La legge sul CO2 è meglio di niente

Alla fine di settembre, gli attivisti per il clima hanno manifestato sulla Helvetiaplatz di Berna. Per molti, l'attuale crisi climatica rimane una delle maggiori sfide per la politica svizzera, nonostante la pandemia.
8.3.2021
Articolo global
L’attuale legge sul CO2, benché lasci a desiderare, costituisce un piccolo passo nella buona direzione. Non esiste infatti un piano B: in caso di rifiuto, potrebbe essere proposto un progetto di legge ancor più riduttivo.

La legge riveduta sul CO2 è un compromesso trovato dalle forze politiche che dominano attualmente la Svizzera. Anche se il testo attuale della legge, dopo aspre schermaglie parlamentari, presenta delle lacune evidenti, è opportuno sostenerlo ad ogni costo. In effetti, esso costituisce la tappa intermedia, attesa da molto tempo, di una politica climatica elvetica in ritardo, e getta le basi per misure urgenti e più ambiziose in favore della giustizia climatica.

È facilmente concepibile che il movimento climatico sia molto insoddisfatto della legge riveduta sul CO2: essa si concentra unilateralmente sulla riduzione delle emissioni e tralascia numerose questioni riguardanti la giustizia climatica mondiale. Alliance Sud punta anche il dito su notevoli zone d’ombra: nessuna disposizione riguarda gli aspetti centrali dell’accordo di Parigi sul clima, come il finanziamento internazionale in quest’ambito o il modo in cui vanno trattati i danni e le perdite legati al clima, o aggravati da quest’ultimo. Nulla nemmeno sulle risorse addizionali urgentemente necessarie per aiutare i Paesi in via di sviluppo nella loro lotta contro la crisi climatica: implicitamente, questo sostegno è quindi sempre delegato alla cooperazione allo sviluppo.

Un barlume di speranza

È vero che l’articolo sugli obiettivi di riduzione (art. 3) menziona che «le riduzioni di emissioni all’estero che non sono prese in considerazione dall’obiettivo previsto al capoverso 1» [riduzione della metà delle emissioni entro il 2030, n.d.r.]; devono «corrispondere il più possibile alle emissioni di cui la Svizzera è corresponsabile all’estero». Ma sullo scopo di questa disposizione sussistono delle incertezze.

Il Parlamento intenderebbe in questo modo dare la priorità a delle misure nelle catene d’approvvigionamento delle imprese svizzere? Ciò avallerebbe il rischio di un impiego dei futuri fondi di finanziamento climatico, provenienti dai crediti quadro della cooperazione allo sviluppo, anche per la decarbonizzazione delle catene d’approvvigionamento industriali delle imprese svizzere.

Oppure quest’articolo è un (timido) riconoscimento dei due terzi delle emissioni di gas a effetto serra che la Svizzera genera all’estero producendo i suoi beni importati? E per la cui riduzione siamo dunque congiuntamente responsabili, in quanto consumatori richiedenti questi beni. L’interpretazione esatta sarà oggetto dell’attuazione della legge: sembrerebbero quindi ineluttabili altri dibattiti accesi.

L’unico riferimento concreto alla «politica estera climatica», tra i numerosi strumenti e le varie misure, si limita all’esigenza controversa di raggiungere un quarto degli obiettivi climatici nazionali fissati per il 2030, previo l’acquisto di costosi certificati per delle misure all’estero. In termini puramente contabili, tra i 30 e i 35 milioni di tonnellate di CO2 dovrebbero quindi essere ridotti al di fuori delle frontiere nazionali e non sul suolo elvetico. Ciò costerà diversi miliardi di franchi che verranno a mancare per la decarbonizzazione, seppur non obsoleta, dell’economia e della società in Svizzera. E questo, si noti bene, quando invece l’UE esclude nel frattempo tali strategie d’elusione e intende addirittura ridurre del 55% le emissioni di gas a effetto serra all’interno delle proprie frontiere entro il 2030.

Ancora da creare, il nuovo fondo per il clima rappresenta un possibile lume di speranza per la politica di sviluppo: una parte delle risorse, vale a dire il reddito proveniente dalle sanzioni e dallo scambio dei diritti di emissione, dovrà servire in futuro a finanziare «delle misure volte a prevenire i danni alle persone o ai beni che potrebbero risultare dall’aumento della concentrazione di gas a effetto serra nell’atmosfera». Da un punto di vista giuridico, ciò include anche delle misure (di adattamento) nei Paesi in via di sviluppo.

Inghiottire la pillola

La legge riveduta sul CO2 non risponde esattamente alle esigenze di uno sviluppo sostenibile ed equo su scala mondiale; essa risponde solo in parte alle esigenze dell’accordo di Parigi sul clima. Tuttavia, per Alliance Sud è chiaro che le elettrici e gli elettori dovranno ingoiare la pillola in caso di probabile scrutinio. Il fatto che non solo gli ambienti imprenditoriali, per i quali la legge si spinge troppo lontano, ma anche alcuni gruppi regionali del movimento di sciopero per il clima abbiano lanciato un referendum contro di essa è non solo controproducente, ma pure estremamente pericoloso per le ragioni che seguono.

Da un lato, non c’è alcun piano B. Se la legge sul CO2 non entrerà in vigore nel 2022, la politica svizzera accumulerà diversi anni di ritardo. Ci son voluti quattro anni per rivedere totalmente l’attuale legge sul CO2. Se questo progetto non verrà adottato il prossimo anno, ci sarà un enorme vuoto giuridico fino alla metà degli anni Venti. Fino a quel momento, la Svizzera non avrebbe una vera e propria legislazione sul clima, un caso unico a livello planetario.

Ancor più grave: la Svizzera rischierebbe, d’altro canto, di diventare una nuova «TrumpLand». Il rifiuto della legge sul CO2 rinforzerebbe proprio le forze politiche e sociali che s’aggrappano irragionevolmente allo status quo e che da decenni frenano ogni passo in avanti a livello climatico. Motivati dai loro propri interessi, e desiderosi unicamente di prolungare di qualche anno i loro modelli economici ormai condannati, i referendari (Avenergy in testa, precedentemente Unione petrolifera, e Auto Suisse) tenterebbero, mano nella mano con i negazionisti della crisi climatica, di reinterpretare la catastrofe politica come un rifiuto di proteggere il clima da parte del popolo. L’UDC e altri gruppi liberali di destra potrebbero anche organizzare un funesto «comeback» sul fronte della politica climatica. È illusorio che, in questo caso, le voci del movimento climatico, che si oppongono al progetto di legge per dei motivi di giustizia climatica totalmente contrari e degni di essere sostenuti, si facciano ancora sentire in mezzo al baccano politico populista.  

Per la stessa ragione, è difficilmente immaginabile che una legge sul CO2, naufragata dopo anni di lavoro, possa essere seguita (quando?) da un nuovo progetto, almeno un tantino ambizioso. Le esperienze pertinenti che ci vengono da progetti rifiutati suggeriscono il contrario: in generale, questi ultimi sono seguiti da progetti chiaramente indeboliti e non rafforzati.

 

Pubblicato il 10 marzo 2021

Su Corriere dell'Italianità

(Traduzione di Fabio Bossi)