Ripensare la globalizzazione: il prima possibile

fossil fuel
Auf der Ilha de Cabo, einer der angolanischen Hauptstadt Luanda vorgelagerten Insel.
1.7.2020
Articolo global
Con il «grande lockdown» si moltiplicano gli appelli alla rilocalizzazione delle attività produttive. Occorre adottare un approccio misurato e graduale affinché il rimedio, per i Paesi in via di sviluppo, non si riveli essere peggiore del male.

 

In pochi mesi, un virus venuto dalla Cina ha messo il mondo in ginocchio. Giustamente soprannominato il virus della globalizzazione, si è diffuso a macchia d’olio nei quattro angoli del pianeta principalmente grazie ai viaggi in aereo e via mare. Alcuni sostengono addirittura che certi Paesi, come la Grecia, sono stati relativamente risparmiati non solo per merito della loro buona gestione della crisi, ma anche perché poco integrati nelle catene globali di valore; mentre altri Paesi, come l’Italia, hanno pagato un prezzo molto alto poiché fortemente globalizzati (e legati economicamente a Pechino).

In ogni caso il «grande lockdown», che ha costretto in casa metà della popolazione mondiale, avrà delle conseguenze incalcolabili sull’economia globale, paragonabili alla Grande Depressione del 1929.

Come prevedibile, questo causerà ripercussioni problematiche per i Paesi in via di sviluppo e i Paesi emergenti. Per fare un esempio, l’economista tunisino Sami Saya, basandosi sulle stime effettuate dall’FMI, prevede che la Tunisia subirà la peggiore crisi economica dopo il 1956, anno della sua indipendenza. In questo Paese così aperto verso l’esterno, il turismo sarà uno dei settori più colpiti. Il presidente della Federazione Tunisina degli Albergatori (FTH), Khaled Fakhfakh, il 21 aprile aveva dichiarato che se lo spazio aereo fosse rimasto chiuso dopo l’uscita dal lockdown, la stagione turistica del 2020 sarebbe stata fortemente compromessa. Va considerato che secondo le stime il turismo contribuisce all’8-14% del PIL, fornisce un impiego a quasi una persona su dieci e mantiene oltre 400’000 famiglie. I turisti europei non verranno e i turisti locali non potranno colmare le perdite, soprattutto essendo loro stessi stati colpiti dalla crisi.

Sostituire il turismo con un settore meno volatile

Dall’altra parte del Mediterraneo, sempre più persone desiderose di salvare il pianeta vedono nella crisi del Covid-19 un’opportunità senza precedenti per proteggere l’ambiente, cominciando con il non rimettere piede su un aereo e trascorrere le vacanze nel proprio Paese. L’intenzione è lodevole, addirittura indispensabile nel contesto del cambiamento di paradigma dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, ma rischia di far sprofondare ancora di più l’economia dei Paesi (in via di sviluppo) che dipendono dai turisti stranieri.

Si potrà obiettare che questi Paesi abbiano seguito cattivi consigli e scelto un modello di sviluppo non sostenibile puntando tutto su un settore volatile per eccellenza, un settore che patisce al minimo attentato, crisi sanitaria o presa di coscienza ecologica da parte degli europei.

Il governo tunisino l’aveva già capito molto prima della crisi attuale. La FIPA (Agenzia per la Promozione dell’Investimento Estero) invita gli stranieri che vogliono investire a farlo in settori  ritenuti “portanti” e ad alto valore aggiunto secondo l’agenzia: componenti automobilistiche, aeronautica, industria meccanica, elettronica ed elettrica, servizi (come i call center) e plasturgia. Senza dimenticare i settori più tradizionali e a largo impiego di mano d’opera come l’industria tessile e dell’abbigliamento, l’industria agroalimentare e quella del cuoio e delle calzature. Come si può ben vedere il turismo non è menzionato da nessuna parte, ma questa transizione richiederà del tempo.

Il problema è che puntare su investimenti esteri nell’industria d’esportazione non è sostenibile né da un punto di vista ambientale, né da un punto di vista economico perché si resta molto sensibili alle crisi provocate da fattori esterni. Durante la crisi economica mondiale che ha seguito la crisi finanziaria del 2008 i Paesi emergenti e in via di sviluppo sono stati gravemente colpiti. I Paesi che, spesso sotto la pressione della Banca Mondiale e dell’FMI, hanno perseguito un modello economico basato sulle esportazioni e si sono resi fortemente dipendenti degli investimenti diretti esteri, sono stati particolarmente colpiti.

