«Le popolazioni locali conoscono i loro bisogni»

Patricia Danzi nell’intervista con «global» l’8 settembre 2020
7.1.2021
Articolo global
Il 1º maggio, Patricia Danzi ha assunto le redini della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) della Svizzera. In un’intervista con «global», fissa le sue prime priorità.

Lei ha lavorato per il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) come responsabile per l’Africa. Considerata questa esperienza, si teme che lei abbia più familiarità con l’aiuto umanitario piuttosto che con la cooperazione bilaterale allo sviluppo a lungo termine...

Questo andrà giudicato più avanti (ride). Più seriamente: a seguito della mia pluriennale esperienza di lavoro sul campo, conosco molto bene il legame tra l’aiuto umanitario a breve termine e il lavoro di sviluppo a lungo termine. Le priorità delle persone in una situazione di emergenza immediata possono diventare rapidamente problematiche esistenziali che necessitano risposte a lungo termine, come per esempio la formazione o l’occupazione. Nelle attività che ho svolto fino ad ora, mi sono confrontata con i limiti inevitabili degli aiuti d’emergenza, e ho cercato nuove soluzioni per superarli.

Quando uno Stato fragile come il Burkina Faso – dove la cooperazione svizzera s’impegna da anni con successo – si trova sempre più spesso confrontato con violenze interne e sfollamenti forzati, quando scuole e strutture sanitarie devono chiudere per questioni di sicurezza, è purtroppo necessario ricorrere nuovamente all’aiuto umanitario, non fosse altro che per proteggere i risultati conseguiti con la cooperazione allo sviluppo. In ogni caso, la popolazione locale deve essere sempre coinvolta nelle attività, poiché è lei a conoscere meglio le sue esigenze a corto e a lungo termine.

La qualità dell’aiuto umanitario si misura in base alla sua capacità di reagire rapidamente alle crisi. È possibile esprimersi in modo così conciso e pertinente anche per la cooperazione allo sviluppo?

Una buona cooperazione allo sviluppo è orientata al lungo periodo, altrimenti non può essere efficace. Raggiunge i risultati desiderati forse in modo meno immediato, ma sicuramente più duraturo. La DSC è presente da decenni in alcuni Paesi e come testimoniano gli ambasciatori svizzeri in loco, è considerata un partner trasparente e affidabile.

Come si può evitare il rischio che un’agenzia di sviluppo come la DSC assuma un ruolo che, di fatto, spetterebbe agli Stati interessati?

Dobbiamo sempre e ovunque esigere un buon governo (good governance). In questo senso la popolazione civile svolge un ruolo molto importante, ad esempio i giovani, che sanno sfruttare in maniera alternativa le opportunità offerte dalla digitalizzazione come i social media. Un certo grado di libertà è necessario se si vuole che la popolazione abbia la possibilità di esercitare una funzione di controllo. Per esempio, se la popolazione locale viene a sapere che la Svizzera ha stanziato due milioni per la costruzione di un ospedale ma nulla si è mosso, di certo non si lascerà abbindolare. La situazione attuale non è certamente paragonabile a quella di vent’anni fa. Anche la trasparenza in questo contesto è un elemento decisivo.

Negli ultimi anni è stata prestata sempre maggiore attenzione all’impatto misurabile della cooperazione allo sviluppo. Sia i finanziatori che i contribuenti vogliono sapere a cosa servono i loro soldi.

È vero, oggi bisogna esplicitare quante zanzariere sono state distribuite, ma anche in che misura il progetto in questione ha permesso di ridurre la diffusione della malaria, preferibilmente con una ripartizione dei risultati per regione, fascia d’età e sesso. Capisco questo bisogno di un resoconto delle attività che stiamo svolgendo. È inoltre fondamentale analizzare le situazioni prima d’intervenire. Tuttavia, è molto difficile identificare i problemi che non sono emersi grazie al nostro lavoro, ad esempio a seguito della prevenzione. E quando s’investe nel buon governo o nella partecipazione della società civile ai processi decisionali, misurare i risultati può diventare complesso.

Parametri non direttamente misurabili possono essere quindi più pertinenti?

Sì, per questo motivo è molto importante utilizzare dei casi concreti. Ad esempio, è possibile dimostrare l’importanza della creazione di reti presentando persone, da noi formate, che svolgono un ruolo importante nella comunità. Invece, la promozione dello Stato di diritto in un Paese – una delle nostre preoccupazioni prioritarie insieme al buon governo – è più complicata da misurare. Dobbiamo quindi lavorare coerentemente in questa direzione e fornire al nostro pubblico spiegazioni pertinenti. La mia esperienza dimostra che questo può essere capito.

In che modo la pandemia influenzerà o cambierà il lavoro della DSC?

Vogliamo rimanere presenti il più possibile nei Paesi dove siamo già impegnati. Questo anche perché, a causa della pandemia, altri Paesi con budget considerevoli si stanno ritirando. Ciò aumenterà le aspettative nei nostri confronti. I Paesi nei quali negli ultimi anni è emersa una classe media saranno duramente colpiti dalle conseguenze della pandemia. I posti di lavoro creati recentemente andranno nuovamente perduti e molte persone ricadranno nella fragilità del settore informale. Non avremo di certo meno lavoro, anzi. Vogliamo anche essere il più vicino possibile alle persone colpite dalla crisi; non basta avere un ufficio a Bamako, Biškek o Addis Abeba per conoscere i bisogni reali della popolazione.

