etico e politico al cambiamento climatico provocato dall’uomo, un approccio nel contesto storico-geografico. Alcuni ne approfittano, mentre altri pagano. Non è dunque accettabile che le drammatiche conseguenze del riscaldamento del pianeta vengano considerate un problema ambientale puramente tecnico. Anche questa sarebbe un’ingiustizia.

Il concetto della giustizia climatica riguarda anche questioni di ripartizione e parità a livello globale. Non si tratta affatto di una novità: Alliance Sud sta esaminando da anni le questioni in materia di sviluppo e giustizia legate al cambiamento climatico globale e propone soluzioni attuabili per affrontare la crisi climatica.

Il termine giustizia climatica risale all’elaborazione della convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) del 1992, quando si sono svolte le prime trattative sulla riduzione delle emissioni di gas serra. È un termine maturato attraverso considerazioni sui diritti dell’uomo e sull’uguaglianza e la rivendicazione che ogni abitante della Terra dovrebbe disporre dello stesso «budget di emissioni» limitato. Dato che i Paesi occidentali benestanti avevano costruito la loro prosperità sulla combustione di vettori energetici fossili economici, è ingiusto a priori negare ora ai «Paesi in via di sviluppo successori» di fare lo stesso. Con il Protocollo di Kyoto nel 1997 ai «Paesi già sviluppati» fu imposto di ridurre le emissioni; i Paesi in via di sviluppo avrebbero potuto continuare in una prima fase a sfruttare le energie fossili.

Dato che il cambiamento climatico procede più rapidamente del previsto la rivendicazione di pari trattamento a livello globale deve essere ripensata, trasformando il diritto in un obbligo: ogni uomo deve impegnarsi ugualmente a ridurre la propria impronta climatica. Ciò significa che molti cittadini emittenti, come noi svizzeri, dovrebbero contribuire ben di più alla riduzione a livello mondiale dei gas serra generati dall’uomo rispetto agli abitanti del Sud del mondo, responsabili di una quantità di emissioni pro capite nettamente minore. Si noti che tale prospettiva era già ancorata sotto forma di principio nell’approccio delle «responsabilità comuni ma differenziate» della convenzione quadro del 1992. In parole povere significa che se la comunità internazionale vuole eliminare rapidamente le emissioni di gas serra i Paesi industrializzati benestanti, e sempre più anche i Paesi emergenti, non devono solo ridurre la propria impronta in termini di CO₂, ma anche aiutare i Paesi in via di sviluppo a crescere limitando quanto più possibile le emissioni di gas serra.

Tuttavia la giustizia climatica quale concetto normativo deve tener conto oggi di molto più della riduzione delle emissioni di gas serra: si tratta in principio della distribuzione impari di causa ed effetto nel quadro del cambiamento climatico globale.  La crisi climatica, che va aggravandosi, nelle diverse regioni del mondo si manifesta in modi diversi. I mezzi per inibire il cambiamento climatico o proteggersi dalle sue conseguenze non sono distribuiti in modo uniforme.

In altre parole la giustizia climatica culmina nell’imperativo che ogni uomo, ogni Paese, ma anche ogni azienda si assuma la propria responsabilità climatica, partecipando secondo i propri mezzi e le proprie responsabilità con coscienza e in modo responsabile alla risoluzione della problematica globale del clima.

Responsabilità climatica e principio del chi inquina paga

Chi prende sul serio la responsabilità climatica nel nostro Paese sa che la nostra impronta climatica comprende anche emissioni originate dal consumo di merci importate e da voli internazionali fuori dai confini del Paese.  Nel caso della Svizzera, pro capite queste risultano il doppio dell’impronta nazionale. In tal senso giustizia climatica significa assumersi la responsabilità per tutte le emissioni causate dal proprio stile di vita. Non comprese nel calcolo vi sono ancora tutte le emissioni originate da investimenti della piazza finanziaria svizzera, notoriamente elevate. La domanda è attualissima: a chi spetta la responsabilità climatica?

Per il principio del chi inquina paga occorre assumersi la responsabilità per le conseguenze delle proprie emissioni per terzi: se risulta che i più poveri al mondo, i quali hanno meno contribuito ai cambiamenti climatici, ne sono colpiti in maniera più violenta, chi ne è il principale responsabile deve partecipare con aiuti finanziari. Giustizia climatica significa anche sostenere in misura proporzionata i costi derivanti dalle conseguenze del cambiamento climatico provocato dai nostri comportamenti di consumo.

L’inganno del finanziamento climatico internazionale

Giustizia climatica globale significa quindi assumersi e considerare seriamente la propria responsabilità climatica. Nell’Accordo di Parigi sul clima ciò si manifesta chiaramente nell’obbligo dei Paesi industrializzati di mobilitare ogni anno 100 miliardi di dollari USA per misure di protezione del clima e di adattamento ai cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo. Ciò tuttavia non può svolgersi a scapito della cooperazione allo sviluppo, come accade nella maggior parte dei Paesi benestanti, anche in Svizzera.

Il sostegno alle popolazioni più povere e vulnerabili nel Sud del mondo nella lotta contro i cambiamenti climatici non deve essere equiparato alla lotta contro la povertà. La riduzione dei gas serra (mitigazione) e la protezione dalle conseguenze del persistente cambiamento climatico (adattamento) possono completare la cooperazione allo sviluppo, ma non devono assolutamente sostituirla. È dunque cinico da parte della Svizzera e di altri Stati voler vendere due volte lo stesso franco ai Paesi in via di sviluppo: la prima sotto forma di aiuto pubblico allo sviluppo e la seconda di finanziamento climatico.

Pubblicato il 13 novembre 2019

su Il Corriere degli Italiani

(Traduzione: Nina Nembrini)

 

L’exigence d’Alliance Sud

Le rivendicazioni di Alliance Sud

Il documento di posizione di Alliance Sud Giustizia climatica e finanziamento climatico internazionale da una prospettiva di politica di sviluppo (in francese e tedesco) analizza il nesso tra i compiti legati al clima e allo sviluppo e propone soluzioni concrete per mobilitare ogni anno, secondo il principio di causalità, 1 miliardo di franchi oltre alla cooperazione allo sviluppo per sostenere le misure climatiche nei paesi in sviluppo. A tal fine nella nuova legge sul CO2 occorre introdurre una tassa sui biglietti aerei a scopo (parzialmente) vincolato, aumentare l’attuale tassa sul CO2 riscossa sui combustibili fossili e ampliarla ai carburanti.