Uguaglianza, giustizia sociale vanno di pari passo

Marina Carobbio
Articolo global
La Prima cittadina svizzera ha visitato il Ruanda, partecipando alle commemorazioni per il 25esimo del genocidio, e il Mozambico, uno dei paesi più poveri del mondo. La consigliera nazionale e medico Marina Carobbio si è intrattenuta con Alliance Sud

Marina Carobbio, il suo è stato sicuramente un viaggio ricco d’incontri. Quali sono state le sue prime riflessioni personali, ritornata in Svizzera?

È stato un viaggio molto intenso e impegnativo. La commemorazione del genocidio del 1994 in Ruanda è stata un momento molto forte: sentire le parole delle persone che l’hanno vissuto, mi ha toccato molto. È necessario impegnarsi affinché delle situazioni simili non abbiano a ripetersi. Ci sono ancora tanti posti dove avvengono degli attacchi inaccettabili contro le persone e i diritti umani. Questo viaggio mi ha tanto motivata a continuare l’impegno per la politica di cooperazione allo sviluppo (CAS).

La scelta di Ruanda e Mozambico non è stata casuale...

Certo che no. M’interessava osservare il ruolo delle donne in progetti della cooperazione svizzera e vedere progetti che mettono l’accento sul sistema sanitario. L’Africa non è così conosciuta e avevo l'impressione che la politica potesse conoscere di più cosa fa la Svizzera e cosa può anche ricevere da queste collaborazioni. In fondo la cooperazione non è mai a senso unico. L’accento è stato messo anche sul ruolo della Confederazione. Il nostro Paese è preso come un modello di Governance ed è riconosciuto come un partner interessante e affidabile.

Visitando i progetti svizzeri di cooperazione internazionale cosa ha costatato in merito ai tre strumenti di politica estera (cooperazione allo sviluppo, promozione della pace e dei diritti umani e aiuto umanitario)?

Abbiamo visto dei progetti legati all’acqua, alla salute e al sostegno a chi ha subito violenze sessuali e pure dei progetti di Partenariato pubblico-privato (PPP) nei due Paesi. Abbiamo osservato il ruolo della Svizzera nella promozione della pace, tramite progetti di dialogo e partecipazione della società civile. Tutto ciò ha rinforzato una mia convinzione: se la Svizzera continua questo suo lavoro verrà sempre più riconosciuta come un attore importante sullo scacchiere internazionale. Sarebbe un errore rinunciare a certi tipi di cooperazione o non intervenire più. Posso quindi affermare che la cooperazione è certo importante per gli altri Paesi, ma lo è altrettanto per la Svizzera.

Il Mozambico è uno dei paesi prioritari della cooperazione internazionale elvetica. Dopo le inondazioni, diverse ONG hanno scritto a Credit Suisse, chiedendole di rimborsare al Mozambico un prestito di 1 miliardo di $. Nel 2016, a causa di questi prestiti tossici il Paese è piombato in una grave crisi debitoria che rende ora difficile la ricostruzione. Non è un paradosso? Da un lato si finanzia l’aiuto allo sviluppo, dall’altro una banca svizzera fa precipitare il Paese in una crisi senza precedenti...

Il problema è che la banca, essendo un istituto privato, dice poco sul suo ruolo in quest’operazione. Ecco che arriviamo velocemente al tema dell’Iniziativa multinazionali responsabili: anche se essa non tocca direttamente le banche, il discorso della responsabilità delle imprese è centrale. In Mozambico in alcuni incontri ufficiali abbiamo inoltre discusso dell’importanza della lotta alla corruzione. In Ruanda, ho costatato che trattare del tema delle materie prime che provengono dal Congo era difficile. Questo ci riporta alle nostre responsabilità, perché le materie prime africane continuano ad arrivare fino da noi".

La Svizzera da un lato è mercantile e dall’altro umanitaria. Gli Svizzeri sono fieri di questo. È un dibattito costante in Parlamento. Lei, come politica, come vive quest’aspetto della Svizzera?

