Alcun fondo di sviluppo per società non affidabili

Mark Herkenrath, direttore di Alliance Sud.
Articolo global
Il Consiglio federale desidera associare sempre più le imprese svizzere alla cooperazione allo sviluppo pubblica. Una condizione essenziale dovrebbe però essere il sostegno senza riserve dell’iniziativa multinazionali responsabili.

Spesso le imprese e gli investitori privati dei Paesi industrializzati esitano a investire in attività socialmente ed ecologicamente sostenibili nei Paesi poveri in via di sviluppo. Essi reputano i rischi di perdita troppo elevati o i potenziali profitti troppo ridotti. Rispetto ad attività meno sostenibili nei Paesi più stabili e progrediti, degli investimenti appaganti nei Paesi poveri sono generalmente redditizi solo in misura molto limitata, considerata la logica del profitto economico. Sono tuttavia indispensabili se la comunità internazionale intende raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 entro i termini stabiliti.

Il Consiglio federale ha quindi deciso che le due agenzie di sviluppo governative, la DSC e la SECO, dovranno collaborare ancora più strettamente con le imprese e gli investitori in occasione del prossimo messaggio sulla cooperazione internazionale. La cooperazione con il settore locale privato dev’essere rafforzata nell’interesse economico della Svizzera. Le imprese e gli investitori elvetici devono approfittare delle risorse finanziarie, della perizia e dei contatti politici della cooperazione pubblica allo sviluppo, con lo scopo di ridurre i costi e i rischi d’investimenti sostenibili o di realizzare degli utili più importanti.

L‘idea che i fondi della cooperazione pubblica allo sviluppo debbano fungere da “leva“ per la mobilitazione di attività sostenibili del settore privato sembrerebbe, a prima vista, piuttosto allettante. Nel caso particolare, è tuttavia difficile valutare se una tale mobilitazione sia effettivamente necessaria. Il denaro del contribuente federale rischia d’essere utilizzato per sovvenzionare delle attività lucrative private, che avrebbero luogo anche senza il sostegno dello Stato. Inoltre, l’impiego di questi fondi avverrebbe a scapito di forme provate della cooperazione pubblica allo sviluppo, per esempio in ambito educativo e sanitario, a meno che contemporaneamente il budget federale per la cooperazione allo sviluppo non venga sensibilmente aumentato.

La DSC e la SECO corrono peraltro il rischio d’incoraggiare gli investimenti d’imprese che, al di là della loro cooperazione con le due agenzie di sviluppo, sono implicate nelle violazioni dei diritti umani o causano dei danni ambientali. L’iniziativa per multinazionali responsabili vuole evitare tali violazioni dei diritti umani e i danni ecologici. La DSC e la SECO farebbero dunque bene a collaborare in Svizzera unicamente con delle imprese e degli investitori che difendono incondizionatamente i diritti umani e la protezione dell’ambiente, e che perciò si pronunciano anche chiaramente a favore di quest’iniziativa. L’efficace lobbismo delle associazioni economiche, effettuato a colpi di fake news alla vigilia del dibattito sull’iniziativa al Consiglio degli Stati, mette in chiaro un aspetto: solo un Parlamento composto diversamente, dopo le elezioni di quest’autunno, darebbe il suo sostegno a un simile approccio.

Pubblicato il 28.03.2019

Sul Corriere del Ticino

(Traduzione: Fabio Bossi)