Alliance Sud critica, nel nuovo messaggio sulla cooperazione internazionale, l’orientamento della cooperazione allo sviluppo verso il settore privato. In questa fase può dirci qualche cosa di più sulla strategia che sarà attuata a tal proposito?

Questo tema m’interessa e mi preoccupa molto. Ho constatato anche l’interesse crescente in seno alla DSC. Ci stiamo sforzando per chiarire i contorni concreti che questa cooperazione con il settore privato dovrebbe assumere. L’attenzione si concentra sugli effetti ai quali aspiriamo. Come possiamo combinare i finanziamenti dello Stato e dei settori economici per garantire che la popolazione locale ne tragga chiaramente vantaggio? Come possiamo incoraggiare le grandi e medie imprese, comprese quelle del Sud, a creare posti di lavoro in Paesi in cui il contesto economico non è ottimale? E come procedere senza compromettere le strutture locali consolidate? Nel corso dell’estate abbiamo sviluppato delle linee guida che prendono sul serio questi rischi e definiscono le condizioni per lavorare o meno con il settore privato. Informeremo su come procedere al riguardo entro la fine dell’anno.

Le grandi imprese non sono certamente conosciute per la loro trasparenza...

Non è un segreto che il fine primario del settore privato sia il profitto. Quando ci collaboriamo, agiamo con l’obiettivo comune di promuovere lo sviluppo sostenibile. Come possiamo fare in modo che alcuni gruppi della popolazione non cadano nel baratro della precarietà? Si tratta di discussioni non facili, ma ho l’impressione che la disponibilità del settore privato a considerare gli aspetti sociali e ambientali in una prospettiva di lungo termine sia aumentata.

Comprende il timore che questa strategia possa trascurare le esigenze delle persone più povere o i processi di rafforzamento della società civile dell’emisfero sud?

Sì lo capisco! Ma sono anche consapevole del pressante desiderio dei Paesi più poveri e delle fasce vulnerabili della società di disporre di posti di lavoro più sicuri. Questi impieghi possono difficilmente essere creati senza il coinvolgimento del settore privato, compresa quella parte che possiede grandi capacità finanziarie. Inoltre, se contribuiamo al miglioramento degli standard sociali o ambientali e delle pratiche commerciali attraverso il dialogo o i partenariati con il settore privato, allora un grande passo avanti sarà stato fatto. Senza questo dialogo stiamo perdendo delle opportunità per fare una vera differenza.

Sempre più fondi della cooperazione allo sviluppo sono destinati al finanziamento internazionale nell’ambito del clima. Uno studio di Alliance Sud mostra che i finanziamenti per il clima si sono finora concentrati principalmente sui Paesi a medio reddito. Rimangono quindi sempre meno soldi per la riduzione della povertà?

Il fatto di disporre di risorse aggiuntive per il finanziamento in ambito climatico sarebbe certamente una buona cosa. I nostri mezzi finanziari possono spesso avere un impatto maggiore sulla protezione del clima nei Paesi a medio reddito dove, per inciso, le disuguaglianze sono spesso considerevoli. Ma dobbiamo procedere in modo da garantire meglio il raggiungimento delle persone più colpite dal cambiamento climatico, che sovente sono anche le più povere.

Sono pienamente consapevole dell’evoluzione drammatica e rapidissima della situazione causata dal cambiamento climatico. L’anno scorso, in Somalia, ho incontrato allevatori di bestiame sfollati che coltivavano i cereali che avevano ricevuto. Volevano però di nuovo capre e cammelli, anche se consapevoli che questi animali non sarebbero sopravvissuti più di cinque anni. Quando popolazioni intere devono riorientare il loro stile di vita, si tratta di sfide enormi per loro – ma anche per noi e il nostro lavoro.

Come affrontate personalmente queste problematiche quasi irrisolvibili?

La modestia e l’umiltà sono importanti. Beneficiamo della nostra esperienza, ma non siamo in possesso di soluzioni pronte all’uso, né la DSC né le altre agenzie di sviluppo. Per questo la cooperazione multilaterale è così urgente: ci permette di affrontare congiuntamente problemi enormi da più prospettive e di elaborare una visione comune. Non esistono più soluzioni semplici. Per me è di fondamentale importanza discutere sistematicamente sul campo le esigenze delle popolazioni colpite.

Alliance Sud esige una maggiore coerenza della politica svizzera per risolvere questi enormi problemi. Questo include non solo la politica di sviluppo, ma anche, per esempio, la politica fiscale e commerciale. Qual è la sua opinione in proposito?

Come hanno dimostrato le consultazioni sulla strategia della cooperazione internazionale, molto resta ancora da fare in quest’ambito. A mio avviso, evidenziare queste connessioni è uno dei compiti principali della società civile. Il compito principale della DSC è garantire la coerenza della nostra strategia e, attraverso il dialogo con altri uffici federali, evidenziare con regolarità la questione cruciale di una coerenza politica più in generale. 

Pubblicato il 2.01.2021

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(Traduzione: Zeno Boila)

Patricia Danzi

Di madre svizzera e padre nigeriano, Patricia Danzi (51 anni) è cresciuta nel cantone di Zugo. Ha studiato geografia, scienze agrarie e ambientali e dal 1996 ha lavorato per il CICR, dove è stata per 5 anni a capo della direzione regionale Africa.