Le ONG dicono basta a 25 anni di libero scambio

Attorno al vertice del G20 alla fine di novembre 2018 a Buenos Aires, Argentina.
Articolo global
In America latina le ONG hanno da poco inaugurato una piattaforma che chiede ai governi della regione di non firmare nuovi trattati di libero scambio e d’investimento e di commissionare studi d'impatto in merito ai trattati esistenti.

«In America latina il commercio intraregionale è già liberalizzato per il 95%. Allora perché i governi continuano a negoziare accordi di libero scambio (ALS)? Perché i nuovi ALS trattano temi che vanno oltre le frontiere e influenzano il potere decisionale degli Stati. Un esempio lampante è costituito dal meccanismo di coerenza normativa, il quale implica che si rendano compatibili e si armonizzino le legislazioni interne; inoltre prevede il dialogo con le «parti interessate» del settore privato. «Queste normative conferiscono privilegi esorbitanti alle multinazionali straniere!». Così si sono espressi il 27 novembre a Buenos Aires i rappresentanti delle ONG latino-americane all’inaugurazione della piattaforma America latina meglio senza ALS. Aggiungendo: «25 anni di libero scambio bastano! Dieci anni fa ci siamo opposti con successo all’Area de Libre Comercio de las Americas (ALCA) [Zona di libero scambio delle Americhe, un progetto di trattato di libero scambio continentale], ma oggi i nuovi ALS vanno nella stessa direzione dell’ALCA!».

Manifestazioni contro il G20 per protestare contro il libero scambio

«Siamo membri di organizzazioni sociali, sindacali, di donne, di giovani. Questa piattaforma, che riunisce piattaforme nazionali, era in fase di realizzazione da tempo. Solo attraverso il dialogo possiamo rimettere in questione gli ALS, in particolare aprendo uno spazio di discussione con i parlamenti», ha sottolineato Luciana Ghiotto, dell’Assemblea Argentina meglio senza ALS, approfittando del fatto che l’inaugurazione ha avuto luogo nelle sale del Senato argentino. Due senatori erano presenti per sostenere la piattaforma: Fernando Solanas, presidente della commissione dell’ambiente e Magdalena Odarda, della Patagonia, presidente della commissione dei popoli indigeni, molto preoccupata per l’avanzata dell’estrattivismo in America latina. «Siamo contrari a tutti gli ALS perché distruggono l’ambiente e limitano la capacità regolatoria degli Stati. Non esistono buoni accordi o accordi meno peggiori!» ha precisato Luciana Ghiotto.

L’evento ha avuto luogo nel quadro della settimana d’azione contro il G20, organizzata dai movimenti sociali per protestare contro il vertice dei capi di Stato e di governo che si è tenuto nella capitale argentina, per la prima volta in America latina. Gli atelier contro il libero scambio e l’estrattivismo si sono susseguiti presso l’università e nella piazza del Congreso (il Parlamento argentino), dove i cittadini concentrati hanno sfidato la pioggia torrenziale per rifare il mondo sotto teloni di plastica. La mobilitazione è culminata nella manifestazione del 30 novembre, in cui decine di migliaia di persone hanno sfilato per le vie di Buenos Aires, scandendo slogan al ritmo della musica, in un’atmosfera militante ma assolutamente pacifica. In testa al corteo una rappresentante delle nonne di Plaza de Mayo, col caratteristico fazzoletto bianco annodato sulla testa, insieme a Perez Esquivel, sfuggito alla dittatura argentina e vincitore del premio Nobel per la pace. Proprio Esquivel, contrario agli accordi di libero scambio, ha funto da mediatore tra i movimenti sociali e le autorità, che temevano il degenerare della manifestazione e volevano inizialmente proibirla.

Scetticismo riguardo al miglioramento dell’ALENA

«Il primo trattato firmato è stato l’ALENA, che ha spianato la strada a tutti gli altri», ha aggiunto il messicano Alberto Arrojo alla conferenza stampa. Oggi il Messico ha degli ALS con più di 50 Paesi. Nel quadro della rinegoziazione di questo accordo Donald Trump era pronto ad abolire il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato (ISDS), ma il Messico ha chiesto di salvaguardarlo, che è assurdo! Perciò si applicherà al Messico [tuttavia la sua portata è stata limitata agli ambiti dell’energia, delle telecomunicazioni e ad altri progetti d’infrastruttura], ma non al Canada...Il nuovo capitolo sul diritto del lavoro non ha nulla di eccezionale, non è vincolante, si tratta solo di raccomandazioni. Il capitolo sulle norme di origine esige un aumento dei salari e l’indipendenza sindacale dei lavoratori del settore automobilistico dipendenti dalle catene globali di produzione, ma questi ultimi rappresentano solo il 2,8% degli occupati del Paese. Inoltre, l’applicazione dipenderà dalla legge sul lavoro in Messico, che attualmente è in fase di riforma».

Il nuovo ALENA, ribattezzato Accordo Stati Uniti – Messico – Canada, prevede che gli autoveicoli possano entrare sul mercato nordamericano a condizioni preferenziali purché il 40% - 45% del loro valore sia prodotto da operai che guadagnano almeno 16 USD all’ora. Per il momento nessuno sa se questa disposizione porterà all’aumento dei salari del settore in Messico o al trasferimento della produzione negli Stati Uniti.

Preoccupazioni per il TPP 11, entrato in vigore il 30 dicembre

Ana Romero, rappresentante del Perù, ha espresso preoccupazione in merito alla pressione esercitata dal suo governo sul parlamento affinché ratifichi il Trattato Trans-Pacifico 11 (il TPP senza gli Stati Uniti, entrato in vigore il 30 dicembre), e ciò nonostante il Ministero della salute vi si opponga poiché teme una limitazione dell’accesso ai farmaci. Anche il senatore cileno Ignacio Latorre ha puntato il dito contro la ratifica del TPP 11 in corso nel suo Paese, evidenziando il fatto che le disposizioni di tale accordo sono già presenti nei nuovi accordi di libero scambio negoziati o in fase di negoziazione, secondo la famosa «tattica del salame» denunciata da Alliance Sud nel quadro del TISA e del CETA. 

La piattaforma chiede ai governi latino-americani di non firmare più accordi di libero scambio e d’investimento. Come Alliance Sud, esige la realizzazione di studi d'impatto (concernenti tra l’altro i diritti umani) da parte di enti indipendenti nonché un audit dei cittadini indipendente relativo agli accordi esistenti. Quest’ultimo dovrebbe essere vincolante, diversamente da quanto accaduto in Ecuador, dove una commissione indipendente, la CAITISA, aveva giudicato dannoso l’effetto degli accordi d’investimento e tuttavia il governo non ne ha tenuto conto.

Pubblicato il 3 aprile 2019

Su Il Corriere degli Italiani

Traduzione: Nina Nembrini)