Lotta alla crisi climatica: ascoltiamo le donne!

Le donne in viaggio per lavorare a Jamshedpur, nello Stato Indiano di Jharkhand, fortemente influenzato dal conglomerato di Tata.
Articolo global
La crisi climatica e la lotta per i diritti delle donne hanno più punti in comune di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Perché il cambiamento climatico rinforza la discriminazione. Anche in tutto l’emisfero Sud.

Le donne prendono maggiormente sul serio le inquietanti sfide climatiche rispetto agli uomini. Sono più disposte ad aver riguardo per le risorse e a cambiare il loro comportamento. Gli uomini, per contro, hanno tendenza ad adottare delle soluzioni tecniche rischiose di fronte alla crisi climatica.[1] Degli studi mostrano che le donne hanno un bilancio CO2 migliore degli uomini: guidano meno spesso e si mettono al volante di vetture più economiche, sono più sovente vegetariane e maggiormente attente ai prodotti ecologici durante i loro acquisti.

Parallelamente, le donne e le ragazze sono particolarmente toccate dal cambiamento climatico, specialmente nei Paesi in via di sviluppo. Ciononostante, le soluzioni locali auspicate dalle donne sono spesso ignorate.

Questi sono alcuni dei temi abbordati dalla rete mondiale Women Engage for a Common Future (WECF). Grazie in particolare a dei manifesti educativi (Educational Posters), questa rete sensibilizza e informa l’opinione pubblica su queste sfide.

Alliance Sud ha intervistato Katharina Habersbrunner e Anne Barre del WECF. Le due donne sono responsabili dell’attuazione di progetti climatici ed energetici, come pure di un’elaborazione della politica climatica secondo una prospettiva di genere.

 

Alliance Sud: Perché è necessario un approccio femminista della crisi climatica?

WECF: Non si tratta d’utilizzare degli stereotipi, ma i modelli d’azione patriarcali hanno delle conseguenze dirette sulla crisi climatica e sul modo di farvi fronte. Il cambiamento climatico non è neutro dal punto di vista del genere, sia al Nord che al Sud.

Non è solo nei Paesi in sviluppo che le donne hanno meno potere nelle decisioni politiche, oppure un minor accesso alle risorse, dai mezzi finanziari all’educazione e all’informazione, passando dalla proprietà. In parallelo, dei nuovi approcci come le energie rinnovabili coinvolgono generalmente meno bene, o più tardi, le donne rispetto agli uomini. Esse non partecipano affatto alla pianificazione, alla realizzazione e alla valutazione di tecniche o di progetti rispettosi del clima, anche se conoscono meglio i bisogni delle loro famiglie e sono quindi le prime utilizzatrici d’energia. Oggi, solo lo 0,01% del finanziamento totale della lotta contro il cambiamento climatico è destinato a delle soluzioni climatiche esplicitamente sensibili al genere.

 

Dal punto di vista delle donne, quali sono le sfide o le opportunità legate alla crisi climatica e allo sviluppo sostenibile?

Dato che le donne si vedono rifiutare l’accesso alle informazioni o agli allarmi meteorologici, esse muoiono fino a 14 volte più spesso degli uomini a causa di catastrofi climatiche.[2] In numerosi Stati, non sono autorizzate a camminare da sole per strada; sono generalmente meno mobili e meno implicate negli esercizi di sopravvivenza rispetto agli uomini. Oxfam stima che, durante lo tsunami del 2004 nell’Asia sudorientale, il numero degli uomini sopravvissuti sia stato quasi quattro volte superiore rispetto a quello delle donne, perché queste ultime non sapevano nuotare.

Ma l’insidioso cambiamento climatico, soprattutto nei Paesi poveri, obbliga le donne e le ragazze a lavorare più a lungo e più duramente, per coltivare i campi o per rifornire d’energia e d’acqua le loro economie domestiche. Sono le prime a perdere il loro reddito a causa del cambiamento climatico, devono abbandonare prematuramente la scuola o sono obbligate a sposarsi.

Anche se, in numerosi Stati, le donne sono responsabili dell’agricoltura (di sussistenza) e dunque dell’alimentazione familiare, spesso non sono proprietarie fondiarie e non hanno nemmeno il diritto di decisione per quanto riguarda la terra che coltivano. La stessa constatazione vale per l’approvvigionamento dell’acqua. Se le misure d’adattamento si centrano su delle soluzioni puramente tecniche, i bisogni delle persone direttamente coinvolte, vale a dire donne e ragazze, vengono troppo spesso ignorati.

I rifugi temporanei contro i cicloni in Bangladesh, costruiti male, danno un esempio ancor più esplicito: siccome i bisogni specifici ai due generi non sono stati considerati durante la loro pianificazione, le donne sono maggiormente esposte alle molestie sessuali da parte degli uomini durante le intemperie, ad esempio quando le istallazioni sanitarie non sono illuminate e sono discoste dagli spazi comuni.

