Motore dello sviluppo o nuova colonizzazione ?

Onori militari per il primo ministro ungherese Viktor Orban al Belt and Road Forum 2017 davanti alla Grande Sala del Popolo di Pechino, Cina.
9.1.2020
Articolo global
Con la Nuova via della Seta, la Cina sta segnando lo sviluppo globale in un modo senza precedenti. Ma quanto è sostenibile? La Svizzera vuole partecipare e ha firmato un memorandum d'intesa con la Cina.

«Grazie alla Nuova via della seta, l’Africa orientale ottiene la sua prima autostrada, le Maldive hanno costruito il primo ponte che collega le isole, la Bielorussia ha la sua prima industria automobilistica, il Kazakistan ha accesso al mare e il continente euroasiatico beneficia del più lungo servizio di treno merci. Quanto alla ferrovia Mombasa - Nairobi, ha creato 50 000 posti di lavoro locali». Queste le dichiarazioni di Geng Wenbing, ambasciatore cinese in Svizzera, in occasione di una conferenza sulla «Nuova via della seta quale strumento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile», organizzata a inizio settembre ad Andermatt dalla delegazione svizzera presso l’Assemblea parlamentare dell’OSCE.

Nuova via della seta: un programma ambizioso per la realizzazione di infrastrutture (strade, porti, linee ferroviarie, fabbriche) lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013 per collegare la Cina al resto del mondo e agevolare l’importazione di materie prime necessarie a nutrire la sua enorme crescita. Un progetto faraonico al quale aderiscono attualmente 126 Paesi e organizzazioni internazionali, con cifre da far girar la testa: 40% del commercio globale, 60% della popolazione mondiale e 40% del terreno su questo pianeta.  L’importo esatto degli investimenti è sconosciuto, ma si stima che si aggiri tra i 1 000 e gli 8 000 miliardi di dollari. La sola Cina prevede di alimentare il progetto con 600-800 miliardi USD entro il 2021.

La Belt and Road Initiative (BRI) non è un «one-man show» della Cina né un «club» cinese, ha precisato l’ambasciatore Geng Wenbing. In effetti, la Svizzera si è affrettata ad aggiungersi al club lo scorso aprile, divenendo uno dei primi membri dall’Europa occidentale. Il memorandum d’intesa tra la Svizzera e la Cina non prevede un aumento degli investimenti cinesi in Svizzera, ma una collaborazione delle imprese, delle banche e delle assicurazioni in Paesi terzi, con il sostegno dei rispettivi governi. Il che solleva appunto molte questioni.

Viva opposizione al treno cinese in Etiopia

Perché non tutti i progetti funzionano bene come sostiene l’ambasciatore cinese. Stranamente ha omesso di menzionare la linea ferroviaria che collega Addis Abeba a Gibuti lungo 750 km, il primo collegamento ferroviario transfrontaliero interamente elettrico in Africa. Inaugurata in gennaio 2018, l’opera è costata 2,8 miliardi di euro, che l’Etiopia dovrà rimborsare alla Cina nell’arco di 15 anni. Una stazione nuova fiammante, ma poco frequentata, è stata costruita fuori dalla capitale etiope per rimpiazzare la vecchia stazione e la ferrovia che erano state installate dai francesi nel 1901 e che avevano smesso di funzionare attorno agli anni 2000.

Avendo io stessa viaggiato sul vecchio treno nel 1993, certo carico di charme per una viaggiatrice straniera, ma che aveva impiegato un giorno intero per collegare Addis Abeba a Harar, nei pressi della frontiera somala, con due vagoni traballanti, non fatico a comprendere l’entusiasmo delle autorità di fronte a una tale meraviglia tecnologica. Non fosse che, come riportato da numerosi media, alcuni abitanti locali considerano questa linea ferroviaria un progetto dell’élite di Addis Abeba. La maggior parte delle stazioni è completamente decentrata e non contribuisce all’economia locale, contrariamente alla vecchia ferrovia, che attirava in un caos sconcertante commercianti, ristoratori e albergatori. E se l’impresa cinese afferma di aver creato 20 000 posti di lavoro locali in Etiopia e 5 000 a Gibuti, gli ex impiegati ormai in disoccupazione lamentano salari bassi e pessime condizioni di lavoro. Ma il problema principale è il terreno, che appartiene allo Stato e per il quale le comunità espropriate, in particolare la comunità Oromo, affermano di non aver ricevuto un’adeguata compensazione.

Mancanza di trasparenza, sovraindebitamento...

