Le ONG accusano l’OMC di “pink-washing”

Articolo global
Alla Conferenza ministeriale di fine 2017, l’OMC è stata accusata di voler migliorare la sua immagine per estendere delle liberalizzazioni che minacciano i diritti delle donne. Un anno più tardi, le critiche sono tuttora altrettanto virulente.

Adottando una dichiarazione sulle donne e il commercio, alla Conferenza ministeriale di Buenos Aires, l’OMC è stata accusata dalle ONG di voler migliorare la sua immagine per estendere delle liberalizzazioni che minacciano i diritti delle donne. Un anno più tardi, le critiche sono tuttora altrettanto virulente.

Nel dicembre 2017, alla Conferenza ministeriale di Buenos Aires, 121 membri dell’OMC hanno adottato una dichiarazione sul Commercio e sull’emancipazione economica delle donne che mira ad aumentare la partecipazione di queste nel commercio internazionale rinforzando l’imprenditorialità femminile. Benché presentata come una prima nella storia dell’organizzazione, la dichiarazione è immediatamente stata tacciata di “pink washing” dalle ONG che, in una dichiarazione firmata da 200 organizzazioni femministe e alleate del mondo intero, vi vedono una modalità subdola per far accettare dei nuovi argomenti, per strumentalizzare la parità di genere per rinforzare il modello neo-liberale e per concentrarsi sulle donne imprenditrici, dimenticando le altre. “Non lasceremo utilizzare le donne come cavallo di Troia per estendere un sistema che distrugge le loro vite e quelle dei bambini, dei contadini, dei lavoratori e del pianeta!”, si indignava l’attivista ecologista indiana Vandana Shiva. “Le liberalizzazioni condotte dall’OMC hanno spinto i salari e gli standard del lavoro a dei livelli storicamente bassi e permesso agli investitori stranieri di sfruttare le donne come forza lavoro flessibile e a buon mercato”, rincarava Joms Salvador, di Gabriela, l’Alleanza di donne Filippine.

Commercio non neutro dal punto di vista di genere

Per reagire a questa “falsa buona idea”, alcune ONG del mondo intero, tra cui Alliance Sud, si sono riunite in una Gender and Trade coalition di cui l’Unity Statement annuncia chiaramente il tono: un’alleanza femminista sulla giustizia commerciale per affrontare gli impatti negativi delle regole commerciali sui diritti delle donne e per elaborare delle risposte politiche che si attacchino alle cause strutturali delle violazioni “di genere” dei diritti umani. In altri termini: mostrare che le politiche commerciali non sono neutre dal punto di vista di genere. Poiché le donne non sono solo imprenditrici, ma anche produttrici, consumatrici, commercianti, lavoratrici e principali prestatrici del lavoro non pagato. E le liberalizzazioni commerciali, le deregolamentazioni, le liberalizzazioni dei servizi pubblici nuocciono ai loro diritti. Da qui un appello a rimpiazzare la competizione con la cooperazione, la crescita con lo sviluppo sostenibile, la consumazione con la conservazione, l’individualismo con il bene pubblico e la gestione del mercato con la democrazia partecipativa.

A partire dall’adozione della dichiarazione di Buenos Aires, l’OMC ha organizzato dei seminari sul commercio e sul genere, di cui uno a inizio dicembre a Ginevra, dove la Gender and Trade Coalition ha lamentato il fatto di non essere stata invitata a parlare. Le presentazioni erano talvolta contraddittorie. Una rappresentante della Banca mondiale ha affermato che le imprese esportatrici, integrate nelle catene globali del valore, impiegano proporzionalmente più donne. Riconoscendo al contempo che “la gran parte dei modelli [econometrici] che utilizziamo assumono che vi sia il pieno impiego, che non vi sia nessuno nel settore informale e che le donne possano passare agilmente da un settore all’altro – e noi sappiamo che non è vero.” Una rappresentante dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) ha indicato, al contrario, che le donne lavorano soprattutto nei settori dove i dazi doganali all’esportazione sono più importanti – tanto in India quanto nei paesi industrializzati. E nel corso di una presentazione simile, abbiamo potuto sentire una relatrice affermare che il commercio è neutro dal punto di vista del genere e un’altra dire esattamente il contrario…

Nel Mercosur, le liberalizzazioni hanno creato degli impieghi poco qualificati e mal remunerati per le donne

Sempre più accordi di libero scambio includono delle disposizioni specifiche sul genere: sono 75 (di cui 60 in vigore) su più di 500 accordi. La maggior parte di queste disposizioni hanno effetto sulla cooperazione, altre sulla parità di genere. Ma in caso di controversia, solo l’accordo di libero scambio tra il Canada e Israele prevede il ricorso al meccanismo di regolamento delle controversie. Tre altri accordi di libero scambio prevedono delle consultazioni. Gli altri non prevedono nulla del tutto. Gli accordi di libero scambio della Svizzera non contengono delle disposizioni specifiche sul genere.

All’interno di un rapporto che è appena stato pubblicato, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) scrive che “i lavori di ricerca della UNCTAD mostrano che il processo di integrazione regionale tra i membri del Mercato comune del Sud (Mercosur) – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – non ha che leggermente ridotto le disparità tra i sessi. E se una più grande apertura commerciale tra i quattro paesi dell’America del Sud ha creato delle nuove possibilità d’impiego per le donne, la gran parte sono impieghi poco qualificati e mal remunerati. L’emancipazione economica delle donne trarrebbe beneficio alla regione che diverrebbe meno dipendente nei confronti dei prodotti primari e dei prodotti di base che rendono i paesi più vulnerabili agli shock esterni e meno atti a creare degli impieghi di qualità.”

La Svizzera sta attualmente negoziando un accordo di libero scambio con il Mercosur. Essa dovrebbe studiare l’impatto di questa proposta di accordo sull’empowerment economico delle donne.

Pubblicato il 3 aprile 2019

Su Il Corriere degli Italiani

(Traduzione: Maria Mandarano)