TOTAL davanti a un tribunale?

Se il petrolio viene estratto in Uganda, la popolazione locale in genere non ha alcuna prospettiva di compensazione.
Articolo global
L'obbligo di Dovuta Diligenza (Dovere di Diligenza, Mandatory Due Diligence) per le imprese: anzitutto un mezzo per prevenire le violazioni dei diritti umani e i danni ambientali. Spiegazioni.

Si tratta di una prima in Francia. In applicazione della Legge sul dovere di vigilanza delle società madri e delle imprese committenti (Duty of Care) alcune ONG francesi e i loro partner ugandesi[1], hanno ingiunto all’impresa Total di redigere e di pubblicare un «piano di vigilanza» conforme alle esigenze della legge e di attuarlo in modo effettivo.

Le ONG se la prendono con Total – 4a «major» mondiale del petrolio e del gas, con una cifra d’affari di 210 miliardi di USD nel 2018 e che conta circa 104'000 dipendenti e 900 filiali attive in oltre 50 Paesi –, per il suo legame con un megaprogetto petrolifero in Uganda, denominato «Tilenga». Questo progetto viene sviluppato nei pressi del Lago Albert da un consorzio petrolifero di cui Total è l’operatore e l’investitore principale – con il 54,9 % - a fianco della multinazionale cinese CNOOC (33,33%) e di quella britannica Tullow (11,76%).

Il progetto Tilenga prevede di sfruttare sei campi petroliferi – principalmente nell’area naturale protetta delle Murchison Falls – per raggiungere una produzione di circa 200'000 barili al giorno, ossia più della produzione petrolifera di tutto il Gabon. Il progetto Tilenga s’inserisce in un progetto titanico – di cui fa parte in qualità di partner anche Total: la costruzione di un oleodotto gigante che attraversa l’Uganda e la Tanzania, la «East African Crude Oil Pipeline» (EACOP) – lunga 1445 km – per trasportare il petrolio estratto nei dintorni del Lago Albert fino all’Oceano Indiano. Costo totale stimato: 3,5 miliardi di USD.

I progetti Tilenga e EACOP fanno correre dei gravi rischi di danno, spesso irreversibili, sia ai diritti umani delle popolazioni coinvolte, sia all’ambiente (biodiversità, risorse idriche, clima, ecc.). Le ONG ritengono che i due studi d’impatto sociale e ambientale – di cui uno solo è stato pubblicato finora – presentano delle gravi lacune, specialmente in termini di misure d’attenuazione dei danni ambientali nel parco naturale delle Murchison Falls, il più grande dell’Uganda, che include una zona umida d’importanza internazionale protetta dalla Convenzione di RAMSAR. Il progetto EACOP, meno sviluppato, presenta secondo gli studi realizzati da WWF, Action Aid e BankTrack, degli impatti potenziali negativi che toccano delle decine di migliaia di persone.  

Il gruppo Total ha pubblicato il suo primo piano di vigilanza, come richiesto dalla legge francese, nel suo rapporto annuale del 2017 che, come altri piani di vigilanza, è stato considerato come insufficiente dalle ONG francesi. Questo piano di vigilanza, attualizzato nel 2018, è considerato dalle stesse ONG come un piano che comporta delle insufficienze palesi e la cui attuazione si rivela inefficace.

In particolare, si rimprovera a Total di non aver incluso delle misure di vigilanza specifiche per i progetti Tilenga e EACOP in Uganda e Tanzania. Il piano di vigilanza di Total non risponderebbe alle esigenze della legge in termini di «cartografia dei rischi» causati dalle attività delle imprese e non comprenderebbe nessuna presentazione dettagliata, né una gerarchizzazione dei rischi, in funzione delle attività reali del gruppo (ad esempio per settore, zona geografica, per tipo d’attività, per società/fornitore/subappaltatore). Le ONG ritengono che le misure d’attenuazione previste non permetteranno d’evitare i danni ambientali nel parco naturale delle Murchison Falls e che le misure di vigilanza relative alle procedure d’indennizzo delle persone espropriate non sarebbero attuate in «maniera effettiva».

Va ricordato che la Legge sul dovere di vigilanza delle società madri e delle imprese committenti (Duty of Care), adottata il 27 marzo 2017, dopo un percorso irto d’ostacoli durato più di tre anni, è il frutto di una lotta di lungo respiro portata avanti da numerose organizzazioni della società civile francese, tra cui gli Amis de la Terre France, di fronte alle pressioni delle organizzazioni padronali e delle loro lobby.

