Tutti assieme contro la Cina– e i più poveri

Gli operai cinesi ispezionano delle auto elettriche nella fabbrica della "joint venture" (co-impresa) cino-americana SAIC-GM-Wuling in Qingdao, in provincia di Shadong, Cina.
16.1.2019
Articolo global
Messa sotto pressione da Donald Trump, anche l’UE spinge per una riforma radicale dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Presa di mira la Cina. Ma se la riforma sarà adottata essa potrebbe nuocere anche ai paesi più poveri.

Per contenere la sua espansione, i paesi industrializzati vogliono riformare l’OMC. Il grande pericolo è che queste riforme si applicano anche ai paesi poveri che hanno (ancora) bisogno di trasferire la tecnologia, di sovvenzionare il settore industriale, di proteggere i settori sensibili, di avere delle imprese di Stato capaci di condurre una politica industriale degna di questo nome, di beneficiare di un trattamento di favore in quanto paesi in via di sviluppo. Prendendo di mira la Cina, c’è il rischio di buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Ma andiamo con ordine. Dopo aver bloccato la nomina dei nuovi giudici all’Organo d’Appello, il 30 agosto 2018 Donald Trump minacciava apertamente di lasciare l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). L’Unione europea ha subito reso pan per focaccia. Mentre tre gruppi di lavoro si erano chinati già da tempo sulla riforma dell’organizzazione, il 18 settembre 2018 l‘UE si è affrettata a presentare un « concept paper » che propone, passo dopo passo, delle risposte alle principali critiche americane. Affermando chiaramente che il sistema commerciale multilaterale è di fronte alla peggior crisi della sua storia, la Commissione europea ha preso il toro per le corna attaccando, senza mai nominarle, le presunte pratiche sleali della Cina.

Trasferimento forzato di tecnologie

A cominciare dalla delicata questione del trasferimento forzato di tecnologie, che gli Stati Uniti hanno sempre affermato essere una delle principali ragioni per l’imposizione di dazi doganali per un ammontare di 250 miliardi USD sulle esportazioni cinesi, minacciando di aggiungerne altri 267 miliardi USD.

In effetti, come constato da molti osservatori indipendenti[1], la Cina esige che, per poter accedere al suo immenso mercato, gli investitori stranieri debbano cedere tecnologie e innovazioni strategicamente importanti a un’entità locale. Secondo degli studi ufficiali americani, i detentori americani di proprietà intellettuale perdono decine, se non centinaia di miliardi a causa del trasferimento forzato di tecnologie e di una protezione della proprietà intellettuale limitata. Come fanno i Cinesi? Obbligano le multinazionali che vogliono investire in certi settori a stabilire delle joint-venture con le aziende locali, che però non controllano. È per esempio il caso dell’industria automobilistica, dove i produttori cinesi potrebbero voler mettere le mani sulla tecnologia necessaria a fabbricare dei veicoli elettrici.

Concentrato di pomodoro italiano prodotto a Xinjiang

Il problema è che le aziende cinesi possono diventare dei veri concorrenti, non solo sul mercato cinese, ma anche a livello internazionale. È l’amara esperienza che hanno fatto i produttori italiani di concentrato di pomodoro: alla fine degli anni 1990, hanno cominciato a coltivare pomodori e a produrre concentrato nello Xinjiang, regione autonoma a maggioranza musulmana e turcofona della Cina occidentale, dove Pechino ha inviato sin dagli anni 1950 un esercito legato direttamente al governo centrale, con l’obiettivo di annetterla al resto della Cina Han (oggi questa regione è tristemente conosciuta per i campi di rieducazione degli Uiguri). Gli Italiani hanno fornito alle imprese di Stato cinesi, fortemente sovvenzionate e con manodopera sottopagata e lavoro minorile, la tecnologia e le competenze necessarie a produrre del concentrato di pomodoro, che reimportavano poi in Italia. Ma come il mostro di Frankenstein, l’idea inizialmente geniale di delocalizzare la produzione in un paese a buon mercato si è ritorta contro gli Italiani, quando i Cinesi hanno cominciato a esportare il concentrato di pomodori, non solamente in Italia, ma nel mondo intero, facendo concorrenza (sleale) ai loro mentori italiani.  Il problema è che il trasferimento forzato di tecnologie è molto difficile da provare poiché le imprese non amano ammettere che sono state messe sotto pressione o che, per guadagnare fette di mercato, hanno accettato di svelare segreti che avrebbero preferito tenere per sé.

