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Philip Alston, già relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani, durante una visita al villaggio di Kampung Numbak nella provincia di Sabah, in Malesia.
15.11.2020
Articolo global
Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema si congeda pubblicando un rapporto allarmante. Le cifre sulla diminuzione della miseria nel mondo sono contestabili e sopravvalutano il ruolo della cooperazione allo sviluppo.

L'australiano Philip Alston (70 anni), professore di diritto internazionale e diritti umani all’Università di New York, apre uno dei dibattiti più urgenti con il suo ultimo rapporto in veste di relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema. I governi, i media e pure le organizzazioni per lo sviluppo continuano a ripetere che durante gli ultimi decenni la povertà nel mondo si è considerevolmente ridotta, in particolare grazie al generoso aiuto dei Paesi ricchi.

La narrazione secondo la quale la povertà sia nettamente diminuita si basa generalmente sui calcoli della Banca Mondiale, che fissa il limite di povertà estrema a 1,9 dollari americani al giorno. Questa cifra arbitraria è ricavata dalla media delle soglie di povertà, definite a livello nazionale, di 15 tra i Paesi più poveri del pianeta. Secondo questi calcoli il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema sarebbe passato da 1,895 miliardi nel 1990 a 736 milioni nel 2015, calando così dal 36% al 10% della popolazione mondiale. Viene spesso ignorato il fatto che non si tratta in nessun caso di una tendenza planetaria: nell’Africa subsahariana e in Medio Oriente, ad esempio, il numero di persone che vive in situazioni di forte deprivazione è addirittura aumentato di 140 milioni nel corso di questo periodo. È inoltre risaputo che la riduzione della povertà ha principalmente interessato la Cina, dove il numero di persone estremamente povere è passato da 750 milioni a 10 milioni nel corso del periodo in questione, sempre secondo i calcoli della Banca Mondiale.

È interessante analizzare più da vicino le statistiche alla base di queste stime. La soglia di povertà di cui sopra non è adattata ai diversi bisogni vitali nei vari Paesi o regioni, ma è considerata come un valore assoluto e costante, adeguato unicamente alla parità di potere di acquisto[1]. In Portogallo, ad esempio, la soglia della povertà espressa in termini di parità di potere di acquisto è di 1,41 euro, una somma a malapena sufficiente per sopravvivere. Tuttavia nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo la soglia di povertà nazionale è ancora più alta rispetto all’indice di 1,90 dollari stabilito dalla Banca Mondiale. Le statistiche nazionali mostrano di conseguenza dei tassi di povertà molto più elevati rispetto a quelli che si basano sui calcoli della Banca Mondiale. Due esempi: secondo quest’ultima la Tailandia non si troverebbe in condizioni di povertà estrema nonostante le statistiche nazionali registrino invece un tasso del 9%; in Sudafrica, invece, si passa dal 18,9% al 55%.

Prendendo in considerazione una soglia di povertà più realistica (ma pur sempre arbitraria) di 5,5 dollari al giorno, le statistiche mondiali apparirebbero meno rosee: tra il 1990 e il 2015 il numero di persone povere nel mondo passerebbe da 3,5 a 3,4 miliardi, ovvero dal 67% al 46% della popolazione mondiale (che durante questo periodo ha registrato un forte incremento). Questo calcolo non tiene però conto del fatto che numerose persone toccate dalla povertà, come i senzatetto, i migranti economici, i rifugiati o i collaboratori domestici, non sono incluse nelle statistiche in quanto le indagini su cui queste si basano vengono condotte nelle economie domestiche. Inoltre le statistiche non riflettono le differenze di povertà dovute al genere.

In numerosi Paesi il cambiamento climatico, la crisi del coronavirus e l’importante recessione economica che ne consegue aggravano ulteriormente la situazione in termini di povertà. La Banca Mondiale prevede che il cambiamento climatico farà cadere in condizioni di estrema povertà 100 milioni di persone in più (secondo l’1,90 dollari al giorno) e che la crisi del coronavirus farà ricadere fino a 60 milioni di persone supplementari in condizioni di estrema povertà. Con dei calcoli più realistici queste cifre diventerebbero ancora più critiche.

La cooperazione allo sviluppo ha fallito?

Una povertà estrema di tale livello potrebbe portarci a concludere che la cooperazione allo sviluppo abbia fallito, ma questa deduzione le attribuirebbe un potere e un’influenza che molto semplicemente la cooperazione allo sviluppo non ha. Nel suo rapporto, Philip Alston sottolinea che nel 2019 i Paesi membri dell’OCSE hanno stanziato 152,8 miliardi di dollari sotto forma di sovvenzioni o di prestiti a tasso ridotto per aiutare i Paesi in via di sviluppo. Da parte loro i Paesi più poveri e a reddito medio hanno rimborsato 969 miliardi all’anno, di cui il 22% (ovvero 213 miliardi) composto unicamente da interessi, quindi somme che non hanno avuto alcuna utilità in termini di sviluppo. I miliardi di dollari che sfuggono ogni anno ai Paesi in via di sviluppo a causa dei trasferimenti degli utili delle multinazionali[2] e dei flussi finanziari illeciti o le perdite che questi Paesi subiscono a causa della disparità delle relazioni commerciali sono forse dei dati ancora più drammatici.