Fabbriche tessili chiuse, operaie senza lavoro

Con gli appelli alla de-globalizzazione e alla rilocalizzazione della produzione in Europa e nei Paesi limitrofi, l’industria tessile e quella dell’abbigliamento nel Maghreb hanno certamente ancora più potenziale rispetto a oggi, ma questi settori sono fragili perché dipendono dalla domanda internazionale. La prova: se nei Paesi sviluppati molti hanno accolto con piacere il ritorno alla frugalità e l’arresto (temporaneo) del consumismo dovuti al lockdown, la chiusura dei negozi di abbigliamento ha causato quella delle fabbriche tessili nei Paesi di produzione come la Cambogia e il Bangladesh. Milioni di operaie si sono ritrovate senza lavoro e nella maggior parte dei casi senza alcuna copertura sociale passando da un salario misero, che oscilla tra i 150 e i 200 dollari al mese (somma insufficiente per coprire i bisogni essenziali per i quali servirebbero almeno 500 dollari al mese) a nessun salario del tutto, il che è ancora peggio.

La società britannica di consulenza sul rischio climatico, Verisk Maplecroft, ha dichiarato sull’NZZ am Sonntag che i pochi miglioramenti delle condizioni di lavoro nell’industria tessile per i quali i lavoratori si sono tanto battuti negli ultimi anni rischiano di essere vanificati.  

Ancora una volta è possibile rimproverare a questi governi di aver puntato su un modello di sviluppo basato sulle esportazioni - in Bangladesh, un paese spesso elogiato per la sua lotta contro la povertà e la crisi climatica, l’80% della valuta estera proviene dall’industria tessile - e di essere diventati complici dei consumatori, delle marche e dei subappaltatori avidi che non sono pronti a pagare un po’ di più per un paio di jeans o di scarpe da ginnastica, provocando così una corsa al ribasso sulle spalle delle operaie.

Il coronavirus ha evidenziato l’estrema dipendenza di molti Paesi dalla Cina: l’80% dei principi attivi dei medicamenti venduti in Europa sono fabbricati nell’Impero di Mezzo, una percentuale che scende al 27% per la Svizzera. Il brusco arresto della produzione e/o la minaccia di rilocalizzazione di alcune attività produttive dovrebbero spingere i governi dei Paesi in via di sviluppo a riorientarsi verso un modello economico più endogeno basato sul rafforzamento delle capacità di produzione locali e sul mercato interno, ma è più facile a dirsi che a farsi e non va dimenticato che il cambiamento non potrà avvenire da un giorno all’altro.

Infine e soprattutto, un mercato “interno” necessita anche di una corrispettiva domanda interna, ovvero di una ridistribuzione dei salari in favore della massa di persone svantaggiate che, attualmente, spesso non possono permettersi né i prodotti stranieri né quelli nazionali.  

Aerei a terra, crollo dei prezzi del petrolio

Un altro settore di cui molti hanno accolto con gioia il blocco è quello dell’aviazione. Con quasi tutti gli aerei rimasti a terra e le macchine e i camion nei garage, la domanda di petrolio è crollata a un livello ineguagliato e le quotazioni del barile americano (WTI) hanno persino raggiunto cifre negative.

È un’ottima notizia per il clima. Il problema è che molti Paesi in via di sviluppo dipendono interamente dall’esportazione di idrocarburi: il Sud Sudan, la Nigeria (dove il petrolio rappresenta il 60% delle entrate dello Stato), l’Angola, la Guinea Equatoriale (dove è la principale fonte di reddito), l’Iraq (che pensava di coprire il 95% del suo budget con la rendita petrolifera) e l’Algeria, solo per fare qualche esempio, non hanno diversificato la propria economia oppure non hanno nient’altro da vendere. In Algeria il petrolio e il gas naturale rappresentano la quasi totalità delle esportazioni e 3/4 delle entrate pubbliche. I dirigenti, che finora hanno dormito sugli allori, non hanno nemmeno avuto bisogno di sviluppare il turismo, al contrario della vicina Tunisia la cui fortuna, diranno alcuni, è stata quella di essere quasi esclusivamente priva di materie prime.

Ma alla luce della rivoluzione democratica in corso (forse), l’Algeria si è svegliata e ha deciso di diversificare il suo approvvigionamento energetico e di utilizzare i ricavi petroliferi per industrializzare il Paese. Il governo sta per firmare un accordo con la Germania per partecipare a Desertec, un grandissimo progetto di produzione di energia solare nei deserti nordafricani nato nel 2003 sotto l’egida del Club di Roma ma che si trovava a un punto morto. L’arrivo al potere del nuovo governo algerino nel 2020 ha rilanciato il progetto.

La crisi del Covid-19 ha messo in luce, forse in modo ancora più lampante di quanto è riuscita a fare la crisi climatica, la vulnerabilità del mondo globalizzato. È necessaria una trasformazione, s’impone un cambiamento di rotta, ma la transizione dovrà essere graduale e dovrà essere gestita in modo democratico affinché il rimedio, per i Paesi in via di sviluppo, non si riveli essere peggiore del male.

 

Pubblicato il 1 luglio 2020

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(Traduzione: Sofia Reggiani)