Imprese detenute dallo Stato

Ciò che accentua ulteriormente il problema è che in Cina numerosi settori d’importanza strategica sono dominati dalle imprese detenute dallo Stato. Si pensi ai trasporti, alle telecomunicazioni, all’elettricità, alle compagnie aeree, o alla medicina. I CEO di queste società sono nominati dal partito comunista e le decisioni che prendono sottostanno agli interessi del paese piuttosto che agli interessi commerciali a breve termine (per esempio fabbricare un giorno un aeroplano cinese). Pure nei settori ufficialmente aperti le imprese straniere possono essere messe sotto pressione sul trasferimento di tecnologie al fine di avere le autorizzazioni necessarie, spesso difficili e poco trasparenti da ottenere a livello locale. Nel suo « concept paper », la Commissione europea stima che l’OMC abbia bisogno di nuove regole per migliorare l’accesso al mercato degli investitori stranieri in settori finora chiusi. E anche per vietare delle pratiche giudicate come « discriminatorie », come i requisiti di prestazione, che obbligano un investitore straniero a fabbricare un fattore di produzione localmente, a utilizzare un fornitore di servizi locale, o a reclutare della manodopera sul posto.

Inoltre, queste società ricevono sovvenzioni, vietate dall'OMC, ma non sono punite in quanto la metà dei membri - e quindi non solo la Cina - non le notifica. Per di più, il grado di interferenza statale in queste società è difficile da misurare. L’UE propone di chiarire tutto ciò, di migliorare il processo di notifica e di imporre dei criteri più rigorosi per evitare la sovrapproduzione, che fa abbassare il prezzo delle merci internazionali e ha un effetto distorsivo sulla concorrenza.

E gli altri paesi in via di sviluppo?

Nel mirino degli Stati Uniti - e inevitabilmente ripreso nel documento della Commissione europea -, si trova anche la ricorrente questione dello statuto di paese in via di sviluppo. Nell’OMC, ad eccezione dei Paesi meno avanzati (PMA) - che costituiscono una categoria definita dall’ONU e che contano oggi 47 paesi - i membri si auto-classificano in paesi sviluppati o in via di sviluppo. Questi ultimi beneficiano di un trattamento speciale e differenziato, che comporta una riduzione dei dazi doganali, dei tempi di adattamento più lunghi, ecc. Salvo che questa categoria, che comprende 2/3 dei membri, conta oggigiorno paesi molto diversi tra loro come la Costa d’Avorio, la Corea del Sud e la Cina. È quindi vieppiù contestata dai paesi industrializzati e la Commissione europea propone che i paesi si « promuovano » volontariamente, o che ci sia una forma o l’altra di differenziazione.

Queste proposte di riforma lasciano perplessi. È proprio perché la Cina ha condotto una politica economica parzialmente contraria alle regole dell’OMC che è diventata la seconda potenza mondiale. Essa si assicura un trasferimento di tecnologie, protegge i settori industriali sensibili e poco competitivi, limita gli investimenti stranieri nei settori strategici, sovvenziona le imprese detenute dallo Stato, introduce requisiti di prestazione e approfitta del suo statuto di paese in via di sviluppo…E ci è riuscita talmente bene che oggi fa paura.

[1] Cfr. soprattutto il Peterson Institute for International Economics https://piie.com/publications/policy-briefs/chinas-forced-technology-transfer-problem-and-what-do-about-it

 

Pubblicato il 16 gennaio 2019

Su il Corriere degli Italiani

(Traduzione : Andrea Ghisletta)