Spesso le donne si vedono semplicemente rifiutare l’accesso a delle soluzioni: in Georgia, il WECF e i suoi partner locali hanno concepito dei collettori solari per l’acqua calda sanitaria, che sono prodotti localmente. Quest’iniziativa riduce la deforestazione e permette in particolare alle donne di guadagnare tempo e denaro. Ma la realizzazione langue perché queste ultime, i cui redditi sono bassi se comparati a quelli degli uomini, non ricevono quasi mai dei prestiti oppure a loro vengono richiesti dei tassi d’interesse molto più elevati di quelli accordati agli uomini.

 

Alle donne viene spesso attribuito un ruolo particolare nella gestione della crisi climatica…

Dato il loro ruolo di gestrici familiari e d’aiutanti, sovente dipendono molto più direttamente dalle soluzioni pratiche e quotidiane di fronte al cambiamento climatico. Siccome hanno la capacità di mobilitare le comunità, sono generalmente viste come agenti di cambiamento. In realtà, le donne del mondo intero s’impegnano a favore di strategie locali innovatrici, efficaci e a prezzo accessibile. Ma questi approcci locali low-tech ottengono generalmente molto meno sostegno politico e finanziario rispetto agli approcci high-tech e sono dunque raramente utilizzati su vasta scala.

Il Gender Action Plan (GAP), ossia un piano d’azione sulla parità di genere, è stato adottato durante la Conferenza mondiale sul clima tenutasi lo scorso anno a Katowice. È stata una svolta per una politica climatica più sensibile al genere?

La messa in atto coerente dell’uguaglianza tra donne e uomini, il «gender mainstreaming», è stata riconosciuta solo tardivamente nel processo di 25 anni della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). E questo malgrado il fatto che delle misure adattate al genere contribuiscano in modo importante all’efficacia della politica climatica. Il preambolo della Convenzione di Parigi sui cambiamenti climatici invita a considerare il diritto internazionale vincolante in materia di diritti umani, di parità dei sessi e di partecipazione accresciuta delle donne a tutte le attività di lotta contro il cambiamento climatico.

Il GAP concretizza queste esigenze in cinque ambiti prioritari: il rafforzamento delle capacità, la condivisione delle conoscenze e la comunicazione, per esempio tramite una formazione sul genere nelle istituzioni dell’ONU; la parità tra i sessi nelle posizioni dirigenziali durante le conferenze sul clima e nei Paesi; la coerenza per garantire che le decisioni sul genere e il cambiamento climatico siano pure applicate nelle misure delle altre organizzazioni delle Nazioni Unite; la messa in atto tenendo conto della problematica uomini-donne e che includa i mezzi per riuscirci, nonché la sorveglianza e la preparazione di rapporti sulle misure climatiche prese.

Siccome gli Stati parti devono raccogliere dei dati specifici ai due sessi e analizzare la loro politica climatica in una prospettiva di genere, i governi sono tenuti a pensare congiuntamente la politica di genere e quella climatica. Il GAP costituisce dunque la base di una politica climatica (più) equa per gli uomini e le donne. Ma durante le prossime conferenze sul clima saranno ancora necessari dei progressi significativi nella realizzazione e ci vorranno delle decisioni più ambiziose.

Ma ci sono anche delle donne scienziate che criticano la «femminizzazione della crisi climatica». Secondo loro, la divisione del lavoro secondo il genere sarebbe stata rinforzata, mentre invece le donne restano ampiamente escluse dai negoziati centrali sulla politica climatica internazionale. Cosa pensate di queste tesi?

Se le strutture esistenti in seno a una comunità o a un’economia domestica vengono ignorate, le strutture di potere predominanti e le disuguaglianze sociali si propagano nei progetti e nelle politiche – o sono addirittura rafforzate. Così, una politica climatica «cieca al genere» rallenta effettivamente il processo di ricerca di soluzioni per contenere la crisi climatica. A tal proposito, siamo assolutamente d’accordo con la tesi della «femminizzazione della povertà». Il cambiamento climatico agisce come un moltiplicatore di rischio e accresce le discriminazioni esistenti nei confronti delle donne a causa del loro statuto sociale, economico e politico più basso. È dunque cruciale sottolineare che esse sono più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico nella maggior parte delle società, principalmente a seguito dei ruoli tradizionali delle donne e degli uomini. È per questo che la messa in atto vincolante del GAP, nei suoi vari livelli, gioca un ruolo così preponderante. Più le donne saranno coinvolte a ogni livello nella presa di decisioni, più la politica climatica sarà efficace.

 

BOX:

Women Engage for a Common Future (WECF)

Il WECF è una rete internazionale composta da oltre 150 organizzazioni femminili e ambientali in 50 nazioni. S’impegna per l’attuazione, a livello locale, di soluzioni climatiche sostenibili e per la promozione di un contesto politico attento alla parità tra i sessi nel mondo intero. Membro fondatore della circoscrizione elettorale della donna e del genere (Women and Gender Constituency) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e partner ufficiale del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), il WECF attua delle politiche climatiche e di genere strettamente correlate e rafforza le capacità delle donne con dei progetti climatici locali. JS

[1] Banca mondiale, Rapporto sullo sviluppo nel mondo 2012

[2] UNFPA, Women on the frontline

 

 

Pubblicato il 26.05.2019

Su Il Lavoro

(Traduzione di: Fabio Bossi)