Sono importanti tutte e due gli aspetti: che le industrie investano in questi Paesi e che un Paese non dipenda solo dalla cooperazione classica. Nel contempo, le nostre imprese devono rispettare criteri di responsabilità sociale, quali i diritti umani, la difesa del clima, eccetera: è un discorso fondamentale che non deve essere disgiunto dalla nostra politica di cooperazione della pace, della difesa dell’ambiente e delle risorse. Altrimenti cadiamo subito in contraddizione. E qui torniamo nuovamente al discorso delle multinazionali responsabili.

Ma si parla poi sempre delle misure volontarie…

Abbiamo visto in tanti ambiti, anche in Svizzera, che se non ci sono delle regole, le norme volontarie non bastano. Guardiamo ad esempio la parità salariale. Siccome la Svizzera è ben vista nel suo ruolo di promotrice della pace, ecco che possiamo avere una certa leva sugli altri anche in termini d’imprese responsabili.

Ignazio Cassis intende riorientare l’aiuto pubblico allo sviluppo svizzero tenendo maggiormente conto degli interessi della Svizzera e integrando gli aspetti migratori. Non si tratta di una strumentalizzazione della cooperazione?

La cooperazione non può essere legata unicamente a obiettivi puramente interni. Poi è chiaro che se facciamo una buona politica di sviluppo, abbiamo anche dei ritorni sulla scena internazionale. La Svizzera ne può approfittare. Legare però la cooperazione all’obiettivo di diminuire la migrazione, può mettere in discussione quello che sono gli obiettivi originali e primari della cooperazione. Abbiamo la fortuna di vivere in un posto stabile e dove si sta bene. Partendo da una situazione di privilegio dobbiamo sostenere un discorso di solidarietà. Un valore - la solidarietà- su cui è cresciuta la Svizzera e che oggi non possiamo mettere in discussione.

La cooperazione internazionale è ancora ancorata nella popolazione?

È forse meno conosciuta rispetto agli anni '80 e '90 anche se ci sono ancora molti giovani che partono come cooperanti. Se ne parla meno sui media. Con i nuovi media di comunicazione si conosce la catastrofe, si parla ad esempio del ciclone per due giorni e poi non se ne sente più parlare. Si passa da una catastrofe o da un'emergenza umanitaria all'altra e non si vedono sufficientemente i nessi. Prendiamo ad esempio il caso del Mozambico: il ciclone è una catastrofe naturale, ma essendo avvenuta in un Paese già molto povero e in un contesto di cambiamento climatico le conseguenze sono ancora più gravi.

A volte per la gente istruita del Sud la Cooperazione allo sviluppo è una forma di neo colonialismo. C’è stato un cambiamento in questi ultimi trent’anni?

Si. In questo senso la cooperazione non significa solo inviare dei soldi, ma anche e soprattutto formare le persone, in modo che possano restare nel loro Paese a lavorare e creare le condizioni per lo sviluppo dei Paesi più in difficoltà. La cooperazione deve fare in modo che i progetti possano continuare anche da soli. Il Ruanda, l’ho costatato con i miei occhi, dipende moltissimo dalla cooperazione internazionale. È una sfida complessa. Nei progetti che promuoviamo come AMCA[1] un ruolo centrale è proprio la formazione del personale medico e infermieristico per garantire che non tutto dipenda più dalla cooperazione.

La Svizzera dovrebbe consacrare in futuro circa lo 0,45% del suo PIL all’aiuto pubblico allo sviluppo, ossia meno dell’obiettivo fissato dal Parlamento, lo 0,5%. Lei che è stata una sostenitrice dello 0,7% - come indicato dagli Obiettivi del Millennio - come valuta questa evoluzione?

È stato un bel segnale quello dato dal Parlamento lo scorso anno, quando ha deciso di mantenere l'obiettivo dello 0,5%. Come fanno altri paesi del Nord sarebbe auspicabile raggiungere lo 0,7%. Un ruolo importante lo ha avuto Alliance Sud che aveva informato tutti i parlamentari. Io sono di natura ottimista e sono fiduciosa che si riuscirà a mantenere l'obiettivo dello 0,5%.

