Dibattito sulla crescita in salsa elvetica

Articolo global
Il chiaro NO contro l’iniziativa Ecopop non deve nascondere il fatto che abbiamo bisogno di un dibattito sulla crescita, ma in modo diverso dice Peter Niggli.

Il chiaro NO contro l’iniziativa Ecopop non deve nascondere il fatto: abbiamo bisogno di un dibattito sulla crescita, ma in modo diverso dice Peter Niggli.

E’ da circa dieci anni che, a livello internazionale, si dibatte ampiamente della crescita. La spinta è venuta da diversi fattori: Il cambiamento climatico e l’incapacità di rispondergli in modo opportuno. La crisi finanziaria del 2008 ha fatto capire che l’aumento del reddito di un’ampia fetta di popolazione in molti paesi industrializzati, si basava - da 30 anni - su crediti, mentre le élite economiche si sono appropriate della crescita reale. La povertà di massa nel mondo che, nonostante l’economia di diversi paesi in sviluppo sia fortemente cresciuta negli ultimi 15 anni, continua a persistere come non mai. La rapida crescita della Cina che ha avvelenato sistematicamente i terreni, l’aria e l’acqua, risorse vitali. 

Negli scorsi mesi anche in Svizzera c’è stato un dibattito sulla crescita, ma di un altro tipo, perché ci si basava sull’aumento degli “stranieri” e sulla crescente cifra della popolazione, ritenuti i responsabili degli sviluppi negativi della crescita economica della Svizzera – vedi paesaggi edificati, ingorghi stradali o difficoltà nel mercato del lavoro. In questo dibattito mancavano però tre questioni: 

1. La crescita dei redditi che grava sull’ambiente. Eppure qualcosa è successo: dal 1970 il PIL pro capite della Svizzera, al netto dell’inflazione, è cresciuto di un terzo. Il numero di automobili private, di case monofamiliari e di lavoratori pendolari ogni mille abitanti è più che raddoppiato. Questo sviluppo ha cambiato il volto della Svizzera che non assomiglia più a quella del 1970 – e conduce ad una pianificazione territoriale “federalistica” che, alla pianificazione, preferisce la crescita selvaggia. Se non ci fosse stata, dopo il 1970, nessuna immigrazione, in cifre assolute ci sarebbero difatti meno automobili e “casette”, ma il loro numero sarebbe comunque più che raddoppiato e sarebbe continuato a crescere. 

2. La ripartizione iniqua dei frutti della crescita. Molti di coloro che hanno approvato entrambe le iniziative popolari sulla limitazione della popolazione straniera, hanno l’impressione che il loro reddito disponibile reale non sia più aumentato dalla metà degli anni ‘90. Questo ha neutralizzato i contro-argomenti economici secondo i quali l’economia svizzera mostri “una crescita sana”, dipenda dagli immigrati e che, in fin dei conti, tutti ne siano beneficiari. 

3. Il fatto che in un’economia capitalista senza crescita, solo gli effetti negativi aumentano: la disoccupazione, la diminuzione dei salari, la fuga degli investimenti all’estero, mentre le entrate fiscali e le prestazioni sociali dello Stato affondano. Di solito è risparmiato solo chi possiede terreni, imprese e risorse finanziarie. Dal 2008 il mondo occidentale conosce questa situazione, specialmente i vicini europei.

Nel dibattito elvetico sulla crescita questi tre punti sono stati elusi. Come si esca dalla camicia di forza del nostro sistema economico, senza trascinare l’economia in una spirale discendente, è il nodo cruciale del dibattito internazionale sulla crescita che abbiamo evitato. Tutti ne beneficeremmo nell’affrontare questa questione anche in Svizzera e che la si orientasse sempre più verso i sette miliardi di “stranieri” che popolano il resto del mondo.

Peter Niggli, Direttore di Alliance Sud
Traduzione Sonia Stephan
(pubblicato sul Corriere del Ticino, 3 dicembre 2014)