La linea ferroviaria etiope è un buon esempio del potenziale dei progetti cinesi, ma anche dei loro rischi. A cominciare dalla mancanza di trasparenza. Non esistono dati ufficiali sui progetti della BRI, sul loro rapporto costi-benefici e sul loro impatto sulle popolazioni locali, perché Pechino non svela le condizioni di concessione dei crediti. Ciò comporta il sovraindebitamento di questi Paesi nei confronti della Cina, il che può creare problemi in termini di dipendenza economica, ma anche politica. Infatti il Gibuti, che deve alla Cina l’equivalente dell’80% del suo PIL (!) ospita la prima base militare cinese all’estero. «Il corridoio industriale pakistano-cinese ha fatto aumentare il PIL pakistano del 2,5%», ha sottolineato l’ambasciatore cinese ad Andermatt. Guardandosi bene dal menzionare che ha fatto anche esplodere il debito del Pakistan nei confronti della Cina, stimato a 19 miliardi di dollari. Quanto alle Maldive, il loro debito con la Cina è stimato a 1,5 miliardi, ovvero al 30% del loro PIL.

I partecipanti hanno sottolineato che le banche multilaterali d’investimento hanno elaborato linee guida che assicurano una certa sostenibilità sul piano sociale, finanziario e ambientale. Malgrado siano spesso criticate dalle ONG, a queste ultime occorre quantomeno riconoscere il merito di esistere e di creare un quadro di riferimento. Troppo vincolante per alcuni Paesi evidentemente, visto che un alto funzionario non ha esitato ad affermare che «nelle istanze multilaterali non è il denaro che manca, bensì i progetti validi». I prestiti cinesi sarebbero dunque più facili da ottenere, ma la dipendenza che possono comportare ha tratti neocolonialistici, ci viene da dire.

Poiché non vi è alcun dubbio: chi accetta prestiti di diversi milioni di dollari diventa dipendente, che lo voglia o no. Le antiche potenze coloniali europee e gli Stati Uniti rimproverano proprio una sorta di neocolonialismo alla strategia di sviluppo e d’espansione cinese. Resta da vedere se ciò avrà lo stesso effetto disastroso del colonialismo storico sui Paesi in sviluppo.

Tuttavia il bisogno di finanziamenti è innegabile: l’OCSE ha stimato che per finanziare gli investimenti necessari a realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile occorrono 6,9 trilioni di dollari all’anno fino al 2030.

...impatto sull’ambiente e sui diritti umani, corruzione

L’impatto dei progetti cinesi sui diritti umani, in termini di standard lavorativi e di consultazione della popolazione per esempio, è anch’esso significativo. Quanto all’ambiente, come in qualsiasi progetto infrastrutturale, l’impatto relativo alle acque, al suolo, all’aria, alla biodiversità e ai cambiamenti climatici è importante, tantopiù che molti progetti si basano su petrolio e gas, settori che non contribuiscono propriamente alla transizione ecologica prevista nel quadro degli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Un altro problema, accentuato dalla mancanza di trasparenza riguardo ai prestiti, è la corruzione. «La globalizzazione ha contribuito ad esportare la corruzione mediante gli investimenti», ha osservato Gretta Fenner, del Basel Institute of Governance. Non è soltanto un problema dei Paesi in sviluppo. La BRI comporta enormi rischi sul piano della corruzione e della cattiva governance, non perché si tratta di un’iniziativa cinese, ma perché sono progetti di grandi infrastrutture che implicano molto denaro e un netto disequilibrio di potere tra la Cina e quasi tutti gli altri Paesi.

Tuttavia esistono alcuni progetti che mostrano la volontà di Pechino di passare ad investimenti più sostenibili, a cominciare dai Principi per gli investimenti verdi nella BRI e dal Quadro per la sostenibilità del debito, recentemente adottati dalla Cina.

Cosa intende fare la Svizzera?

Quale ruolo ha la Svizzera in questo progetto? Il memorandum d’intesa con la Cina crea una piattaforma dove imprese cinesi e svizzere possono lavorare insieme su progetti della BRI con un’attenzione particolare per l’aspetto finanziario e di sostenibilità del debito. Attualmente si sta formando un gruppo di lavoro per rendere la piattaforma operativa. Se le imprese svizzere aderiscono, sembra che tutti siano concordi sul fatto che dovrebbero rispettare almeno determinate norme sui diritti umani e sul rispetto dell’ambiente.

La dichiarazione di Andermatt, adottata dai partecipanti alla conferenza, riconosce questi nobili principi e la Svizzera può sicuramente contribuire a realizzarli. Ma tale dichiarazione mira anche a promuovere un ambiente favorevole agli investimenti privati nelle infrastrutture e i partenariati pubblico-privati. Un’intenzione espressa chiaramente anche nel memorandum d’intesa Svizzera-Cina. La domanda è se sia il ruolo dei fondi pubblici sostenere le imprese, le banche e le assicurazioni svizzere all’estero. E se sì, come.

 

Pubblicato il 31.12.2019

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(Traduzione: Nina Nembrini)