Nel 2017, durante una conferenza sull’Agenda 2030 lei ha presentato un intervento dal titolo “Agenda 2030 e decisioni politiche, quali contraddizioni?”. Quali sono quelle da lei constatate in quest’ambito?

La Svizzera ha sostenuto l'Agenda 2030 e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), ma d'altra parte ha messo in discussione i mezzi finanziari per la Cooperazione allo sviluppo. Gli OSS vanno realizzati portando avanti il discorso della partecipazione della popolazione alle scelte che la riguardano, a favore delle minoranze, contro la discriminazione o per sostenere la politica di genere. Temi trasversali che toccano il Sud come il Nord del mondo. Come AMCA abbiamo un progetto per combattere il cancro dell'utero delle donne: in Svizzera e in Ticino si è fatta una campagna per fare le vaccinazioni e nelle scuole abbiamo spiegato che questo tumore nei paesi poveri è un dramma. Forse è più facile far capire con simili esempi pratici l’importanza della solidarietà e della cooperazione.

Lei è ora Prima Cittadina. Ogni Presidente del Consiglio Nazionale può mettere l'accento su determinati temi. Quali ha scelto?

Ne ho scelti alcuni che sono dettati anche dal mio vissuto. Uno è la rappresentanza delle donne in politica e la parità di genere. Da sempre mi batto per i diritti delle donne e ho partecipato ai movimenti femministi. L'altro è quello delle minoranze, che ho coniugato con l'italianità che fa emergere una Svizzera multilingue e multiculturale. Per finire donne e rispetto delle minoranze sono temi che hanno a che vedere con la cooperazione allo sviluppo. In molte parti del mondo, i diritti di donne e minoranze sono calpestati o ignorati. Battersi per questi diritti vuol dire impegnarsi per un mondo più giusto.

Lo sciopero del 14 giugno: la mobilitazione delle donne ma anche degli uomini nella strada è importante?

Certo. Anche nel 1991, lo sciopero è nato dal basso, da associazioni femminili e sindacati. Non vi sarà solo la manifestazione a Berna, ma pure delle attività locali in tutta la Svizzera. Chi sciopererà tutto il giorno, chi solo per un'ora a livello simbolico; ma in tutti i casi sarà un segnale importante. Se mi avessero detto cinque anni fa che il 2019 sarebbe stato un anno delle donne non ci avrei creduto. La manifestazione del settembre scorso a Berna ha fatto sì che la legge sulla parità salariale, che è un primo minimo passo, andasse avanti in Parlamento, dove altrimenti sarebbe stata bloccata.

In che modo l'eguaglianza di genere va di pari passo con la giustizia sociale?

Le donne hanno un ruolo centrale. Sono loro che hanno a carico la famiglia e hanno un compito centrale nella ricostruzione della società. Se, ad esempio Ruanda e Mozambico riusciranno a staccarsi dalla dipendenza della cooperazione classica sarà grazie alle donne. Ho incontrato tante donne, sia con un ruolo politico ma anche a livello di organizzazione di base che hanno un ruolo trainante per tutta la collettività. Non è un caso che diversi Paesi africani abbiano una donna alla loro guida. Il movimento delle donne, la parità e la lotta alle discriminazioni sono legati alla giustizia sociale. Se combattiamo la discriminazione delle donne facciano un passo verso la giustizia sociale e contro un modello di società patriarcale che fa sì che ci siano i più ricchi e privilegiati che comandano sui più poveri.

 

Marina Carobbio Guscetti è Presidente del Consiglio Nazionale Svizzero da novembre 2018. È stata membro del Gran Consiglio Ticinese dal 1991 al 2007, dove è stata membro della Commissione Gestione e finanze, in seguito della Commissione Sanità e sicurezza sociale. Marina Carobbio Guscetti è vice-presidente del Partito Socialista Svizzero, dell’ONG AMCA, dell’Iniziativa delle Alpi e dell’Associazione Svizzera Inquilini.

[1] L’AMCA, l’Associazione per l’aiuto medico al Centro America, è stata fondata nel 1985 in Ticino.

Pubblicato il 12.06.2019 su Il Corriere degli Italiani