I carburanti fossili devono restare nel suolo

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Articolo global
Uno degli aspetti chiave dei negoziati sul clima è sapere come ridurre in maniera rapida ed effettiva le emissioni di CO2 nei diversi paesi.

Ancora più importante sarebbe che le riserve di energia fossile non fossero sfruttate. Finora la questione non è stata discussa. Uno studio della rivista Nature darà forse il calcio d’inizio.

Secondo l’ONU, le emissioni di CO2 provenienti dalle energie fossili non dovranno eccedere 1'100 gigatonnellate, se si intende non superare la soglia di 1.5 massimo 2°C di riscaldamento climatico. Con il livello attuale di consumo di petrolio, gas naturale e carbone, questo volume verrà raggiunto già in 25-30 anni. Si arriverà di fatto a mantenere le emissioni al livello richiesto solo ad una condizione: a partire da ora, le riserve mondiali dovranno restare nel suolo a ragione di un terzo per il petrolio, di metà per il gas e di oltre l’80% per il carbone. E’ ciò che dimostra uno studio pubblicato recentemente nella rivista Nature. Questo significa che la questione classica dell’esaurimento delle energie fossili è falsa. Il vero problema è che una gran parte di queste risorse non devono semplicemente essere usate in futuro. Lo sfruttamento totale delle riserve fossili già scoperte eccederebbe di tre volte la quantità di emissioni tollerabili, quelle delle presumibili riserve di dieci volte.

Se la comunità mondiale decidesse di non toccare le riserve fossili, quest’ultime perderebbero una buona parte del loro valore. Già oggi, la reddittività dell’industria fossile è scossa dall’aumento dei costi di produzione e dall’abbassamento di quelli delle energie rinnovabili. La caduta del prezzo del petrolio ha già portato a numerosi disinvestimenti, del gigante tedesco E-On alla fondazione Rockefeller, passando da Warren Buffet. Se si mantiene al di sotto di 60 dollari il barile, il trend dovrebbe continuare. 

Ripensare il finanziamento del clima

Nel frattempo, la maggior parte dei paesi continua a puntare al pieno e rapido sfruttamento delle loro riserve, anche con il sostegno di fondi pubblici. La devalorizzazione prevedibile delle risorse fossili dovrebbe logicamente portarli ad affossare i loro programmi di estrazione, a scapito di sprecare in maniera irresponsabile i fondi pubblici per energie del passato. La paura comunque è che i detentori di riserve si aggrappino a questa politica e tentino anche di accelerarne lo sfruttamento per beneficiare degli ultimi spazi d’atmosfera disponibili. I paesi in sviluppo invocano il loro bisogno di mezzi per lottare contro la povertà. Un argomento che non regge nella misura in cui un approvvigionamento energetico climaticamente neutro è oggi non solamente possibile, ma finanziabile.

Questa situazione implica di ripensare il concetto del finanziamento del clima. Se il sostegno ai paesi più poveri e vulnerabili deve restare prioritario, la questione deve anche essere posta nel sapere a quali condizioni i paesi in sviluppo ed emergenti rinuncerebbero alla valorizzazione (anche in declino) delle loro riserve fossili. Come indennizzare i paesi del Sud che, in accordo con il Nord, hanno costruito il loro sviluppo sull’estrazione di risorse non rinnovabili? E soprattutto: chi deve pagare e quanto? Il caso si è già presentato con l’Ecuador che ha, invano, reclamato un compenso per la rinuncia a perforazioni petrolifere in una riserva naturale.

Credere che si arriverà a definire e, inoltre, ad applicare una distribuzione dei diritti d’estrazione attraverso i negoziati sul clima, è irrealista. La via più promettente passa dalla mobilizzazione rapida di mezzi tecnologici e finanziari sufficienti dei paesi ricchi, che vanno al di là dell’aiuto classico allo sviluppo.

Traduzione Anna Rizzo Maggi
(pubblicato sul Giornale del popolo, 20 maggio 2015)