La cooperazione allo sviluppo ha chiaramente aiutato tantissime persone a uscire dalla povertà più grave e a migliorare considerevolmente le condizioni di vita dei più poveri. Negli ultimi decenni sono stati fatti numerosi progressi, soprattutto negli ambiti dell’educazione e dell’assistenza sanitaria e nella riduzione della mortalità materna. Ma tutti questi passi avanti non servono a molto se nel frattempo un numero sempre maggiore di persone perde i propri mezzi di sostentamento per lasciare campo libero all’agricoltura industriale, all’estrazione di materie prime o alla costruzione di giganteschi progetti, di cui la maggior parte all’esclusivo scopo di promuovere le esportazioni. Alcuni Paesi rimangono vincolati ai prestiti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e alle condizionalità ivi incluse di ridurre le loro spese sociali, deregolamentare il loro commercio e accordare privilegi fiscali agli investitori esteri. Anche oggi, nell’era postcoloniale, la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo è fornitrice di materie prime per il resto del pianeta, intrappolata in una rete di debiti, di relazioni commerciali inique, di evasioni fiscali e di corruzione. In queste condizioni la cooperazione allo sviluppo, con le sue risorse comparativamente modeste, rappresenta solo una goccia d’acqua nell’oceano.

Il relatore speciale delle Nazioni Unite, Philip Alston, scrive in modo lapidario che la povertà è una scelta politica («poverty is a political choice»): le persone rimangono invischiate nella povertà fintanto che altre ne possono approfittare. Le imprese con sede nei Paesi ricchi sono autorizzate a realizzare degli enormi profitti sulle spalle dei più poveri e noi, consumatori, dobbiamo acquistare dei beni a basso prezzo realizzati altrove (prodotti alimentari, vestiti, apparecchi elettronici, ecc.)

Focalizzare l’attenzione sulle disuguaglianze

Philip Alston sostiene quindi logicamente che il dibattito non dovrebbe concentrarsi soltanto sulla povertà ma anche sulla disuguaglianza, e non è il solo. In un recente documento, Jürgen Zlatter, direttore esecutivo tedesco della Banca Mondiale, chiede che quest’ultima si concentri maggiormente sulle disuguaglianze all’interno dei Paesi e tra questi. Citando l'economista Thomas Piketty mostra che, nel periodo in cui secondo la Banca Mondiale la povertà è considerevolmente diminuita, le disuguaglianze sono aumentate in modo sostanziale. Ad esempio, tra il 1980 e il 2014 il reddito netto della metà inferiore della popolazione mondiale è aumentato del 21%, mentre quello del 10% superiore è aumentato del 113%. I redditi dello 0,1% della popolazione mondiale più ricca sono addirittura aumentati del 617% nel corso di questo stesso periodo! Oggi l’1% delle persone più ricche del pianeta possiede il doppio di quello che possiedono i 6,9 miliardi di persone più povere.

Jürgen Zlatter mostra come, in numerosi Paesi, le politiche degli anni ‘80 e ‘90 abbiano indebolito i sindacati, ridotto i contributi sociali e diminuito la progressività delle imposte sul reddito. La crescente liberalizzazione del commercio e l’emergere delle catene globali del valore hanno incredibilmente rafforzato il potere di mercato delle singole imprese e dato il via a una corsa planetaria verso l’abbassamento dei salari. Allo stesso tempo, secondo Jürgen Zlatter, la liberalizzazione del settore finanziario ha contribuito enormemente all’aumento delle disuguaglianze. Anche se l’autore si astiene dal criticare direttamente la Banca Mondiale, sono proprio queste misure di liberalizzazione e di deregolamentazione della Banca Mondiale e del FMI che continuano a essere imposte ai Paesi in via di sviluppo.

L'economista della Banca Mondiale Jürgen Zlatter e il relatore speciale delle Nazioni Unite Philip Alston sono d’accordo nel dire che la disuguaglianza e la ridistribuzione sociale devono essere al centro del dibattito, e non soltanto di quello interno alla Banca Mondiale, ma anche del dibattito più ampio sulla povertà. Come fattore chiave citano l’importanza di mettere l’accento sulla giustizia fiscale. L’alternativa non è delle più rosee: non solo l’avanzamento del cambiamento climatico e il disordine economico sulla scia della crisi sanitaria faranno cadere in condizioni di povertà un numero sempre più grande di persone, ma possiamo anche aspettarci una recrudescenza dei disordini sociali, dei conflitti e dei movimenti di protesta.

[1] La parità di potere di acquisto viene calcolata partendo da quello che si può acquistare con 1,90 dollari negli Stati Uniti e determinando quanti soldi sono necessari negli altri Paesi per procurarsi gli stessi beni.

[2] Secondo un progetto di ricerca condotto sotto la guida dell’economista Gabriel Zucmann, nel 2017 le multinazionali hanno trasferito 741 miliardi di dollari in paradisi fiscali, tra cui 98 miliardi in Svizzera. Benché i dati riguardo alla maggior parte dei trasferimenti di utili provenienti dai Paesi in via di sviluppo non siano purtroppo sufficienti, i dati disponibili sono preoccupanti. Ogni anno la Nigeria perde circa il 18% delle entrate provenienti dalle imposte sugli utili delle società, il Sudafrica l’8% e il Brasile il 12%.

Pubblicato il 13.11.2020

Su Il Corriere dell'Italianità

(Traduzione: Sofia Reggiani)