Al centro del dispositivo di questa legge si trova il piano di vigilanza. Le grandi aziende prese di mira dalla legge hanno l’obbligo di stabilire, di rendere pubblico e di applicare concretamente tale piano, che deve comportare le misure di vigilanza ragionevoli, atte a identificare i rischi e a prevenire le «gravi conseguenze negative per i diritti umani e le libertà fondamentali, per la salute e la sicurezza delle persone, nonché per l’ambiente». I piani di vigilanza e i rapporti sulla loro attuazione devono essere resi pubblici e venir inclusi nel rapporto annuale delle società. In virtù della legge francese, nel caso in cui una società non stabilisce, non pubblica o non realizza in modo effettivo un piano di vigilanza, qualsiasi persona che giustifichi un interesse ad agire – come delle associazioni di difesa dei diritti umani o dell’ambiente, oppure i sindacati – può ingiungere a questa società di rispettare i suoi obblighi.  

Se essa continua a non rispettare i propri obblighi al termine di un periodo di tre mesi, calcolati dal momento dell’intimazione, il giudice potrà imporle di rispettarli. La società può essere condannata a pagare una somma di denaro per giorno, settimana o mese di ritardo nell’esecuzione dei suoi obblighi in seguito all’ingiunzione del giudice. Inoltre, la responsabilità civile dell’impresa può essere sollecitata in caso di mancato adempimento dei suoi doveri, ossia l’assenza di un piano, l’assenza della sua pubblicazione o ancora per delle inadempienze nella sua attuazione effettiva.

Infine, in caso di danno, l’impresa potrà essere condannata a «riparare il pregiudizio arrecato, che l’esecuzione di questi obblighi avrebbe permesso d’evitare». In altre parole, la società madre (o l’impresa committente) potrà essere costretta a risarcire i danni alle vittime, ma solo nel caso di un’assenza di piano, di un piano insufficiente o d’inadempienze nella sua realizzazione: la legge crea quindi un obbligo di mezzi, e non di risultati. Di conseguenza, se una società attua un piano di vigilanza rispettando il contenuto obbligatorio e la qualità del piano, la sua responsabilità non dovrebbe essere coinvolta, anche se si verificano dei danni.

Nel giugno scorso, le ONG hanno intimato a TOTAL di rimediare alle lacune del suo piano di vigilanza e della sua attuazione. Il termine legale concesso all’impresa per darvi seguito arriverà a scadenza alla fine di settembre 2019. Se le ONG non saranno soddisfatte delle misure prese da TOTAL, potranno allora rivolgersi al giudice. Dunque… affaire à suivre, da molto vicino.

[1] Si tratta di: Amis de la Terre France, Survie, nonché dei loro partner ugandesi AFIEGO, CRED, NAPE/Amis de la Terre Ouganda e NAVODA.

 

Pubblicato il 17 ottobre 2019

Su Il Lavoro

(Traduzione Fabio Bossi)

L’iniziativa rimandata alle calende greche

In Svizzera, la questione di sapere se le imprese multinazionali potranno essere ritenute responsabili delle violazioni dei diritti umani o dei danni all’ambiente resta aperta: al posto di discutere del suo controprogetto all’Iniziativa Multinazionali Responsabili, il Consiglio degli Stati ha preferito rinviare il dossier. Il 26 settembre scorso è stata infatti accettata la mozione d’ordine del lobbista di economiesuisse Ruedi Noser (PLR/ZH), che chiedeva di attendere il controprogetto del Consiglio Federale all’Iniziativa, annunciato inaspettatamente in agosto. Il contenuto di questa proposta è risaputo: le grandi società sarebbero unicamente tenute a fare rapporto sulle loro politiche in materia di diritti umani, ma non potrebbero essere considerate responsabili in caso di danni. Le manovre degli oppositori all’Iniziativa ricordano quelle dell’iniziativa « contro le retribuzioni abusive » (detta iniziativa Minder) : deliberazioni interminabili al Parlamento e in Commissioni fino a che il voto popolare non ha più potuto essere rimandato, sfociando in un risultato chiaro alle urne: l’iniziativa aveva ottenuto il 67,9% di approvazione. DH